Un problema di prospettiva

e altri racconti

L’autore

Claudio Balostro è nato nel 1956 ad Arquata Scrivia (AL), dove vive.
Interrotti gli studi di Giurisprudenza, ha lavorato fino alla pensione per le Ferrovie dello Stato.
Molti anni fa, con suoi romanzi, è stato in due occasioni finalista al Premio Calvino.
Ha pubblicato nel 2006 con le Edizioni Joker Fracassa, un romanzo basato sulle vicende di un giovane partigiano genovese, e nel 2007 con Fratelli Frilli una storia gialla, Il vigile Rollo.
Il suo ultimo romanzo, Digu Pesìgu, è uscito nel 2015 per i tipi di Youcanprint.

I testi

“Sono tutti fatti, tutti accaduti. E allora perché il loro significato è, almeno apparentemente, contraddittorio? Si tratta, come spesso accade, di un problema di prospettiva”.

Questo libro raccoglie racconti scritti in vari periodi e ispirati ad atmosfere anche molto diverse tra loro. Alcuni sono seri, altri più leggeri, qualcuno quasi comico. E tuttavia essi hanno in comune il tentativo di esprimere, tramite il mezzo letterario, l’irriducibile complessità dell’esistente. Poiché quando proviamo a raccontare la realtà dobbiamo sempre fare i conti, se abbiamo l’onestà di ammetterlo, con i limiti del nostro sguardo.

Claudio Balostro

Un problema di prospettiva

e altri racconti



I FuoriCollana

ISBN-13: 978887536591-2

2025

pp. 150

cm 15×21

€ 15,00

Sette scatti nello specchio grande

Si scrive per creare mondi, per raccontare emozioni, per evadere dalla realtà aggrappati all’ambiguità sospesa delle parole. Qualche volta si scrive solo per guarire.
Io scrivo con il cosciente intento di ammalarmi sempre di più.
Non c’è niente, in questa storia, che voglia dimenticare, niente che voglio elaborare, nessun dolore che voglio trascurare.
Perché una profonda sofferenza può talvolta riempire un grande vuoto. Per questo è inutile raccomandarmi la verità. Solo la verità, per come è e come sarà d’ora in avanti, per un tempo che non so misurare in speranza o disperazione, solo la pura verità mi garantisce di sprofondare sempre più nella malattia.
E tutto questo per non dire quello che subito avrei dovuto dire: che si tratta, in fondo, solo d’una storia d’amore.
Non credo di essere una donna complicata. Voglio dire, non mi ritengo psicologicamente complicata, fisicamente complicata, emotivamente complicata; e neppure sentimentalmente complicata.
Sono, se qualche essere umano può esserlo, una persona semplice. Ma la vita è un gioco che non ti permette di scegliere il livello di complessità. E sono incappata, o meglio sono precipitata, in una storia complicata.
Per raccontarla voglio partire da alcune foto che ho recuperato nella memoria dello smartphone e che guardo e riguardo come fossero in un vecchio album dei sentimenti.
Le immagini mentono, perché raccontano momenti fissati in un cristallo immobile, mentre tutto accade in un tempo fluido di continuo cambiamento. Ma spesso racchiudono un’essenza nitida e immediata, una reviviscenza d’una dolcezza e d’una crudeltà proustiane.
Partirò da queste immagini, tutte foto scattate nella sala della scuola di danza, e tutte con la prospettiva duplicata e opposta dello specchio grande.

Primo scatto. Quando tutto ebbe inizio

Nella foto si vede Javier in piedi, nella sala grande, e davanti a lui, seduti sul parquet, i partecipanti al corso intermedio di danza contemporanea, quasi tutte ragazze, vestite d’ogni possibile colore e fantasia danzesca.
Javier sta parlando, rilassato e verticale, i capelli lunghi e morbidi, una mano sollevata con grazia a raccogliere nell’aria un concetto di cui non so più dire. Ha una maglietta semplice, azzurra, con il logo astratto e stilizzato della scuola, una tuta nera morbida, i piedi nudi. Io sono in fondo, minuscola nella foto, e visibile solo nello sfondo contrario dello specchio, il cellulare davanti al viso, la macchia fucsia dell’accademico di Dimensione Danza.
Javier era appena arrivato nella scuola, dopo un periodo di lavoro a New York. Questa era la sua prima lezione, e quella era la prima volta che io lo vedevo. Ci disse brevemente dei suoi studi, delle sue esperienze, e ci parlò a lungo della sua concezione della danza contemporanea, del sogno di esprimere emozioni e significati attraverso un movimento in sé assolutamente libero, eppure legato a tecniche formali e rigorose. Si appassionava, nel discorso, combatteva con eroica incoscienza contro la povertà delle parole che non gli consentiva di esprimere con esattezza la ricerca di un centro concorde di corpo ed universo, la sua visione di una prometeica lotta contro la gravità, l’insignificanza e il limite. Era tutto astratto, commovente, incomprensibile ed affascinante.
Lui mi piacque subito. Vorrei che mi credeste. Mi piacque come insegnante, come persona, come guida in una scoperta che mi sembrava interessante. Avevo già imparato a mie spese a distinguere i ruoli e gli àmbiti, le immagini riflesse e la sostanza.
La bellezza fisica, l’ineludibile bellezza che capita di vedere in un uomo, mi dà buon umore: è uno dei segni dell’armonia possibile. Ma non mi condiziona, ritengo che sia un modo e non un’essenza.
Sono stata fin dall’inizio una delle allieve più assidue dell’Intermedio di contemporanea. Ho avuto anche qualche visibile miglioramento. Sono abbastanza brava, senza eccellere; mi mancano un po’ le basi di danza classica, ma a trent’anni passati non me la sento di mettermi alla sbarra ripartendo dai plié.
Con il passare del tempo ho conosciuto meglio Javier; come insegnante, dico. Era molto attento e gentile, e anche simpatico. Non sempre riuscivo a capire dalle sue parole quello che precisamente aveva in mente, ma bastava vederlo accennare un movimento perché tutto fosse chiaro e di una concretezza evidente.
Ho anche scoperto da dove gli venga quel nome straniero: era quello di un vecchio amico spagnolo di suo padre. Malgrado questa familiare normalità, rimaneva in quel nome una sottile aura di esotico e di bizzarro, ogni volta che risuonava (in genere invocato da una voce femminile) nell’aria piena di musica e di movimento della sala grande. […]

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