i libri

Marta Petreu

 

L'Apocalisse

secondo Marta

 

Poesie 1981-2014

 

Cura e traduzione dal romeno

di Roberto Merlo

 

 

2016

ISBN-13 978887536394-9

pp. 186

cm 15x20,5

€ 16,00

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L'autore

Nel panorama della cultura romena attuale, Marta Petreu (1955) è senza dubbio una figura di primo piano. Personalità culturale organica e complessa, docente e studiosa di filosofia romena, redattore di un importante mensile culturale, saggista e romanziera, Marta Petreu è e resta in primo luogo, intimamente ed essenzialmente, poeta, una delle più intense e autentiche voci poetiche romene degli ultimi decenni.
Al centro della sua poetica si trova, bruciante e violento, il problema del male, la flagrante incongruenza tra la presenza innegabile e ineludibile del male nel mondo e l’assenza di azione in esso da parte di Dio, la cocente impossibilità di riconciliare l’esperienza della sofferenza fisica e psichica, il dolore materiale del corpo e lo spasimo intangibile dello spirito, con il dogma della natura misericordiosa e amorevole di un Padre che si dimostra al meglio assente e obliatore, al peggio crudele e capriccioso. Cronaca eretica e ribelle di un’Apocalisse che non è evento ma condizione, la sua poesia scabra e inclemente è un’incisione nella materia viva del corpo che mette a nudo, con feroce tenerezza, la carne pulsante del dolore e del desiderio.

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I testi

 

Storie per la domenica

Che domenica innevata si mostra nella camera con le sbarre
dipinte di verde (imitazione quasi perfetta
di tralci di vite)
E la giovane signora
che si guarda nel ritratto argentato
di cinque anni fa: che bellezza
da portare in giro su un cuscinetto di velluto

Poi sono arrivati i carri da guerra i trattati dotti
l’era glaciale l’amore di nascosto in fretta e furia
le insonnie gli aborti clandestini le glasse dolci

Tante battaglie minute e quotidiane
tanta ingegnosità sprecata per un posto
in un cimitero periferico
tanta scienza per un semplice biglietto
per passare Aldilà: un centimetro cubo d’aria nella vena cava

Oho! che donna mancata che montagne di neve usurata
nella camera con le sbarre
(su un tappeto rosso giacevano un tempo le poesie:
più vere delle notti d’amore
più fresche più tentatrici
di un corpo di maschio)
Il suo pensiero fila sillogismi – un sangue di gatto
mi ribolle nel cervello:
tutte le storie si decidono di notte
in una totale impudicizia della mente

 

* * *

 

L’Apocalisse secondo Marta

Lui il mio angelo è venuto e mi ha detto:
ecco il tempo è vicino –
quindi puoi afferrare Dio per un piede
per il suo stivale dotato di sperone
per il suo stivale di marocchino che adorna cuscinetti di porpore;
è tempo di aprire il libro grande il libro nero

Io marta Suo servo ho pensato:
posso afferrare Dio per un piede
per il suo stivale con lo sperone
posso toccargli almeno il dito mignolo – possiede la Forma perfetta

Sì. È giunto il tempo – dico
Posso toccarti lo stivale la gamba il piede dai calli infiammati
posso tastare almeno il tuo dito mignolo storto
martoriato – come in calzari presi a prestito
un piede mortale
Io marta Suo servo sulla terra

Con le mani screpolate dal freddo dalla liscivia
io marta tuo cagnolino sulla terra
ti ho abbracciato entrambe le gambe
con i miei capelli corti ho spazzato i tuoi calzari
Ti ho toccato. Ho fatto ciò che c’era da fare.
Quindi rendo testimonianza

Quindi rendo testimonianza:
puzza di stalla. Puzza di lercio. Puzza greve eterna di sudiciume.
Puzza di macello. È un fetore di carne cruda
lacerata da speroni schiacciata sotto i tacchi
Come semi di mela i lattanti spezza tra i denti
Puzza di carne viva che muore puzza acre di latrina

Che fetore o Signore che fetore pesante
e antico
dal primo giorno del tuo regno
(ma il giorno della cacciata dal Giardino?)
Che effluvio di morte antica e fresca che effluvio di morte eterna ti circonda
che stivali consunti sfondati porti tu o Signore
E che gambe che piedi elefantini
piene di pustole di calli di bava

Cosa sei? – ti domando

Come l’incenso nelle chiese
ai piedi del tuo trono celeste aleggia
la nebbia rossa di sangue ronzano sciami di mosche verdi e grasse
gonfie come pavoni
Hai gli stivali rotti in crociate divine
e lucidati con crema di cervello
dai tuoi speroni penzolano resti di intestini brandelli di carne

Così come di notte sulla mia guancia scorrono rivoletti freddi di lacrime
a te o Signore
vermi ben pasciuti brulicano tra i calzini cenciosi
(Sì. Sei unico. Per questo faccio atto di sottomissione? Davvero non saprei.
Oh. Il giorno della cacciata dal Giardino)

Cosa sei tu, Domine? domando
e tremo di furia e ribrezzo. Lontano un chilometro
le tue zampacce fetono
di strumenti di tortura di segreta. Cosa sei tu, Domine? Ho la nausea

Lui Abaddon il mio angelo il mio volatile domestico
è venuto e mi ha detto: ecco il tempo è vicino
puoi afferrare Dio per un piede
puoi lustrargli la scarpina

Io Marta il suo cane sulla terra:
l’ho spazzolato. L’ho toccato. Gli ho parlato.
Ho fatto tutto ciò che c’era da fare. Ora rendo testimonianza:

in questo perpetuo macello
di creature viventi lucide e parlanti
lui il Padrone smania per la razione di osanna la porzione calda
d’incenso: schiuma di sangue
Lui stesso – Forma perfetta dell’esistere – è come l’accalappiacani in agguato

Lui il Padrone è il Macellaio

è l’Accalappiacani 

* * *

 

 

Non più amante il cuore

Mute sono le grandi opere della creazione
silenziose – le cose
nulla più parla
Un sole bianco come una luna di cartone
un sole da due soldi illumina il paesaggio
questa distesa crollata in sé

Una cosa da nulla è anche il mio cuore non più amante

Per la tenebra per il male si dischiude esso al calar della morte


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