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Umberto Battegazzore
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La
mistica trascendenza di Litterio Butti
Profilo di
un compositore dimenticato
Litterio Butti fu un uomo di
ampia e rara cultura con l’aspirazione continua alla fede e
al mistero attraverso la ricerca di una spiritualità che
gettava le basi sull’arte musicale. In pratica, la creazione
di una grande musica, una super musica e nel contempo il superamento
dell’uomo per essere se stesso.
L’elemento di “infinito” deve pervadere
tutta l’attività dell’uomo.
Tuttavia non disponiamo di elementi sufficienti per tracciare una linea
esauriente sul pensiero filosofico e la visione del mondo di Litterio
Butti, un pensiero che è a volte contrastante per
l’illimitatezza nella creatività
dell’“io”.
È probabile che il suo pensiero trovi origine da una
esperienza soprattutto mistica decisamente singolare, l’arte
musicale interpretata come culto esoterico. Tutto ciò lo
porta a percorrere una strada della creazione alquanto originale ed
eclettica, anche se, nel corso del ’900 la sua figura
è stata fortemente eclissata.
Egli riassume le caratteristiche dell’individuo romantico
alla continua ricerca della verità irraggiungibile,
analizzando, come vedremo nella presente pubblicazione, vari campi
della conoscenza umana.
Per Litterio Butti la musica ha in sé caratteristiche
religiose, divine e al tempo stesso umane, che si armonizzano.
La figura del musicista Butti si pone, presumibilmente, a
metà strada fra la concezione del pensiero
musica-uomo-divinità di Aleksandr Skriabin e Francesco
Faà di Bruno: il primo, legato alla dottrina che
“l’uomo possiede in sé
l’onnipotenza che le religioni attribuiscono agli
dei”, tema rimarcato da Skriabin nel coro finale della sua
Sinfonia n. 1 op. 26; il secondo, contrariamente, concepiva
l’essere che crea arte come mezzo per avvicinarsi a Dio,
ponendo la musica al di sopra di tutte le arti, poiché tende
a toccare un ambito ideale assurgendo direttamente a Dio.
Ma, se Skriabin si addentrava in linguaggi musicali evoluti come la
rottura di gerarchie tonali mediante una struttura del proprio
linguaggio armonico-melodico sulla base di sovrapposizioni di
“quarte” che formavano
l’“accordo mistico”, Faà di
Bruno, musicista “non professionista” rimaneva ad
uno stile semplice, inventore del canto popolare liturgico,
anticipatore delle posizioni, riguardanti la musica in chiesa, del
Concilio Vaticano II: quindi, l’universo oscuro espresso
attraverso il dio-uomo (Skriabin), quello che tende al
“divino” (Faà di Bruno) e finalmente la
posizione espressa dal nostro Butti, quella di attingere al passato.
È il caso della sua opera Omòniza, quindi valore
storico che tende alla leggenda umana, il rifarsi a stilemi compositivi
passati (Grand opèra)3, il ringraziamento a Dio di poter
percorrere questa strada ma al contempo il rifugio nello spiritismo, e
comunque nel passato.
Nella sua produzione cameristica e religiosa riscontriamo la traccia
palese del suo spirito che attribuiva all’arte
finalità essenzialmente etiche e dovunque rivela suggestivi
richiami del cuore umano, dai più eletti sentimenti
dell’amore a quelli più trascendenti della fede.
[...]
(dall'Introduzione
di Umberto Battegazzore)
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