|
Defunto
spirito*
Non
m’affanno perché piedi più non ho.
Non ho sete:
non ho bocca per bere.
C’è solo
nostalgia di tornare a casa
e d’aprire
in autunno la porta della stalla.
Già più non
sbatto contro il basso trave:
la testa più
non ho. C’è solo un grigio vapore.
In silenzio
ascolto la mucca ruminare.
O come
l’anno scorso agnelli crepare di fame.
Sopra il
centro del cortile enormi palmi bagnati
stende e
allunga un ramo d’abete a salutare.
Nella
piccola sauna mi scaldo sulle fredde pietre,
e non
abbisogno di spirito: son spirito io stesso.
Nella
rimessa conto i ciocchi di legno,
oltre le
granaglie nell’aia di colpo mi perdo,
e mi vien
voglia di afferrare un bastone,
ma mani più
non ho. C’è solo un grigio vento.
Col vento la
porta spalanco del tutto,
dove riluce
nella capanna un lume.
Ai miei cari
do la buona sera,
immemore che
voce più non ho.
Dell’altalena la corda sospingo
e aiuto la
nuora a filare la spola.
Tolgo al
figlio un ciuffo di lino
e gli
insegno a tirare le briglie.
Ormai
senz’occhi guardo alla fiamma nel lare
Il padrone
più non sono: del padrone solo lo spirito.
Soltanto mia
moglie mi rammenta nel canto
quando si
spengono le vigilie festive d’autunno.
Non
m’affanno, giacché piedi più non ho.
Devo andare
dov’arde il focolare dell’al di là
Ma resta una
nostalgia che verso casa chiama,
ancor’essa
permane, ma il cuore più non c’è.
*
Nel periodo fra San Michele e San Martino, secondo la
credenza popolare, si riteneva che circolassero gli spiriti
dei morti (pl.
veļi,
sg.
velis), ai quali si
dovevano offrire sacrifici.
* * *
6 maggio 1965, ore 7.20, t. + 2° Celsius
Io
testimonio.
Conosco la
legge.
Prometto di
dire soltanto la verità.
E così
recita la verità:
Che il
buongiorno ha mani fredde di cadavere,
Che i fiumi
per l’enfiate vene soffrono,
Che
l’amicizia s’è fatta ruggine,
Che la terra
ribolle e ferve con neri sudori,
Che la
legalità svanisce in screziati clamori,
Che è
vietata agli alberi la loro verde voglia,
Che il filo
spinato geme come bimbi battuti,
Che le
parole della poesia son degne di panni frusti,
Che la gemma
più non sa, se germogliare o marcire,
Che morire è
più facile che esser vivo.
* * *
[sono tornato da un altro mondo]
sono tornato
da un altro mondo
e in quel
mondo io stavo bene
là
trattenevo in ogni mano
ognuna piena
di cielo
attraverso
la penombra e la tenebra blu
negli occhi
mi ardeva una voce calda
non andare
qui rimani
poiché sulla cima della
terra
saranno
vecchiaia obbligo e gelo
ma no io son
tornato sulla terra
ero io
troppo pesante e amareggiato
e l’altro
mondo negli occhi danza
come una
mela in eterno mai colta
0 |