i libri

 

Kristijonas Donelaitis

 

Le Stagioni

 

Cura e traduzione

di Adriano Cerri

 

 

2014

ISBN-13: 978887536353-6

pp. 302

cm 15x21

€ 20,00

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Come Dante fra gli italiani, così Donelaitis fra i nostri non soltanto dà inizio alla letteratura, ma vi occupa da subito un posto di assoluto rilievo, se non addirittura il primo” (Maironis). Kristijonas Donelaitis (1714-1780) è considerato il primo e spesso anche il più grande poeta della Lituania. Pastore luterano, costruttore, musicista, erudito e poeta, la sua figura poliedrica si staglia come quella di un gigante nella storia della cultura e dell’identità nazionale del suo popolo.

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I testi


Metai (ʻLe stagioniʼ) è il capolavoro della letteratura lituana. Il poema, scritto in esametri, ci trasporta in una comunità rurale del Regno di Prussia; il lettore si troverà immerso nella vita quotidiana dei būrai (i lituani servi della gleba): una vita segnata da stenti e duro lavoro, ma anche ripagata da un buon raccolto e dalle allegrie di chiassosi banchetti. Gli abitanti del villaggio danno voce a un epos originalissimo che si snoda lungo il ciclo delle stagioni, portandoci ora sui campi a falciare sotto il solleone, ora a riscaldarci accanto alla stufa, in una casupola di legno, per far fronte al gelo invernale. L’opera, che più di tutte rappresenta la Lituania nel mondo, nei secoli è rimasta una continua fonte di ispirazione per poeti, drammaturghi, pittori, musicisti e artisti di ogni campo. Le Stagioni, finora tradotte in 14 lingue, fanno parte della lista dei capolavori della letteratura europea stilata dall’UNESCO.

Nel volume, che ha i testi originali a fronte, sono inserite anche sei favolette e tre poesie in tedesco.

 

 

* * *

 

da Gioie di primavera

[...]

