i libri

Albert Verwey

 

Cara terra

 

Cura, note e traduzione dal

neerlandese di Giorgio Faggin
 

 

 

2020

ISBN-13 978887536458-8

pp. 102

cm 13x20,5

€ 16,00

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L'autore

Nato ad Amsterdam il 15 maggio 1865 da genitori calvinisti liberali, Albert Verwey perse in giovanissima età prima la madre e poi il padre e non riuscì a condurre a termini gli studi. Precocissima la sua vocazione poetica, stimolata anche dalla fruttuosa amicizia con il già affermato poeta Willem Kloos, di sei anni più anziano (1859-1938). Con Kloos e altri intellettuali di punta il giovane Albert diede vita nel 1885 alla famosa rivista letteraria e culturale «De Nieuwe Gids» (La Nuova Guida), della quale fu per alcuni anni redattore e collaboratore. Ma l’amicizia con Kloos venne presto meno in modo clamoroso, sia per contrasti ideologici (Albert non amava l’estetismo e il soggettivismo propugnati da Willem), sia per motivi strettamente personali. Dopo aver impalmato Kitty van Vloten, figlia di un tumultuoso letterato, il nostro poeta si stabilì con la moglie nel paese di Noordwijk aan Zee (sul Mare del Nord, vicino a Leida), nel quale nacquero i suoi sette figlioli e dove trascorrerà il resto della sua vita.

Insieme con l’eminente scrittore naturalista (poi simbolista) Lodewijk van Deyssel (1864-1952) – egli pure staccatosi dalla rivista «De Nieuwe Gids» – Verwey fondò nel 1894 il «Tweemaandelijksch Tijdschrift» (Rivista Bimestrale; dal 1902 «De XXe Eeuw» [Il XX secolo]) e nel 1905, messosi in proprio, il periodico «De Beweging» (Il Movimento), che nelle lettere olandesi ebbe una notevolissima importanza, perché in esso esordirono non pochi poeti che sarebbero assurti in seguito ai fastigi del Parnaso neerlandese, come Martinus Nijhoff (1894-1953). La prestigiosa rivista cesserà le pubblicazioni nel 1919.

L’orientamento internazionalista e collaborativo di Verwey – che egli condivise con il suo grande confratello e cognato Frederik van Eeden (1860-1932) – risaltò soprattutto nella sua lunga consuetudine con il leggendario vate tedesco Stefan George (1868-1933), il quale fece conoscere ai suoi compatrioti numerosi versi dell’amico olandese e lo aiutò a tradurre in neerlandese la straordinaria operetta Der Garten der Erkenntnis dell’austriaco Leopold Andrian (1875-1951). La fervida amicizia tra Albert e Stefan non fu esente, tuttavia, da screzi e incomprensioni, e un po’ alla volta andò raffreddandosi. Sui rapporti tra Verwey e George si è scritto non poco, e lo stesso Verwey espose il suo punto di vista nel libro Mijn verhouding tot Stefan George (I miei rapporti con Stefan George), che uscì nel 1934.

Nel 1925 il poeta amsterdamiano ottenne la meritatissima nomina a professore ordinario di storia della letteratura neerlandese all’università di Leida, presso la quale insegnò fino al 1935. Egli cessò di vivere a Noordwijk l’8 marzo 1937.

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I testi

Sullo scorcio del XIX secolo la poesia olandese esce da un lungo letargo e offre all’Europa il dono di un sorprendente, suggestivo neoromanticismo grazie all’opera impegnata e ispirata di una mezza dozzina di eminenti lirici. Tra di essi Albert Verwey (1865-1937) brilla per la sua poesia concettuale, meditativa e panteistica, ispirata alla filosofia di Spinoza. Figura centrale negli annali delle lettere olandesi, egli tenne la cattedra di letteratura neerlandese all’Università di Leida e ci ha lasciato una vastissima produzione anche nel campo della critica e della traduzione.

 

* * *

 

Terra

 

Se non ti amassi tanto, cara terra,

non saresti quel sogno esilarante

in cui tutta ti stringo in un amplesso

con le città e le lande e i boschi e i colli.

Già da bimbo, mia terra, ti cercavo

e conoscer volevo il cielo e gli astri,

i mari sopra cui sibila il vento,

le nubi luminose o nere e lugubri,

la pianura coi suoi fiumi d’argento,

i monti con i pini che stormiscono,

le pampas con le mandrie pascolanti

che l’indio tira a sé con il suo lasso.

Già ti vedevo tutta, o terra,

e oggi ti canto sempre con stupor di bimbo.

 

* * *


Orbita

Scintilla senza scopo e senza senso,

piombai nel tutto ed iniziai il mio vaggio.

Un altro sole allora a sé mi attrasse,

e per un po’ (per quanto?) sto vivendo,

 

nucleo di vita, malato di dentro,

con l’energia che tutto mi pervade.

Oh, potessi ignorato eternamente

nella rosa dei raggi roteare!

 

O mondo senza fine, mai compiuto,

mai principiato, dove rappresenta

ogni frammento il tutto, ed è un barbaglio

 

lungo le piste eterne, dimmi: quando

si spegnerà il tuo fuoco sempre in moto,

o diamante nel cavo di una mano?

 

* * *

 

Il suonatore di flauto

Bel giovane rubesto, che siedi sopra il vallo

e suoni come quando con il tuo gregge al pascolo

attendevi il tramonto nei giorni in cui la baita

lasciavi per recarti nella sinuosa valle;

 

non c’è il cane a te accanto, ma un compagno che ascolta,

non ci sono le pecore, ci sono teste bionde

chine nella trincea, mentre il giorno declina

e svanisce la luce sopra gli otturatori.

 

Ti perdi in quali sogni? Oh, abbassa le tue mani,

abbassa la tua testa nell’argine che luccica!

Non vedi quelle braccia come stanno armeggiando?

Non senti la mitraglia che uccide la tua pace? 

 

* * *


Va' sottoterra

Va’sottoterra e lascia la tua casa.

Un inquilino nuovo è lì che aspetta.

 È un giovanotto, e tu sei già appassito.

Il suo piede percorre la tua strada.

 

Non invidiarlo: è così breve il tempo!

Un altro già risponde alla sua voce.

Ti hanno appena sepolto e già egli crolla

dietro di te, aspettando il nuovo ospite.
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