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AA.VV.

 

Poesie fiamminghe

del Novecento

 

Cura, note e traduzione dal

neerlandese di Giorgio Faggin
 

 

 

2020

ISBN-13 978887536461-8

pp. 140

cm 13x20,5

€ 16,00

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L'autore

Dopo l’apparizione di Guido Gezelle (1830-1899), che fu il massimo lirico neerlandese di tutti i tempi, le Fiandre diedero all’Europa un altro grande poeta, il simbolista Karel van de Woestijne (1878-1929), con il quale ha inizio questo succinto florilegio che presenta cinquanta testi poetici di diciotto autori fiamminghi del Novecento. Tra essi ha un risalto particolare anche il mitico poeta espressionista e dadaista Paul van Ostaijen (1896-1928).
Il lirico con il quale si conclude la rassegna antologica è l’enfant terrible delle lettere neerlandesi Hugo Claus (1929-2008), bruggese come il vecchio Gezelle, ma per forma mentis e concezione poetica ai suoi antipodi.

Poeti dell'antologia: Karel van de Woestijne, Karel van den Oever, Willem Elsschot, Jan van Nijlen, Felix Timmermans, Richard Minne, Maurice Roelants, Gaston Burssens, Raymond Herreman, Alice Nahon, Paul van Ostaijen, Marnix Gijsen, Maurice Gilliams, Frans Buyle, Jos de Haes, Hubert van Herreweghen, Gust Gils, Hugo Claus.

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I testi

Karel van de Woestijne

[Quanto fa bene al cuore essere dolcemente amati]


Quanto fa bene al cuore essere dolcemente amati,
conformare il proprio umore a un sorriso lontano o vicino,
e dopo aver mangiato ogni sera il pane dell’affanno
poter rinascere lieti nella luce del mattino,
se cancellerà l’antica pena un nuovo riso d’amore.

Non so cosa sia la felicità; ma il tuo bel viso
ha una calma che mi dà gioia e fa tremare il mio corpo;
e rido come un bimbo che passa a guado un torrente
e, con negli occhi uno strano piacere, esita nella corrente
che coi suoi freddi anelli d’argento gli bagna i piedi.

Perché ti amo, o donna; e se il timore che mi frena,
soltanto ad occhi chiusi si accosta al tuo sorriso,
sono come il bambino che, giunto in corsa lieta
ai bei frutti lucenti negli alberi stanchi della sera,
turbato da tanta magnificenza, non ne coglie neppure uno.

 

* * *


Richard Minne

Vademecum per il poeta


Mòstrati più stupido di quanto sei,
ma sta’ lontano dagli scogli;
vivi fuori del tempo e dello spazio,
ma scorrazza come i polli.

Lavora senza misura o progetto,
ma spia da ogni imposta;
disprezza il borghese,
ma svuotagli la brocca.

 

* * *

 

Paul van Ostaijen

Canzone per me stesso


Signore, la mia barca è in mare.
Non ti domando la calma delle onde;
chi si lamenta non porta con sé
un pantano che infine lo ricopre?

La mia barca non rimarrà in rada
ad ascoltare la nenia del flusso e del riflusso
sotto la triste pioggia vittoriosa, sotto il pacifico sole:
la mia barca deve affrontare le tempeste del mare.

Ho fiducia nella barca ma le onde continuano a salire,
già sovrastano la prua, già sormontano la poppa.
Al ritorno della bonaccia il relitto della mia barca
finirà sulla rada?

Con la mia barca devo entrare in mare.
Se troverò il ricco porto, nessuno sa; neppure le stelle.
Ma le onde non cessano di cantare: vieni con noi, con noi!
È la voce ammaliante di Loreley?

Sono un ragazzo ardito che nulla sa della linea
che separa la vita dalla morte.
Può, Signore, una barca perire
con solo il peso leggero della mia anima azzurra?

Ma se dovesse perire, Signore,
sarei forse peccatore?
No... no... Tutto mi canta: vieni anche tu in mare,
sulle onde di Cristo, sulle onde di Loreley.

 

 

* * *


Hugo Claus

Congedo


I miei versi sbadigliano ancora un poco.
Non mi ci abituo mai. Hanno abitato qui
abbastanza.
Li caccio di casa, non voglio aspettare
che i loro piedi si raffreddino.
Indisturbato dal loro chiasso confuso
voglio udire il rombo del sole
o quello del cuore, spugna traditrice che si rassoda.

Le mie poesie non sono delle pizze classiche,
borbottano ordinarie o si danno arie di nobiltà.
D’inverno si screpolano le loro labbra,
In primavera si appisolano ai primi calori,
mi rovinano l’estate,
e in autunno sanno odore di donna.

Basta. Per gli altri dodici versi di questo foglio
tengo le mani sopra il loro capo
e poi gli do un calcio sul sedere.
Andate altrove a scocciare, versi da dozzina,
altrove a tremare per dodici lettori
e un recensore che ronfa.

Andate, versi, sui piedi leggeri,
voi non calpestate duramente la vecchia terra
dove i sepolcri ridono quando vedono i loro inquilini,
cadaveri ammonticchiati su cadaveri.
Andate barcolloni da colei
che non conosco.
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