Treni nella nebbia

L’autore

Manuel Rico (Madrid, 1952) è poeta, narratore e critico letterario. Scrive di critica poetica sul supplemento Babelia del quotidiano El Pais. È autore, tra gli altri, dei libri di poesia La densidad de los espejos, Premio Juan Ramón Jiménez del 1997 (1997 e 2017), Donde nunca hubo ángeles (2003), Fugitiva ciudad (2012), Premio Internazionale di Poesia Miguel Hernández, Los días extraños (2015) e Cuaderno de historia (2021). La mujer muerta (2000 e 2010), Los días de Eisenhower (2002), Verano (2008) e Un extraño viajero (2015), sono i suoi ultimi romanzi. Inoltre, ha pubblicato i libri di viaggio Por la sierra del agua (2006) e Letras viajeras (2015), l’antologia poetica Tiempo salvado del tiempo (2020), il libro di evocazioni intitolato El raro vicio de escribir la vida (2021), i suoi Diarios completos (2022) e i saggi La ficción y la vida (2024) e Qué es la poesía (2025). Presiede la Asociación Colegial de Escritores de España dal 2015.

 

I testi

Talvolta ci sono assenze che apparentemente non percepiamo, che appaiono sepolte, ma che in realtà non se ne sono mai andate. Sono lì, pulsanti nel profondo, accovacciate in silenzio in attesa che un giorno un evento fortuito le liberi dal nostro intimo per farcele sentire di nuovo con tutto il loro carico di dolore e rumore.
A volte, queste assenze personali, intime, esclusive, ci portano a scoprire altre assenze collettive, macchiate dal dolore, oscurate dal segno dell’oblio, circondate da cardi e rocce in un campo di lavoro in mezzo al nulla.
Questa è la storia di un uomo, Daniel Arias, che ha perso suo fratello e ha scoperto un passato che non avrebbe mai dovuto esistere e che la vergogna di un intero Paese si è incaricata di cancellare, un passato che parla di prigionieri politici che lavoravano come schiavi nella sierra nord di Madrid, di anziani maestri e abitanti della valle oppressi dai loro ricordi, di una donna determinata a recuperare la memoria di un adolescente scomparso senza lasciare traccia accanto a una stazione ferroviaria fatiscente e quasi abbandonata, avvolta dalla nebbia.
Una storia che, con la sua magnifica prosa, tanto precisa quanto poetica ed evocativa, e un accurato lavoro di ricerca e ricostruzione storica del periodo franchista, Manuel Rico combina abilmente con finzione e fantasia, mosso da un unico desiderio: non cadere nella tentazione di dimenticare. Perché, prima o poi, il passato si ripresenta dirompente e senza sconti.

