Provvisorio rifugio

L’autore

Rolf Hermann, nato nel 1973 a Leuk, nel Canton Vallese, è tra gli scrittori più versatili della Svizzera: scrive e interpreta racconti, spoken word e poesie. Ha studiato letteratura inglese e tedesca in Svizzera e negli Stati Uniti e da giovane si è guadagnato da vivere come pastore. Ad oggi, ha pubblicato sette libri, vari audiolibri e diversi spettacoli teatrali, alcuni dei quali in collaborazione. Per il suo lavoro ha ricevuto numerosi premi. Tra le sue pubblicazioni più recenti: In der Nahaufnahme verwildern wir (2021) e Eine Kuh namens Manhattan (2019). Ha partecipato a numerose letture e festival letterari nel suo Paese e in Europa, Asia e oltreoceano. Insegna presso l’Istituto di Letteratura Svizzera dell’Università delle Arti di Berna ed è scrittore freelance a Biel.

I testi

Sette racconti legati dal filo sottile dei ricordi, una sorta di romanzo per frammenti in cui l’infanzia si specchia nell’età adulta, le relazioni umane, quelle familiari soprattutto, sono terreno fertile per la formazione dello scrittore e la vita nutre la letteratura. Un rifugio fatto di parole, come scrive l’autore svizzero Paul Nizon citato nell’ultimo racconto, un rifugio provvisorio perché ogni libro è ponte per quello successivo. Con una scrittura precisa, attenta ai dettagli, ma anche densamente poetica Rolf Hermann accompagna il lettore tra le sue montagne, in una valle senza sole in fondo alla quale scorre il Rodano e sulle cime, frequentate un tempo solo nella bella stagione da pastori e casari d’alta quota, oggi consegnate al turismo. Ma questo è in primo luogo un libro fatto di figure e di immagini che rimangono impresse: la nonna, che avrebbe voluto un’altra vita ma rimane nella valle e scrive poesie, il nonno che pur essendo un contadino lavora in fabbrica e alla fine deve rinunciare alla sua vigna, ma anche i treni in transito ascoltati passare nella notte dal bambino sdraiato nel letto o un cervo inseguito dal fuoco che in sogno riesce a salvarsi saltando sulla sponda opposta del Rodano.
Rolf Hermann




Provvisorio rifugio




Cura e traduzione dal tedesco




di Anna Ruchat e Arianna Ghiglione







Volume pubblicato con il contributo di













ISBN-13: 978887536550-9




2024




pp. 86




cm 13 x 20,5




€ 13,00
Avevano iniziato poco prima del suo pensionamento: un sabato mattina ogni tre, Oskar Mathieu andava in automobile da Albinen fino a Sierre con la moglie Léonie e la figlia Ursina, diretto alla Placette, all’epoca il più grande centro commerciale della regione. Il viaggio in auto durava circa quaranta minuti, attraversava la valle e il confine linguistico nel Basso Vallese. Al volante c’era sempre Ursina che, rimasta nubile, viveva ancora con i suoi genitori, benché avesse trovato lavoro come addetta all’accettazione nella clinica reumatologica del paese vicino. Facevano colazione insieme, poi sparecchiavano la tavola e uscivano di casa passando davanti alla stalla vuota che un tempo ospitava due mucche, quattro bovini e tre vitelli, e attraversavano il paese fino al fienile ristrutturato. Sempre verso le nove salivano con i loro abiti migliori sulla Fiat Panda bianca parcheggiata lì. Poi partivano. Queste gite del sabato seguivano un rituale a lungo rodato e rappresentavano già da qualche tempo un punto fermo in una vita che si stava lentamente sfaldando.
A metà strada passavano dall’altra figlia, Anna, che viveva nella valle con il marito Martin e i tre figli. Di solito si fermavano per una mezz’ora, poi proseguivano: lungo la gola dell’Ill, attraverso il Pfynwald per poi raggiungere Sierre e il centro commerciale chiamato Placette. Una volta lì la prima cosa da fare era comprare quei generi alimentari che, dopo la chiusura del piccolo negozio di commestibili, non erano più arrivati nel villaggio di montagna, anche un arrosto di manzo che avrebbero mangiato il giorno seguente, dopo la messa.
Una volta procurati i viveri, le loro strade si separavano. Oskar portava i due sacchetti di plastica nel ristorante self-service del centro commerciale, prendeva un café crème e comprava l’Eco del Vallese. Di tanto in tanto gli capitava di incontrare per caso un ex collega di lavoro dell’Alto Vallese. Con lui poteva chiacchierare del tempo in cui erano impiegati insieme alla Alusuisse a Chippis. Del lavoro in fonderia, nei forni di fusione, prima in maniche corte e poi, secondo le nuove norme, indossando indumenti protettivi e guanti, e con la temperatura che saliva fino a ottanta gradi. Oppure di quando, durante le brevi pause dal lavoro, avevano giocato a carte a gruppi di due, sempre con la stessa posta in gioco: chi perdeva dopo il lavoro doveva offrire ai vincitori una bottiglia di vino.
«Giocavamo per un sorso di Fendant», disse Oskar.
«È vero, mi ricordo», convenne il suo interlocutore. «Riscuotevamo la nostra vincita a La Poste, a Leuk. Eri un giocatore di carte eccezionale».
«Nonostante il duro lavoro, quello sì che era un bel periodo», disse Oskar abbassando lo sguardo.
L’ex collega annuì in silenzio. Oskar afferrò la sua tazza di caffè e ne bevve un sorso. Per un istante un’algida nostalgia gettò un’ombra sulla sensazione di sollievo che di solito provava quando ripensava al lavoro in fabbrica, al ritmo frenetico dei turni, al premere della produzione che era aumentata in modo costante nel corso degli anni, o all’incompetenza dei superiori di cui era stato a lungo alla mercé.
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