Il buio che riluce
Scritti su Joë Bousquet

L’autore

Antonio Di Gennaro (1975), saggista e studioso di Emil Cioran, Joë Bousquet e Pedro Salinas. Da anni svolge un’intensa attività di ricerca sui testi inediti di questi autori. Tra i recenti volumi, da lui curati o tradotti, si segnalano: Emil Cioran, Ultimatum all’esistenza. Conversazioni e interviste [1949-1994] (La scuola di Pitagora, 2020), Emil Cioran, L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arșavir e Jeni Acterian (Mimesis, 2021), Joë Bousquet, Isel (Mimesis, 2021), Emil Cioran, Taccuino per stenografia (Mimesis, 2022), Pedro Salinas, Amore in bilico. Lettere a Katherine Whitmore [1932-1947] (Jouvence, 2023), Alejandra Pizarnik – León Ostrov, Lettere [1955-1966] (Edizioni Joker, 2024).
Per le Edizioni Joker dirige, insieme a Sandro Montalto, la collana “memoria del viaggio”.

I testi

Il volume raccoglie una serie di contributi già apparsi su riviste e opere collettive, offrendo una rilettura originale e rigorosa del pensiero tragico di Joë Bousquet (1897-1950). Lungo un percorso critico che attraversa nodi tematici come il “dolore”, la “ferita”, il “corpo”, la “scrittura”, il libro traccia un itinerario ermeneutico che progressivamente disvela la profondità e l’attualità di una figura tra le più enigmatiche del panorama filosofico e letterario francese del Novecento. Ne emerge un profilo insieme umano e speculativo, in cui la riflessione sull’esistenza si intreccia con un radicale confronto con il limite strutturale imposto dall’infermità, arrivando a problematizzare le ripercussioni psicologiche, più intime e laceranti, che caratterizzano il desiderio d’amore inappagato.

V

Divagazioni sulla scrittura di Joë Bousquet

La scrittura di Joë Bousquet non è mai lineare o discorsiva, inquadrata in una struttura logico-razionale, che in maniera sequenziale descrive o racconta situazioni o accadimenti. All’inverso, essa è sempre destrutturata e proteiforme e si muove attraversando, come in un gioco di specchi infiniti, infranti, il “multiversum” della dimensione psichica e onirica, nel tentativo di accennare poeticamente l’etereo, l’evanescente, l’insussistente, l’umbratile enigma del fatto sconcertante e destabilizzante dell’esistenza, che si sa condannata ad essere nella morte del proprio essere, senza possibilità di riscatto, di scampo o di salvezza. Alla base della sua esperienza di scrittura non vi è mai, dunque, un progetto espositivo, un’idea da dipanare per dare forma ad una narrazione organica e compiuta (anche di carattere teorico), quanto la necessità di “surrealizzare” il vissuto, sprofondando nell’abisso di sé, per obliare la ferita del corpo inerme, e immaginare l’inimmaginabile, nell’incessante dialogo con la propria Ombra, utilizzando la parola come metafora viva, allegoria simbolica, linguaggio cifrato, soggetto a infinite interpretazioni, esse stesse sfumate e nebbiose.
I piani della scrittura di Bousquet, come dimostra esemplarmente anche il volume Il paese delle armi arrugginite, sono sempre molteplici, plurali, ambigui, ermetici e non si sa mai quale sia il confine netto (tracciato e riconoscibile) tra la realtà e il sogno, tra la veglia e il sonno, tra il conscio e l’inconscio. Si alternano ricordi biografici e frammenti di eventi concreti, fattuali (come i dissidi giovanili con il padre severo), ma anche riferimenti a figure femminili criptiche, aleatorie e misteriose (come “Hirondelle-blanche” e “Rose-au-loin”). È una prosa poetica dai contorni vaghi, indefiniti, dove manca paradigmaticamente il chiarore solare del giorno e si percepisce, invece, la penombra del crepuscolo, la luce soffusa di una candela consunta, che consente di intravedere a malapena solo ombre tremule e colori sbiaditi. La scrittura del poeta di Carcassone (allucinata, trasognata) si forgia per l’appunto in questo interstizio ondulante, in questo spazio liminale, dove le parole diventano sottili feritoie, imprecise “armes rouillées” per sondare o scandagliare le instabili e insondabili profondità dell’animo umano, in un uomo affetto da paraplegia, forzatamente immobilizzato a letto e costretto a ricorrere al flebile conforto analgesico dell’oppio, per lenire il dolore lancinante e la disperazione di una solitudine cronica e opprimente.
La scrittura si pone allora come il pallido riverbero di un’onda antica, come l’eco sommessa di un suono lontano, che giunge dall’oltretomba di un morto che fortuitamente è rimasto in vita, come una visione mistica ad occhi chiusi, non di una realtà esterna, oggettiva, ma di un universo interiore, spirituale, intro- spettivo, soggettivo, fatto di intricati labirinti, cunicoli tortuosi, grotte tenebrose, impervi dirupi, che richiamano le “Memorie del sottosuolo”, di dostoevskijana ascendenza. Le “mémoires” notturne di Bousquet evocano, attraverso immagini suggestive (potenti e struggenti) l’ineffabilità del lutto, l’irreparabilità di una condizione ontologica-fisiologica, l’irrappresentabilità del desiderio, il delirio nostalgico dell’amore assente, incarnando, visceralmente, lo squarcio (la scissione, la lacerazione, la lesione) della carne e della mente, che avvertono il mondo non come ambito di possibilità positive da realizzare, ma come invalicabile prigione di un’inabilità strutturale, di una necessità funesta, di un destino avverso, infausto, crudele.
Se è vero ciò, se è vero che la scrittura, parafrasando Emil Cioran, è un effimero “mezzo di liberazione”, per mitigare l’angoscia e l’inquietudine di esistere, nonché per trasfigurare le lacrime sofferte del singolo in gemme lucenti per l’umanità, è altrettanto vero che in Bousquet, la scrittura è impregnata di silenzio e di interrogativi paradossali, inesauribili e senza risposta. È un linguaggio ipnagogico che non concede alcuna illusoria consolazione, ma che scava senza sosta nei recessi più nascosti della labile psiche; non redime, non grazia, ma disvela le verità più intime e le contraddizioni oltremodo tragiche e irrisolte della coscienza infelice. In essa, la parola non cerca una catartica via d’uscita, ma si accampa, mesta e desolata, sul margine dell’abisso, testimoniando l’incomunicabilità del patico, l’impossibilità di dirsi, e, al tempo stesso, la necessità di comunicare l’incomunicativo, di esprimere l’indicibile. “Cosa prova un morto? Come sentire la morte?”: sono questi i quesiti metafisici impellenti che tormentano il cuore straziato di Bousquet e che lo costringono a custodire e vegliare, nell’assordante silenzio delle notti insonni, le tenebre cupe di un buio accecante.

Antonio Di Gennaro 

Il buio che riluce
Scritti su Joë Bousquet

ISBN-13: 978887536599-8

2026

pp. 90

cm 12×22,5

€ 14,00

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