La botanica della saggezza
Poliedrici ed ecologici
L’autore
Avvocato civilista di Novi Ligure, Andrea Quaglini è iscritto presso l’Ordine di Alessandria. Mediatore civile e commerciale, Guardia Ecologica Volontaria della Provincia di Alessandria, è Basic Practitioner di PNL (Programmazione Neuro Linguistica).
Negli anni scorsi ha pubblicato per Giuffrè Francis Lefebvre alcuni fascicoli della collana “Officina del diritto”: La difesa dell’avvocato (2020), La deontologia dell’avvocato mediatore (2020), L’avvocato consulente in mediazione (2021) e con altri autori L’esperto negoziatore nella crisi d’impresa (2022).
I testi
L’articolo 42 della nostra Costituzione riconosce e garantisce la proprietà privata stabilendo che deve avere una funzione sociale.Su questa premessa l’Autore, traendo spunto da elementi di botanica, quali alberi e coltivazioni che caratterizzano una vecchia cascina di campagna, tratta della “destinazione ecologica” della stessa e del valore della “proprietà ecologica”: di quello che può essere considerato un “monastero laico”.
La trattazione articolata in 24 brevi capitoli, leggibili autonomamente e non necessariamente in sequenza, spazia dalla filosofia all’economia, dall’antropologia alla botanica, dall’agricoltura alla religione, dalla psicologia alle scienze della comunicazione, per concludere affrontando l’“ecologia profonda o integrale”.
Ne esce una proposta di vivere improntata a criteri che invitano l’uomo ad essere “poliedrico ed ecologico”, inteso che siamo immersi in un presente caotico, consumistico, “liquido e complesso”, dominato da una tecnologia e una tecnocrazia senza cuore, allo scopo di poter vivere in modo sereno ed equilibrato riscoprendo di noi stessi la dimensione spirituale, forse.
Andrea Quaglini
La botanica della saggezza
Poliedrici ed ecologici
Disegni di Marialuisa Corte
I FuoriCollana
ISBN-13: 978887536588-2
2025
pp. 202
cm 17×24
€ 23,00
CAPITOLO II
L’antico gelso
Considerazioni di economia
Notizie di botanica
Il gelso o morus alba è un albero di media grandezza, dalla corona espansa e densa. La corteccia è grigia quando è giovane, poi tende al bruno e si fessura nel senso della lunghezza. Le foglie sono verde chiaro. Esiste anche il morus nigra che è più grande del gelso che conosciamo noi ed ha un aspetto più rustico e robusto (fonte M. Rigoni Stern).
Il gelso è un genere di pianta della famiglia delle Moracee, originario dell’Asia, ma anche diffuso, allo stato naturale, in Africa ed in Nord America. Comprende alberi o arbusti da frutto di taglia media, comunemente chiamati appunto gelsi. I frutti (more di gelso nere oppure bianche) sono edibili mentre le foglie sono utilizzate in bachicoltura come alimento base per i bachi da seta e questo giustifica la presenza residua nelle campagne. In dialetto dalle nostre parti vengono anche chiamati “muron” (da mora).
Idee forza
Nella campagna, in pianura, in passato era tipico vedere file di gelsi che di solito venivano piantati o ai bordi delle carrarecce oppure utilizzati quale segno di confine fra terreni agricoli. Attualmente ne rimangono pochi, anche a causa di malattie varie che li hanno intaccati e fatti seccare. Di fiori di gelso insomma non ce ne sono quasi più e trovarne qualcuno è una vera gioia (D. Demetrio).
Passeggiare in campagna e sostare, soprattutto nella calura, sotto un gelso mi rimanda a ricordi dell’infanzia, cioè a quando trascorrevo l’estate dai nonni materni. Sotto le piante di gelso si andava a riposare nell’ora calda dissetandosi con l’acqua (magari zuccherata) tenuta in fresco proprio all’ombra. Rivedo il trattore nel campo fermo sotto il sole, risento il profumo intenso del fieno secco da rastrellare per poi essere “imballato”. Il nonno ed io sotto il gelso: lui a “pipare” una nazionale senza filtro di nascosto dalla nonna. Altri tempi in cui il paesaggio e l’economia agraria vantavano file di piante, siepi, varietà di specie. Le piante portavano molta ombra e frescura: ora non più, solo paesaggi tutti piatti con agricoltura intensiva, nessuna lavorazione a mano, solo trattori grandi come grattacieli. Si era più felici allora oppure oggi? Francamente sono tempi quelli degli anni della giovinezza, vissuti d’estate in campagna, che rimpiango molto. Si viveva in modo, non povero, ma senz’altro più semplice, basato su criteri di economia frugale.
