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i libri
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Lupo
(Franco
Barella)
...ma, fu solo
per un attimo

Nuova serie n.
6
2011
ISBN-13: 978-88-7536-286-7
pp.
496
cm
21x30
€
25,00
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L'autore
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L'autore |
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Franco Barella (Lupo), classe
1925, Partigiano combattente.
Comandante di distaccamento
G.A.P. “MO” di Alessandria fino al 23 gennaio 1945, poi
nella IV Divisione Garibaldi “Pinan-Cichero”, Brigata
“Oreste”.
Ferito in combattimento il 26
giugno 1944 e il 25 aprile 1945, decorato di Croce di
Guerra.
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I testi |
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Credo che ascoltare il
testimone, anche se di sovente incapace di vincere
l’emozione del ricordo, sia il veicolo più diretto ed
immediato per conoscere gli eventi, capirne le motivazioni e
penetrare nella realtà vissuta.
Perciò ho voluto riascoltare
amici e compagni partigiani e trascrivere le memorie.
Per facilitarmi il compito ho
redatto le testimonianze in prima persona; questo potrebbe
indurre a far assommare a uno, o pochi protagonisti, larga
parte degli episodi.
Nulla di più errato tenendo
anche presente che più di uno ebbe lo stesso nome di
battaglia - Lupo lo ebbero, che io sappia, almeno in cinque
- e che diversi testimoni hanno rifiutato, per ragioni che
mi sfuggono, di essere citati o elencati tra i protagonisti.
In aggiunta alla
preoccupazione di trovare riscontri alle testimonianze, ho
incontrato di sovente serie difficoltà, a volte insuperate,
per ottenere l’autorizzazione a rendere noti episodi
particolarmente segnanti.
Fu giocoforza per altre
cambiare i nomi dei partigiani, dei personaggi e dei luoghi,
per espressa, condizionante volontà del testimone, oppure
per evidenti ragioni di opportunità. Anche motivazioni
diverse, non esclusa quella derivante da comportamenti
anomali, hanno reso necessario che su alcuni fatti fosse
impossibile qualsiasi identificazione di sorta, in
particolare quella degli spalloni: di qui la necessità di
omettere o mutare i percorsi, nonché i nomi delle località
di frontiera.
Non tutti agirono per spirito
di umana solidarietà o per confermarsi attivi nella rivolta
alla soperchieria, ma per tornaconto: eppure anche loro
furono necessari, entrarono, sia pure in modo improprio,
nella lotta e assunsero gravi rischi, forse neanche del
tutto valutati, perciò non mi sono sentito, né mi sento, di
giudicarli, ma neanche di elencarli insieme ai “ribelli”.
Lupo
* * *
Antonio
Antonio aveva cominciato a
tossire da una settimana, ma erano in pochi senza la
bronchite. Nella notte però lo sentii ansimare dal fondo
dello stanzone. Nel pomeriggio successivo i suoi occhi
divennero stranamente lucidi.
Cercò di coprirsi con tutti
gli indumenti che trovò. Si strinse la sciarpa di lana
grossa intorno al collo quasi a strozzarsi, si raggomitolò
su se stesso e restò lì a tossire sempre più forte. Per un
paio di giorni rifiutò anche di mangiare quella mistura di
riso senza sale con due uova spaccate sopra e rigirate:
l’unico pasto per trenta uomini. Anche il pane duro e secco
era finito e l’intendenza sembrava svanita nel nulla con i
viveri che doveva portare.
Il comandante esentò Antonio
dalla guardia e dalla pattuglia, ma neanche il riposo sembrò
giovargli.
Mi accorsi che sputava
sangue. Feci informare il dottor Battilana a Voltaggio che
avrei portato l’ammalato alla prima cascina dopo gli Eremiti
verso il paese, perché lo potesse visitare e curare.
L’amico dottore arrivò quasi
contemporaneamente a noi. Stendemmo l’ammalato sul letto e
scoprimmo il torace. Le ossa trasparivano quasi dalla pelle
arrossata dal freddo.
