Percorsi alternativi

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Supplemento al Numero 3/2006

Anno II - dicembre 2006

€ 8,00

 

Umberto Battegazzore

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La mistica trascendenza di Litterio Butti

Profilo di un compositore dimenticato

 

Litterio Butti fu un uomo di ampia e rara cultura con l’aspirazione continua alla fede e al mistero attraverso la ricerca di una spiritualità che gettava le basi sull’arte musicale. In pratica, la creazione di una grande musica, una super musica e nel contempo il superamento dell’uomo per essere se stesso.
L’elemento di “infinito” deve pervadere tutta l’attività dell’uomo.
Tuttavia non disponiamo di elementi sufficienti per tracciare una linea esauriente sul pensiero filosofico e la visione del mondo di Litterio Butti, un pensiero che è a volte contrastante per l’illimitatezza nella creatività dell’“io”.
È probabile che il suo pensiero trovi origine da una esperienza soprattutto mistica decisamente singolare, l’arte musicale interpretata come culto esoterico. Tutto ciò lo porta a percorrere una strada della creazione alquanto originale ed eclettica, anche se, nel corso del ’900 la sua figura è stata fortemente eclissata.
Egli riassume le caratteristiche dell’individuo romantico alla continua ricerca della verità irraggiungibile, analizzando, come vedremo nella presente pubblicazione, vari campi della conoscenza umana.
Per Litterio Butti la musica ha in sé caratteristiche religiose, divine e al tempo stesso umane, che si armonizzano.
La figura del musicista Butti si pone, presumibilmente, a metà strada fra la concezione del pensiero musica-uomo-divinità di Aleksandr Skriabin e Francesco Faà di Bruno: il primo, legato alla dottrina che “l’uomo possiede in sé l’onnipotenza che le religioni attribuiscono agli dei”, tema rimarcato da Skriabin nel coro finale della sua Sinfonia n. 1 op. 26; il secondo, contrariamente, concepiva l’essere che crea arte come mezzo per avvicinarsi a Dio, ponendo la musica al di sopra di tutte le arti, poiché tende a toccare un ambito ideale assurgendo direttamente a Dio.
Ma, se Skriabin si addentrava in linguaggi musicali evoluti come la rottura di gerarchie tonali mediante una struttura del proprio linguaggio armonico-melodico sulla base di sovrapposizioni di “quarte” che formavano l’“accordo mistico”, Faà di Bruno, musicista “non professionista” rimaneva ad uno stile semplice, inventore del canto popolare liturgico, anticipatore delle posizioni, riguardanti la musica in chiesa, del Concilio Vaticano II: quindi, l’universo oscuro espresso attraverso il dio-uomo (Skriabin), quello che tende al “divino” (Faà di Bruno) e finalmente la posizione espressa dal nostro Butti, quella di attingere al passato. È il caso della sua opera Omòniza, quindi valore storico che tende alla leggenda umana, il rifarsi a stilemi compositivi passati (Grand opèra)3, il ringraziamento a Dio di poter percorrere questa strada ma al contempo il rifugio nello spiritismo, e comunque nel passato.
Nella sua produzione cameristica e religiosa riscontriamo la traccia palese del suo spirito che attribuiva all’arte finalità essenzialmente etiche e dovunque rivela suggestivi richiami del cuore umano, dai più eletti sentimenti dell’amore a quelli più trascendenti della fede.

[...]

 

(dall'Introduzione di Umberto Battegazzore)

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