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Antonietta
Dell’Arte, siciliana d’origine, vive tra Milano e Diamante
(Cosenza). è autrice di tredici libri di poesia, oltre che
di racconti, saggi e testi di semiotica poetica che le hanno
fatto ottenere numerosi riconoscimenti letterari. La sua
opera Lei. Diario di una notte nel cuore del sole è
stata selezionata al Premio Viareggio-Repaci nel 2001. Ha
ricevuto nel 1993 la Benemerenza Civica del Comune di
Milano.
Ha pubblicato la fiaba Le lumache di Bosco Rosso,
Castalia Edizioni, 2002.
Fernanda Menéndez, artista visiva argentina, vive e lavora a
Milano.
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C’era una
volta un cestino di città, uno di quelli messi negli angoli
delle vie. Era superbo, sapeva l’importanza della sua
funzione: tenere le strade pulite. Era un cestino capace di
vivere, di sognare sia nei giorni fioriti che in quelli di
neve. Malgrado nessuno ci avrebbe scommesso, lui trasformava
le bucce di arancia nell’albero da cui il frutto era stato
preso. Le brutte notizie dei giornali buttati, le
trasformava in liete notizie come sposalizi e nascite.
Insomma bisognava proprio dire che era un cestino strano. A
volte soffriva di solitudine, perché doveva seguire il ritmo
frenetico della città: il via vai delle auto, delle sirene,
dei clacson e così via. In più, appena si affezionava a
qualche oggetto, gli veniva tolto e cambiato con altro
ciarpame: così avvenne per una sciarpa di seta azzurra che
per lui era il cielo, ed anche per il vaporoso cuscino di
una principessa. Una vita difficile, visto che non riusciva
a farsi sentire da nessuno. Poi, non succedeva mai nulla
d’importante. Avrebbe voluto muoversi, volare nell’aria. Che
sogni impossibili! E invece qualche rimasuglio di pizza e
qualche osso...
Un giorno però la sua vita fu sconvolta da un avvenimento
che per l’incuria dell’uomo avrebbe potuto provocare un
grosso incendio. Qualcuno aveva buttato un mozzicone di
sigaretta acceso e il calore e il fumo che si sprigionarono,
annerirono il povero cestino che si sentiva soffocare.
Fortuna che subito sentì aprire il coperchio e qualcuno lo
liberò e pulì. Ritornò alla vita normale: riempirsi e
svuotarsi. Da quella volta però lasciarono il coperchio
sempre aperto.
Una notte, quando la città dormiva, sentì qualcuno che
depositò un oggetto che faceva dei rumori strani. Prima gli
sembrò un orologio, ma subito dopo capì che i battiti non
erano tic tac regolari, ma tic tic tic.
S’insospettì.
– Cosa sarà mai questo congegno?
E pensando che in quei giorni c’era tanto trambusto di
cortei, di lanci di gas lacrimogeni e di tutte le diavolerie
degli uomini, ebbe paura, ma tanta paura che si mise a
gridare. Lo sentì il gatto di Largo La Foppa. Era uno di
strada (come si dice?) un randagio, ma così bello, con il
pelo rosso fiammante come la barba del guerriero Barbarossa.
Di lui aveva la sete di lotta e di conquiste. Rosso,
possiamo chiamarlo così, che aveva il potere di sentire il
cestino, chiese:
– Chi grida?
– Sono io – disse il cestino. – Togli questa bomba, toglila
subito se no saltano in aria i palazzi.
Rosso, lesto, con fatica trascinò nel centro della piazza
l’ordigno, fece appena in tempo a scappare che si udì un
boato che fece tremare i vetri delle case. Scese tanta gente
gridando.
Tutto però finì bene, perché non c’era nessun passante.
Rosso ancora scosso si rifugiò nel cestino per tutta la
notte. Lì fecero amicizia e il cestino disse:
– Miracolo, c’è qualcuno che mi sente!
– Basta crederci – rispose Rosso (tenendo per sé il suo
segreto fiabesco).
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