i libri

Graziella Gaballo

 

L'impegno delle mazziniane per l'emancipazione femminile.

Il contributo

di Elena Ballio

Nuova serie n. 14

2018

ISBN 13: 978887536420-5

pp. 134

cm 15x21

€ 18,00

 

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L'autore

Graziella Gaballo, laureata in filosofia e in storia e già docente di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado, è socia della Società italiana delle storiche (Sis) e della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco), collabora con l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi” ed è redattrice della rivista “Quaderno di storia contemporanea”. Ha pubblicato numerose monografie e saggi in volumi collettanei e in riviste su temi di storia resistenziale, didattica e storia delle donne.

Tra le sue opere più recenti ricordiamo: Né partito né marito... I fatti del 7 marzo 1978 e il movimento femminista genovese degli anni Settanta, Joker, Novi Ligure 2014 e Il nostro dovere. L’Unione Femminile tra impegno sociale, guerra e fascismo (1899-1939), Joker, Novi Ligure 2015.

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I testi

 

Questo lavoro delinea alcune direttrici intorno a cui si sviluppò, dopo la nascita del nuovo Regno, il movimento emancipazionista italiano che individuò mazzinianesimo la sola forza democratica in grado di dare voce a una domanda di autonomia e di cittadinanza femminile.

In tale contesto si colloca Elena Ballio (1847-1917), il cui percorso politico e culturale è al centro della presente ricerca. Il suo impegno si sviluppò, pur all’interno di una più ampia gamma di interessi, intorno a un filo conduttore principale che teneva strettamente intrecciati i temi dell’emancipazione femminile e della educazione e istruzione delle donne e si manifestò pubblicamente a partire dal 1867 quando, allora risiedente con la famiglia ad Alessandria, fu tra le fondatrici – insieme ad altre venticinque socie, tra cui la sorella Giulia – del Comitato per l’emancipazione delle donne italiane, nato in appoggio al progetto di legge per il voto alle donne presentato quell’anno in parlamento da Salvatore Morelli. Dall’anno seguente iniziò a collaborare al periodico emancipazionista “La Donna”, fondato nel 1868 da Gualberta Alaìde Beccari. Elena Ballio affiancò a quella di insegnante prima e di direttrice scolastica dopo alcune altre attività – di autrice di manuali, collaboratrice di riviste, conferenziera – mostrando di aderire a quel modello di “donna nuova” in grado di muoversi con autonomia e libertà e di trarre la propria indipendenza economica dal lavoro; l’emancipazione femminile è da lei intesa tuttavia non come oggetto di rivendicazione in sé, semplice risposta a una domanda di uguaglianza, bensì come mezzo per meglio adempiere il proprio dovere nella sfera pubblica, in quel gioco di equilibrio tra diritti e doveri che è alla base del pensiero di Mazzini.

 
* * *

 

1.
IL MAZZINIANESIMO FEMMINILE


Il lavoro che segue intende delineare alcune direttrici intorno a cui si sviluppò, innescando e accelerando processi di partecipazione, il femminismo mazziniano postunitario. La scelta è stata quella di usare come filo conduttore le tappe dell’impegno politico e culturale della mazziniana Elena Ballio (1847-1917) – molte volte citata, ma di fatto poco conosciuta – nella convinzione che spesso l’analisi di percorsi individuali è in grado di offrire utili contributi per la conoscenza e la comprensione di più vasti movimenti.

Le donne nel nuovo Regno

La partecipazione attiva, articolata e trasversale delle donne al Risorgimento – inteso non solo come movimento insurrezionale, ma anche come processo di formazione dell’identità nazionale – si espresse con forme e con modalità diverse su cui c’è ancora molto da indagare1; è però certo che questo protagonismo giocò un ruolo fondamentale nel far emergere una nuova coscienza femminile che “per la prima volta nella storia italiana, condivide[va] un progetto di trasformazione del proprio destino sociale e dei rapporti sociali nel loro complesso”2 e che poneva con forza la questione della partecipazione alla vita dello Stato e alla costruzione della nazione.
Tuttavia, le donne che a vario titolo avevano preso parte alle lotte risorgimentali – o che ne erano eredi3 – non si videro però riconosciuta nel nuovo Stato unitario, che proprio da quelle lotte era nato, alcuna capacità giuridica: esso infatti si fondò sulla loro netta subordinazione nella sfera familiare e sulla loro esclusione dalla cittadinanza politica. Palesò da subito le ambiguità su cui nasceva la nuova nazione l’esclusione delle donne dai plebisciti che avrebbero dovuto ratificare col consenso popolare il processo di costruzione nazionale4. Ma furono soprattutto il codice civile Pisanelli del 1865 e la legge elettorale entrata in vigore in quello stesso anno a indicare chiaramente come nel nuovo Stato le donne non fossero previste né come individui né come cittadine. Il primo sanciva, infatti, all’interno del matrimonio civile e indissolubile, da una parte la figura di un marito capo della famiglia, la cui volontà aveva la preminenza su quella materna rispetto alle scelte relative ai figli, e dall’altra quella di una moglie cui non era nemmeno consentita l’autonoma e indipendente amministrazione del suo patrimonio in quanto soggetta all’autorizzazione maritale5, mentre la seconda privava del diritto di voto anche le donne residenti nei territori ex asburgici che lo avevano invece esercitato fino ad allora6. All’irruzione nella storia di un nuovo soggetto che si era rivelato, con il suo concreto sostegno alla causa nazionale e unitaria, capace di contribuire in modo determinante ai cambiamenti sociali, politici e culturali del Paese, si era risposto quindi con l’esclusione e l’emarginazione.
Era questa la situazione con cui dovette confrontarsi il nascente movimento emancipazionista italiano. Esso, in quel contesto, trovò quale unica forza democratica in grado di “intercetta[re] e da[re] voce a una domanda di autonomia e di cittadinanza femminile”7 il mazzinianesimo, all’interno del cui programma politico era presente una specifica elaborazione in chiave emancipativa del ruolo delle donne nella famiglia e nella società che, come osserva Liviana Gazzetta, “per ampiezza e organicità non trova[va] paragone in nessun’altra corrente politico–ideologica del Risorgimento”8.
 

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