i libri

Vytautas Mačernis

 

Corte consonanze

 

Cura e traduzione dal lituano

di Pietro U. Dini

 

 

2010

ISBN-13 978-88-7536-265-2

pp. 174

cm 13x20,5

€ 16,00

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La “meglio gioventù” lituana di Vytautas Mačernis (1921-1944) è una biografia poetica fra le più brevi e tragiche, e anche fra le meno conosciute.

Nacque il 5 giugno nel villaggio di Šrnelė in Samogizia, nel territorio della Lituania storica, ed ebbe un’infanzia caratterizzata dal forte rapporto con la nonna che allevò il bambino. A soli sette anni doveva provvedere già a venti mucche e sessanta pecore; cosi non frequentò le scuole, ma imparò a leggere e scrivere da una ragazza istruita del posto. In seguito frequentò il ginnasio a Telšai.

A volte, anche in pieno giorno, era preda di allucinazioni: «Sono un grande sognatore e visionario... La visione è il mio presente, passato, futuro. Non ho altro e non desidero altro». Queste precoci esperienze influiranno sul suo primo ciclo poetico di valore: le Vizijos (Visioni), pubblicate postume a Roma. Così scrisse a un amico: «La poesia deve far salire, solo non legare una corda al collo, piuttosto alleviare i passi all’uomo. Ma per scrivere questa poesia bisogna bruciare eternamente, eternamente infiammarsi. La tranquillità, la soddisfazione e il benessere, la vita felice devono essere dimenticate. Chi non teme questo sentiero, costui può entrare nella schiera dei grandi del dolore. Questo sentiero e il sentiero dei visionari: avanti e in alto... Lo scrittore: un implacabile giudice per gli altri come per se, una personalità morale al piu alto grado».

Nell’autunno del 1939 si iscrive alla facoltà di Teologia e Filosofia dell’università “Vytautas il Grande” a Kaunas con l’intenzione di studiare lingua e letteratura inglese. Esattamente un anno dopo si trasferisce a Vilnius. Rimangono ormai gli esami finali quando, con l’invasione tedesca del 1943, l’università viene chiusa. Anche semplicemente vivere a Vilnius diventa pericoloso. Rientra allora in Samogizia e si prepara con impegno al futuro studio a Parigi. Consegna i suoi manoscritti alla sorella, perche li custodisca in caso di arresto, e ne seppellisce altri insieme con i diari (filosofici e letterari) sotto il fieno: «Non mi basta il tempo e il lavoro e senza fine... Tutto ciò che scrivo è solo un gioco da bambini. Il mio unico desiderio è sopravvivere alla guerra». Un amico del ginnasio gli manda a dire che tenterà di passare in occidente. Vytautas sella in fretta il cavallo, chiude i suoi quaderni di versi in una valigia e parte. Il giorno seguente il quotidiano Samogizia sovietica pubblico un laconico necrologio: «Alla vigilia della liberazione della Samogizia, il 7 ottobre, nel suo paese natale, Žemaičių Kalvarija, viaggiando a cavallo non lontano dal luogo di esplosione di una bomba è rimasto ucciso il poeta Vytautas Mačernis».

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I testi

 

La mia vita

 

 

La terra, il suo canto e i cieli assolati,

il vento e i campi ebbri di primavera,

paesi lontani, preziosi come memorie,

adirati e lieti volti amati nel passato

 

sempre mi appaiono, vivono dentro di me

finché muoiono nelle onde del ritmo.

 

Non so, se ritrovare saprai le tracce

di quella Viva Vita dalle corte consonanze,

se proverai amore per lei, già obliata nei recessi del verso,

se comprenderai quella sorte che fu piena di fatica e pene,

 

ma so: qualcosa con tenerezza ti toccherà il cuore,

quando rivolgerai indietro lo sguardo risplendente;

quando dolce come vino la forma ti avrà ubriacato

e liberato dalle difficoltà dei giorni;

 

tu capirai: ciò che è vivo muore, solo il canto resta,

immortale monumento del cantore fra i sepolcri.

 

 

Šarnelė, 26.VIII.1943

 

* * *

 

Vado, ma non so dove finirò

 

 

Vado, ma non so dove finirò,

e vivo, ma sperduto e senza un senso:

assaporando la vita come un frutto

e ancora la porto come un peso sulle spalle.

 

Ho chiesto ai preti e ai filosofi.

Hanno risposto e spiegato tutto senza lacune.

Ma il cuore a me anche oggi ugualmente urge:

perché il mondo e l’uomo e tutto questo?

 

E così del quesito proseguo il cammino

sotto il cielo della non-conoscenza, con passo greve.

Ma se per via trovo la taverna dell’oblio di sé,

 

allora giorno e notte banchetto allegro,

finché i servitori della noia, assonnati e seri,

mi ributtano sul sentiero del quesito.

[Šarnelė, 7.XII.1943] 

* * *

 

 

[O lettore prezioso, vorrei con te conversare]

 

 

O lettore prezioso, vorrei con te conversare

e raccontarti qualcosa che tu stesso non sai

e nettare la mente ché piene d’erbe son le vie del pensiero

già da tempo ricoperte da stoppie di stolidità.

 

E già il tempo costringe a riflettere (né altro ci resta),

come la lieve macchina del progresso ormai corra colà

a tutto gas diretta nell’abisso, e noi due in nulla

possiamo aiutarla, giacché in alcun modo s’arresta.

 

Ne è uscito un affare storto. Ci promisero il paradiso

gli inventori di questa macchina, ma ci trasportano all’inferno.

E non più lontano è il cammino, già quasi del tutto affossato:

ogni giorno si fa vieppiù orrendo e per te e per me.

 

Forse l’attuale catastrofe spronerà il suo inventore

a meditare, lo spingerà forse a non ripetere errori,

ma scarsa è la speranza. Forse che la sua mente riuscirà,

debole e piccina, a sbarazzarsi delle moderne stoltezze?

 

 

30.IX.1943
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