i libri

Anna

Świrszczyńska

 

Sono nata

una seconda volta

 

Cura e traduzione dal polacco

di Paolo Statuti

 

 

2017

ISBN-13 978887536405-2

pp. 118

cm 13x20,5

€ 13,50

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L'autore

Anna Świrszczyńska, figlia del pittore Jan Świerczyński e di Stanisława Bojarska, nacque il 7 febbraio 1909 a Varsavia e morì il 30 settembre 1984 a Cracovia. Poetessa, prosatrice, fu autrice di drammi e di libri per l’infanzia e per la gioventù. Va notato che il suo cognome si differenzia leggermente da quello del padre, a causa di un errore anagrafico che la poetessa non corresse mai. Avrebbe voluto seguire le orme paterne, ma dovette rinunciare per motivi economici. Conseguita la maturità nel 1927, si iscrisse alla facoltà di lingua e letteratura polacca dell’Università di Varsavia.
Debuttò con la poesia La neve nel 1930, pubblicata dalla rivista «La fiammella», ma come suo vero debutto la Świrszczyńska considerava la poesia Mezzogiorno, per la quale fu premiata al Torneo di Giovani Poeti nel 1934. Durante l’occupazione svolse attività clandestina nell’ambiente letterario della capitale, prese parte all’Insurrezione di Varsavia (1 agosto-2 ottobre 1944), e lavorò come operaia, cameriera e inserviente d’ospedale, senza tuttavia interrompere la sua creazione letteraria. Dopo la guerra si trasferì a Cracovia, dove negli anni 1946-1950 diresse il Teatro Statale del Giovane Spettatore. Nel 1953 sposò l’attore Jan Adamski, e dalla loro unione nacque la figlia Ludmila. Nel 1968 i due divorziarono.

Anna Świrszczyńska è stata tradotta in molte lingue e fu insignita di prestigiosi premi, tra i quali quello della presidenza del Consiglio dei Ministri per la sua creazione dedicata all’infanzia e alla gioventù nel 1973 e il premio del presidente di Cracovia per tutta la sua attività letteraria nel 1976.

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I testi

Nelle poesie di Anna Świrszczyńska la donna ha un corpo che può essere bello o brutto, porta in sé il dolore ma anche la voluttà, è giovane e poi è anche vecchia. Nei suoi versi semplici e chiari la poetessa non si perita di parlare di sesso, di orgasmo, senza eufemismi. Il fatto che riuscì ad amare intensamente derivava anche dalla sua forza. Tutto senza veli e abbellimenti, senza finzioni o falso pudore.
Si autodefiniva una femminista. Attraverso la poesia voleva liberare la mente femminile dai vincoli della cultura maschile, dal patriarcato. In brevi, chiare e realistiche poesie descrisse il destino delle semplici donne. Le sue eroine sono donne coraggiose che non ammettono compromessi, contadine, operaie, casalinghe, madri stanche, donne tormentate dalla vita e dai mariti, donne che vincono o perdono, restando tuttavia sempre in conflitto con l’uomo, che la poetessa giudicava severamente, spesso con disprezzo e a volte anche con umorismo. Il suo “io” poetico non è languido o sentimentale. Nei suoi versi si sente l’orgoglio di essere donna, di avere il suo corpo di donna. Le sue poesie, soprattutto quelle del ciclo Sono una vera donna, costringono a riflettere seriamente sulla femminilità e sui problemi della donna nel mondo contemporaneo.

 

* * *

 

Il coraggio

Non sarò schiava di nessun amore.
A nessuno
darò lo scopo della mia vita,
il mio diritto a una continua crescita
fino all’ultimo respiro.

Impastoiata da un oscuro istinto di maternità,
assetata di affetto come un asmatico di aria,
con qualche sforzo costruisco in me
il mio bello umano egoismo,
riservato da secoli
al maschio.

Contro di me
sono tutte le civiltà del mondo,
tutti i santi libri dell’umanità
scritti da mistici angeli
con l’eloquente penna del lampo.
Dieci Maometti
in dieci lingue elegantemente muscose
mi promettono la dannazione
sulla terra e nell’eterno cielo.

Contro di me
è il mio cuore.
Addestrato da millenni
alla crudele virtù della vittima.

 

* * *

 

La porta è sempre aperta

No, non ti voglio addomesticare,
perderesti il tuo fascino di animale.
Mi commuove
la tua astuzia e il tuo sgomento,
sono tratti tipici della tua razza esotica.
Non te ne andrai,
perché la porta è sempre aperta.
Non mi tradirai,
perché non pretendo fedeltà.

Dammi la mano,
andremo danzando
attraverso l’oscurità, che ride.
Le campanelle ieratiche
alle mani e ai piedi,
un gesto di danza
flessibile come l’alfabeto dell’arabo antico,
il canto dei capelli
classicamente affannato.

La furia del piacere
organizzata in misterium.
Moderatamente domata
come te. 

* * *

 

 

Alzando la barricata

Avevamo paura alzando sotto il fuoco
la barricata.

Il bettoliere, l’amante dell’orefice, il barbiere,
tutti paurosi.
Cadde a terra una servetta
sollevando un masso dal selciato, avevamo molta paura,
tutti paurosi –
il portinaio, la donna della bancarella, il pensionato.

Cadde a terra il farmacista
trascinando la porta della latrina,
avevamo ancora più paura, la contrabbandiera,
la sarta, il tranviere,
tutti paurosi.

Cadde un ragazzo del riformatorio
trascinando un sacco di sabbia,
sì, avevamo paura
davvero.

Benché nessuno ci costringesse,
alzammo la barricata
sotto il fuoco.


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