Chino ad auscultarlo il
medico, aggrottando le ciglia, si informava dei dolori,
della tosse. Scrollò la testa vedendo sul fianco destro la
pelle quasi ustionata dai mattoni caldi che gli avevano
appoggiato per fargli passare il dolore del colpo d’aria.
- Quanto è che non mangi?
- gli chiese con dolcezza.
-
Non ho fame dottore e poi il
riso mi fa venire il vomito.
- Rivestiti ragazzo. -
soggiunse mentre rovistava nella borsa estraendone una
bottiglietta e una scatola di pillole.
Lo trassi in disparte: -
Si rimetterà
presto, vero?
- È tubercolosi! -
sussurrò Battilana spingendomi fuori dalla stanza, e appena
usciti mi investì: -
Ma che razza di incoscienti
siete? Tenere dei ragazzi, bambini quasi, a dieci gradi
sotto zero senza dargli neanche da mangiare?! Ma credete che
siano di ferro? O che si possa morire solo di baionetta?
Solo un miracolo lo può salvare, ma deve essere ricoverato
subito in un ospedale specialistico.
-
È ricercato, se scende al
piano è spacciato e per il mangiare non c’è niente da fare.
I contadini non ne hanno neanche per loro, dalla pianura non
arriva quasi più niente e con i lanci ci hanno buttato solo
poche armi e dell’esplosivo plastico.
- Gli direi io dove
mettersi l’esplosivo. - inveì il dottore.
Poi si rabbonì, mi pose una
mano sulla spalla: -
Non è certo colpa vostra, lo
so, anche tu e gli altri siete pronti per il sanatorio, ma
questo ragazzo va ricoverato subito.
Ci lasciò qualche medicina,
si incaricò di avvisare la famiglia a Sampierdarena (o
Rivarolo), convinse i contadini a tirare il collo a un pollo
perché il malato potesse fare almeno un pasto.
Due giorni dopo appena fuori
dall’abitato dei Piani di Praglia ci incontrammo con il
padre di Antonio. Era venuto con il calesse guidato da un
amico per portarsi a casa il figlio. Terreo in volto si
avvicinò alla lesa
sulla quale
avevamo trasportato all’appuntamento lo sfortunato compagno.
Con la grossa mano callosa gli accarezzò delicatamente la
guancia scavata, rispose deglutendo le lacrime, che non
voleva spargere, al sorriso mesto, ma consolato del figlio.
- Coraggio Tonino,
guarirai presto.
Prese in braccio il suo
bambino stringendolo al petto e lo adagiò sul sedile del
calesse accanto al conducente, lo sistemò tirandogli la
sciarpa sulla bocca, si sedette al suo fianco abbracciandolo
stretto.
- Grazie. - e si volse
per la prima volta a guardarci.
Vidi uno stupore penoso
disegnarsi su quel volto rude.
- Ma - si interruppe -
Voi state bene?
Non c’era molta differenza
fra noi e Antonio.
Si girò, trasse un involto
dalla rete dietro la cassetta:
- Tenete, noi intanto
saremo presto a casa. È roba da mangiare.
Presi quel pacco mentre il
cavallo, sollecitato, cominciava a muoversi.
- Ciao, arrivederci! -
disse Antonio - A presto compagni.
- Ciao Antonio, a presto.
- urlai appena mi fu possibile parlare.
A testa bassa in silenzio ci
avviammo all’alloggiamento lontano.
- Domani scendiamo a Bosio
a requisire del bestiame.
Proruppi quasi urlando per
vincere il groppo che serrava le parole in gola.
Cini,
il comandante, si fermò, mi si piantò davanti a gambe
divaricate.
- Non dire stupidaggini
conosci gli ordini.
Lo spinsi a lato quasi
travolgendolo, sbraitando senza più ritegno: -
Ma andate a puttane, te e
tutti i capoccia della malora, gli ordini, l’opinione
pubblica, il comportamento leale verso la popolazione e
tutti i cazzi che avete inventato per farci crepare di fame,
o marcire in questo schifo di montagne di merda, per una
Patria stronza che mi ha dato che naia, botte e fame.
Non ci furono requisizioni.
Antonio non tornò più fra noi. Non risulta negli elenchi dei
Caduti per la Libertà. È solo uno che è morto tisico nel
’44.
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