Manuel Rico

Treni nella nebbia

ISBN-13: 978887536602-5

2026

pp. 232

cm 13 x 20,5

€ 18,00

Pubblicato con il contributo di

Mezz’ora dopo avevo già raccolto informazioni sufficienti per essere certo che le tre cime si trovavano all’estremità nord di Madrid, non lontano da Brezo, alle pendici del passo di Somosierra e vicino a catene montuose dai nomi misteriosi come Tejera Negra o la Mujer Muerta, terre vicine alla capitale e allo stesso tempo sconosciute come buchi neri e, secondo quanto riportato da diversi siti web, con una densità di popolazione non superiore a tre abitanti per chilometro quadrato. Mi sembrava inverosimile che in quella zona al confine con le province di Segovia e Guadalajara, un territorio quasi disabitato, potesse esistere, negli anni Quaranta, un campo di concentramento o di lavori forzati. «In ogni caso, sarebbe stato clandestino», mi dissi, rendendomi conto che nei libri di storia che ricordavo di aver letto, l’unico riferimento a un luogo di reclusione nella provincia di Madrid che non fossero le carceri era l’immensa schiera di prigionieri che per anni aveva costruito la Valle dei Caduti. Quel riassunto, tinto dalla sorpresa e dalla curiosità per l’ignoto, si trasformò in inquietudine. Un’inquietudine non del tutto razionale, quando collegai la possibile ubicazione del campo in cui quella persona aveva scritto il suo diario con l’unica certezza di cui disponevo: in quelle terre era scomparso Joaquín, il che rendeva più plausibile l’eventualità ‒ comunque remota, devo ammetterlo ‒ che fosse lui l’autore delle note sul retro della copertina. Quel pensiero mi fece riprendere un’idea che mi aveva accompagnato per molto tempo e che negli ultimi due o tre anni, grazie a quel linimento invisibile che è il tempo, aveva smesso di tormentarmi: mio fratello, ridotto a un mucchio di ossa e stracci, poteva trovarsi in fondo a un burrone inaccessibile o nelle profondità più intricate di una delle foreste che ricoprivano quelle montagne. Sebbene fossi consapevole della precarietà di tale ipotesi, dato che durante l’autunno e l’inverno del 1983 erano state perlustrate, con jeep, elicotteri e a piedi, strade, valli, pendii e cime, senza alcun risultato, in quel momento, dopo la scoperta della possibile ubicazione del campo di concentramento, il quaderno sporco di un prigioniero sconosciuto mi sembrava una porta inaspettata verso quell’adolescente cancellato dalla mia vita e dalla mia famiglia da più di quindici anni. Fu questo che mi spinse a spegnere il computer, a voltarmi verso il tavolo, a contemplare per qualche secondo la copertina nera e consumata del diario e ad affrontare un compito che mi sembrava indispensabile – con un pizzico di irrazionalità, va detto – sin dal viaggio a Brezo. Tirai fuori dalla busta le due lettere di Joaquín, le posai sulla destra del tavolo, aprii il quaderno e cercai la quarta di copertina. Con attenzione e basandomi solo sull’intuito e sulla memoria, confrontai la calligrafia con cui erano scritte le annotazioni e la citazione di Unamuno con quella delle lettere di Almería. Notai somiglianze così poco discutibili quanto sconvolgenti: nonostante una maggiore fermezza o sicurezza nel tratto della nota sul quaderno, c’erano segni comuni a entrambe le scritture evidenti come la brevità dei codini delle a e una minuscola spirale sulla tempia destra di tutte le o finali. Alla luce di tale somiglianza, giunsi alla conclusione che non occorreva essere un esperto calligrafo per dedurre che fossero stati redatti dalla stessa persona. Tale constatazione, contrariamente a quanto mi aspettassi, non mi tranquillizzò affatto. Pensai che se l’identità calligrafica che avevo appena scoperto era reale – lo avrei confermato poco dopo fotocopiando entrambi i testi e, con un lavoro di copia e incolla, inserendo parole dell’uno e dell’altro per dare loro unità e scacciare ogni ombra di errore – la conclusione principale che ne derivava era che mi trovavo di fronte a una pista sulla sorte di mio fratello, cosa che non erano riusciti a fare né la Guardia Civil, né il giudice di turno, né il gruppo investigativo della polizia nazionale durante i lunghi mesi di ricerche in quel fatidico autunno del 1983, né nel lungo periodo trascorso da allora. Sebbene pensassi che le possibilità di ricostruire le vicissitudini di Joaquín dal momento in cui i suoi compagni di gita si erano accorti della sua assenza fossero più che remote, non smettevano di tornarmi in mente casi di sparizioni risolte molti anni dopo e di cui avevano dato eco giornali, radio e televisioni. Lasciai il quaderno aperto sul tavolo, riflettei senza alcuna certezza sul modo di agire e, dopo aver concluso che non mi andava, per il momento, di scavare in una ferita che credevo cicatrizzata, né tantomeno di addentrarmi nel tunnel burocratico che comporta ogni denuncia, mi dissi che nei giorni successivi avrei valutato la possibilità di comunicare al giudice, o alla polizia, il ritrovamento.
Senza liberarmi del tutto di quel velo di incertezza, riposi le lettere nella busta, guardai l’ora – era poco più di mezzogiorno – e, deciso a non scendere a pranzo prima di aver finito di leggere il diario, mi immersi nell’universo nascosto dalle montagne della Sierra Norte, il volto sconosciuto della Spagna del 1945, anno dei trionfi degli Alleati in Europa e delle riaffermazioni totalitarie in un Paese che molti anni prima mio padre mi aveva descritto con parole tanto simboliche quanto reali come gasogeno, razionamento, repressione, paura, cappotti di tela, mercato nero, ignoranza, esilio, miseria. Quando avevo letto poco più della metà del diario, un paragrafo attirò particolarmente la mia attenzione. Lo rilessi due o tre volte cercando la ragione, o la parola, o il giro di parole che aveva avuto la capacità di spingermi a rivederlo. […]

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