i libri

Knuts Skujenieks

 

Tornato

da un altro mondo

 

Cura e traduzione dal lettone

di Pietro U. Dini

 

 

2010

ISBN-13 978-88-7536-247-8

pp. 134

cm 13x20,5

€ 13,50

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L'autore

Knuts Skujenieks, il cantore talvolta ironico del baltico mondo di ieri, vive e opera a Riga. È poeta, saggista e traduttore in lettone da almeno quindici lingue straniere. A sua volta è stato tradotto in molte lingue, talora anche di non grande diffusione.

Nacque nella metropoli baltica il 5 settembre 1936 in una famiglia di intellettuali. Aveva appena iniziato la carriera di giornalista nelle redazioni di testate letterarie lettoni, quando, per la sua partecipazione alle riunioni dei cosiddetti ‘ermetici lettoni’, in appartamenti privati di Riga, dove si discuteva delle tendenze letterarie e artistiche nell’Europa occidentale, attirò l’attenzione della polizia segreta. Così, all’età di ventisei anni, Skujenieks venne dichiarato colpevole di attività antisovietica e condannato a sette anni di campo di lavoro da scontare in Mordovia.

Fu la svolta esistenziale per il futuro poeta: nel deserto del gulag egli rinvenne nella lingua la sua patria e della lingua fece la propria dimora: «è un lungo cammino – ha detto – dalla protesta e dalla lotta per la sopravvivenza fino alla comprensione del mondo e alla sua accettazione». Aveva già quarantadue anni quando uscì il suo primo libro; nella prefazione si trova anche un cenno di ars poetica: «Poesia secondo me non significa paragoni particolari, ritmi particolari o particolare materiale di vita. La poesia è un particolare modo di vita, l’inclinazione a scoprire, comprendere, sentire ed esprimere, ad arrivare fino a un’altra persona. Tutto il resto sono solo finezze del mestiere».

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I testi

 

Defunto spirito*

 

Non m’affanno perché piedi più non ho.

Non ho sete: non ho bocca per bere.

C’è solo nostalgia di tornare a casa

e d’aprire in autunno la porta della stalla.

 

Già più non sbatto contro il basso trave:

la testa più non ho. C’è solo un grigio vapore.

In silenzio ascolto la mucca ruminare.

O come l’anno scorso agnelli crepare di fame.

 

Sopra il centro del cortile enormi palmi bagnati

stende e allunga un ramo d’abete a salutare.

Nella piccola sauna mi scaldo sulle fredde pietre,

e non abbisogno di spirito: son spirito io stesso.

 

Nella rimessa conto i ciocchi di legno,

oltre le granaglie nell’aia di colpo mi perdo,

e mi vien voglia di afferrare un bastone,

ma mani più non ho. C’è solo un grigio vento.

 

Col vento la porta spalanco del tutto,

dove riluce nella capanna un lume.

Ai miei cari do la buona sera,

immemore che voce più non ho.

 

Dell’altalena la corda sospingo

e aiuto la nuora a filare la spola.

Tolgo al figlio un ciuffo di lino

e gli insegno a tirare le briglie.

 

Ormai senz’occhi guardo alla fiamma nel lare

Il padrone più non sono: del padrone solo lo spirito.

Soltanto mia moglie mi rammenta nel canto

quando si spengono le vigilie festive d’autunno.

 

Non m’affanno, giacché piedi più non ho.

Devo andare dov’arde il focolare dell’al di là

Ma resta una nostalgia che verso casa chiama,

ancor’essa permane, ma il cuore più non c’è.

 

 

 

* Nel periodo fra San Michele e San Martino, secondo la credenza popolare, si riteneva che circolassero gli spiriti dei morti (pl. veļi, sg. velis), ai quali si dovevano offrire sacrifici.

 

 

* * *

 

6 maggio 1965, ore 7.20, t. + 2° Celsius

 

Io testimonio.

Conosco la legge.

Prometto di dire soltanto la verità.

 

E così recita la verità:

 

Che il buongiorno ha mani fredde di cadavere,

Che i fiumi per l’enfiate vene soffrono,

Che l’amicizia s’è fatta ruggine,

Che la terra ribolle e ferve con neri sudori,

Che la legalità svanisce in screziati clamori,

Che è vietata agli alberi la loro verde voglia,

Che il filo spinato geme come bimbi battuti,

Che le parole della poesia son degne di panni frusti,

Che la gemma più non sa, se germogliare o marcire,

Che morire è più facile che esser vivo.

 

 

* * *

 

 

[sono tornato da un altro mondo]

 

sono tornato da un altro mondo

e in quel mondo io stavo bene

là trattenevo in ogni mano

ognuna piena di cielo

 

attraverso la penombra e la tenebra blu

negli occhi mi ardeva una voce calda

non andare qui rimani

                                poiché sulla cima della terra

saranno vecchiaia obbligo e gelo

 

ma no io son tornato sulla terra

ero io troppo pesante e amareggiato

e l’altro mondo negli occhi danza

come una mela in eterno mai colta
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