Queste considerazioni mi inducono a discorrere brevemente di economia in generale. La nostra rozza civiltà genera una moltitudine di bisogni ed i legislatori non sanno più a che santo votarsi per tenere il passo (diceva già più di un secolo fa J. Muir). Non va fatta opposizione al progresso ma opposizione ad un progresso cieco. Dobbiamo risvegliarci dagli effetti stordenti del vizio dell’iperindustriosità, dalla mortale apatia del lusso: siamo soffocati dal comfort come orologi impolverati, facciamo tanto e guadagniamo altrettanto ma non siamo capaci di fare del bene a noi stessi (sempre J. Muir). Si sopporta con sempre maggior difficoltà l’egemonia del profitto, del denaro, del calcolo (statistico, di crescita del PIL, dei sondaggi) che ignora i nostri veri bisogni come le nostre legittime aspirazioni ad una vita, al tempo stesso, autonoma e comunitaria (insegna E. Morin). Negli ultimi decenni l’egemonia dell’economia liberale globalizzata ha visto il profitto crescere oltre misura a detrimento delle solidarietà e delle convivenze; le conquiste sociali sono state in parte annullate, la vita urbana si è degradata, i prodotti hanno perso la loro qualità causa l’obsolescenza programmata, gli alimenti hanno perso le loro virtù (sapore e gusto).
Meno male che la coscienza ecologica ci consente tuttavia di immaginare un’altra civiltà. Quale? Un mondo in cui sviluppare energie pulite, devolvere proventi economici anche alla pulizia delle nostre città degradate, sanificando l’agricoltura, riducendo gli allevamenti industrializzati, ritornando all’agricoltura di fattoria ed all’agro-ecologia. Un nuovo processo di civilizzazione dovrebbe tendere a restaurare forme di solidarietà sociali, a stimolare la convivialità, soddisfacendo il bisogno umano primario che inibisce la vita razionalizzata, cronometrata, votata in modo esasperato all’efficienza. Va riconquistato un tempo adeguato ai nostri ritmi alternando periodi snervanti di velocità a periodi sereni di lentezza. Conosciamo una sovrapposizione di sviluppi urbani, tecnici, burocratici, industriali, capitalistici, finanziari, individualistici della nostra civiltà che creano però solo caos. Viviamo completamente immersi in una società consumistica e l’origine di ciò deve essere rinvenuta nella volontà degli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, di lasciare spazio all’iniziativa privata in campo economico, dando corso all’economia di mercato: quest’ultima fece poi ingresso nella politica americana. Si riteneva, ma molti pensano in questo modo ancora oggi, che il mercato non sottoposto a controlli (oppure a pochi controlli) avesse una ricaduta positiva in ambito sociale. La conseguenza di questo pensiero degli economisti era quindi di avere grande fiducia nel mercato e di riservare funzioni minime allo Stato.
Secondo il pensiero liberale, in particolare secondo la famosissima metafora della “mano invisibile”, “ogni individuo […] non intende, in generale, perseguire l’interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo […]. Quando dirige la sua attività in modo tale che il suo prodotto sia il massimo possibile, egli mira solo al proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile, in questo come in altri casi, a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri nelle sue intenzioni è un danno per la società. Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo più efficace di quando intende perseguirlo” (questo scriveva e sosteneva Adam Smith).
L’economia di mercato diventò, dapprima negli USA e poi in tutto il mondo, tranne nei paesi comunisti, l’idea di politica economica imperante e lo è tutt’oggi, sia pure con molti distinguo. Nel mondo accademico alcuni aggiustamenti sono derivati dal cosiddetto “modello keynesiano” (dal nome dell’economista John Maynard Keynes) secondo cui lo stato in ogni caso doveva (e deve tuttora) farsi carico, ricorrendo alla leva dell’imposizione fiscale, di tutta una serie di servizi (dalla scuola alla sanità, dall’assistenza sociale alle sovvenzioni all’agricoltura, dall’indennità di disoccupazione alla tutela dell’ambiente e via discorrendo) con un evidente aumento della spesa pubblica da finanziare in deficit (il “debito pubblico”). In estrema sintesi Keynes sosteneva che non si poteva, ed a maggior ragione non si possa oggi, vivere nell’alveo di un “indisturbato individualismo”. Questo perché nella società non tutti sono ricchi, belli, alla moda, in perfetta salute, istruiti adeguatamente, ecc. ecc. vi è la necessità di garantire servizi sociali, possibilmente efficienti. Ma se il liberalismo era il pensiero dominante in economia l’eccesso di liberalismo ci ha condotti a vivere in una società opulenta (termine usato dall’economista John K. Galbraith) in cui dominano la tecnologia, la tecnocrazia, la burocrazia, il largo impiego di capitale (la c.d. finanziarizzazione del mondo), la specializzazione perseguita in modo ossessivo. A ciò si è aggiunta la globalizzazione che coinvolge i paesi comunisti o pseudo tali. […]
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