         Ora su, contemplando la mano della Provvidenza,
riprendiamo a poco a poco le consuete attività;
non ci spaventiamo se udremo mugghiare il temporale
o se i vari e mutevoli venti ci minacceranno!
Affrettiamoci, provvediamo a ciascuna occupazione!
Serviran cavalli per arare, vomeri e versòi,
e per gli erpici occorrono rébbi e ronzini ingrassati.
La terra, che per noi arano pesantemente i buoi,
al comando gli agili ronzini devon sminuzzare.»
         «Grazie a Dio, – disse Slunkius, – s’è potuto anche stavolta
riposare e ristorare le nostre povere membra.
Ah, quante volte, dimentico d’ogni preoccupazione,
ho russato sotto la coperta al caldo della stufa.
Ah, se fosse stato più lungo il durare dell’inverno,
se ci fosse dato in sorte di dormire di continuo!
Ora – Dio pietà! – l’estate già si affaccia e suggerisce
d’intraprendere di nuovo il gran fardello dei lavori.
I miei occhi già cominciano di lacrime a bagnarsi
e mia moglie (voi sapete come son fatte le donne)
corrugata, piange sempre, contorcendosi le mani.
Io, gemendo senza sosta, nel vedere tanta pena
dico: cara, su, smetti una buona volta di frignare!
Ecco, abbiamo ancora tempo per adempiere ai lavori.
Si sa bene che una ruota vecchia, girando pian piano,
spesso supera quella che sfreccia sempre sballottando;
e quest’ultima si rompe poi per il troppo girare!
Un ronzino goffo, dunque, abituato a stare al passo,
può talvolta trasportare il suo fardello più lontano
di un cavallo che s’infuria e salta ritto sulle zampe,
provocandosi da solo degli inutili infortuni.
Lemme lemme senti cigolare il carro del mercante
che di fattoria in fattoria vende il suo catrame
e ciononostante si guadagna dei buoni denari.
E perché dovrebbe il būras scarrozzare a destra e a manca
sovraccarico d’affanni e col cuore oppresso in petto?
         Finché visse, mio padre Kubas non fu così cretino;
già suo padre Stepas gli aveva insegnato a viver bene.
“Figli! – urlava sbronzo, steso sulla stuoia e ricoperto
da un ruvido sacco, proprio come un ruvido villano, –
Figli! Lungi da voi cercare qualcosa di diverso;
voi dovete viver come noi, vostri padri, vivemmo.
Adoprate il senno: datevi al lavoro con lentezza.
Risparmiate con avvedutezza nella gioventù,
ché l’improvvisa vecchiaia trovi ancora delle scorte.”
Le parole di mio padre me le sono impresse in testa
e fintanto che vivrò me le ripeterò ogni giorno.»
         All’udire questo stupido discorso, tutti i būrai
arrossirono; ma Pričkus con coraggio venne avanti:
«Torna nello sterco – disse, – che s’addice ai parassiti!
Ogni giorno con le tue schifezze tu e la tua famiglia
ricoprite d’onta voi stessi e noi tutti, lituani.
Quando mi mandò il governatore a far quadrare i conti,
quanti colpi t’ho sferzato sulla schiena – lo ricordi? –
da ridurre in stracci quella tua decrepita pelliccia.
E la guardia quante volte t’ha scuoiato e t’è toccato
trascinarti a fare i lavori obbligati zoppicante.
Pezzo d’uno sciagurato! Tra baldorie e cibi ghiotti
divorasti il campo coi recinti e tutta la tua casa.
E non ti vergogni di voler guastare anche i tuoi figli?
         Viceversa, o miei vicini, retti padri di famiglia,
affiancati da compagne oneste, noi non ci dobbiamo
vergognare quando, nel disporci ai rustici lavori,
il letame rivolteremo e dissoderemo i campi;
persino la prima umanità, caduta dalla Grazia,
faticava e lavorava per riempire la scodella,
ché il sostentamento non ci fu promesso senza sforzi.
Gingillandoci e poltrendo non andremo avanti molto.
Se lo stomaco affamato chiede cibo per ristoro,
prima deve tutto il corpo, com’è giusto, faticare.
Quindi ognuno metta i finimenti e adorni il proprio bove
e lo addestri nuovamente ad obbedire come deve;
quello che ha rimuginato nella stalla lungo il verno
deve raccontarlo a tutti, ora che torna l’estate.
Sciocco d’un Merčiukas, cosa ridi a bocca spalancata?
Non per scherzo tocca ai būrai lavorare in servitù.
Tu non hai provato quando il ‘tintarello’ è sotto sforzo,
o il marrone sconsolato muove a malapena un passo.
Prova un po’ quando si mette il funzionario a strepitare
e coi denti digrignati ti ricopre d’improperi.
         E tu, Pukys, buono a nulla, non dimenticar che Lauras
ti comanderà di assolcare la sodaglia di Kasparas.
Ogni anno fai sfiancare i bovi come un farabutto,
come un macellaio fai patir la sventurata bestia.
Quando il mandriano pascola l’armento, fa spavento
vedere i tuoi bovi uscire lamentosi dal recinto;
tra di loro ce n’è uno con un solo corno in testa,
mentre un altro non ha più la coda e avanza con fatica.
Di recente c’era qui la guardia per il sopralluogo,
e imprecando chiese cosa fosse capitato loro;
disse Paikžentis: “È colpa di Pukys che li ha stremati.”
Mascalzone, non ti rendi conto di quello che fai?
Il buonsenso l’hai perduto tutto con questa condotta?
Pensa un po’ come ti sentiresti se il tuo ‘tintarello’,
afferrandoti la testa, ti facesse trascinare
un aratro e quando poi fossi allo stremo delle forze
ti nutrisse come un bove con la paglia d’un covone
per finire fatto a pezzi per mano del macellaio.
Pensa un po’ come ti sentiresti con le briglie addosso,
se come una bestia ti toccasse trascinar l’aratro.
Perciò, uomo, tutti i giorni devi ringraziare Dio
per l’aiuto di ‘bianchino’ e di ‘brunello’ nei lavori
e per i ronzini che tirano l’erpice al tuo posto.
[...]

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