i libri

Octavian Paler

 

Abbiamo tempo

per tutto

 

Cura e traduzione dal romeno

di Magda Arhip

 

 

2014

ISBN-13 978887536354-3

pp. 68

cm 15x20,5

€ 12,00

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L'autore

 

Nato il 2 luglio 1926 a Lisa, un piccolo villaggio della Transilvania vicino a Braşov, Octavian Paler muore il 7 maggio del 2007 a Bucarest dopo essere stato poeta, prosatore, saggista, giornalista, memorialista ed esponente di spicco della realtà politica in Romania subito dopo la Rivoluzione del 1989.
All’età di 11 anni arriva nella capitale romena con una borsa di studio. Frequenta il Liceo “Spiru Haret”, poi si trasferisce al Liceo “Radu Negru” di Fărăgaş e consegue il diploma di scuola superiore a Sibiu nel 1945. Si iscrive all’università e frequenta contemporaneamente la facoltà di Lettere e Filosofia e quella di Giurisprudenza di Bucarest. Giovane laureato riceve, dal suo professore, Tudor Vianu, la proposta di rimanere come suo assistente alla Cattedra di Estetica. Attirato dal giornalismo rinuncia ad una carriera universitaria trovando uno stabile impiego presso la Radio Nazionale come corrispondente speciale e, dal 1958, come redattore-capo della redazione cultura. Nel 1964 sarà per qualche mese corrispondente estero a Roma per conto dell’Agerpres (l’agenzia nazionale di stampa in Romania) prima di essere nominato nel 1965 direttore generale della Televisione Romena. Dal 1970 al 1983 diventa capo redattore di România liberă, uno dei maggiori quotidiani dell’epoca, funzione dalla quale sarà poi rimosso nell’agosto del 1983 a causa dei suoi dissapori espressi in merito alle scelte politiche di Ceauşescu sempre più tiranniche.
Dopo gli eventi rivoluzionari in Romania del dicembre del 1989, si impegnerà nuovamente sulla scena pubblica diventando direttore a titolo onorifico ed editorialista di România liberă; e più tardi anche editorialista del giornale Cotidianul. Negli ultimi anni della sua vita parteciperà a numerose trasmissioni televisive dedicate ai temi della politica, della morale e più in generale della cultura, e si mostrerà duramente critico nei confronti della classe politica dirigente che ha preso il potere dopo il regime di Ceauşescu.

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I testi

 

Octavian Paler (1926-2007) è stato uno dei più noti e tra i più amati scrittori romeni degli ultimi tempi. La sua vita è stata un intreccio appassionante che si è consumato tra un attivo impegno per la politica e un problematizzante e spesso sofferto percorso di scrittura. Nella maschera del mito, Octavian Paler si muove come uno straniero in mezzo a cose che appaiono straniere, in un rapporto fluido che non conosce confini certi. È il riflesso di una coscienza acuta con il senso di una precarietà profonda. È una tragedia ereditata e fatta sua.
Più noto come memorialista, saggista e prosatore che come poeta, Paler espone nella sua poesia una parola carica di eventi in cui vengono a raccogliersi suggestioni memoriali, segni culturali, allusioni sentimentali, che racchiudono l’ostinata ricerca di una forma mitica, di un’immagine appropriata che, oltre a rinviare a se stessa, riproduce l’idea, la raffigurazione di verità che il sacro tradizionalmente contiene. La poesia di Paler – che include nel suo essere il percorso da cui nasce – rinvia all’enigma tragico dell’apparenza, muore per poi rinascere nella silenziosa gestualità dell’origine. Essa spinge a guardare nel segreto mitico dell’origine, nella luce e nel buio dell’origine.
La memoria poetica di Paler è della stessa natura dell’ossessione. Il passato che ritorna – e che trascina un’aura di colpevolezza assillata dai ricordi – rievoca una rappresentazione mentale in cui l’ethos culmina nel pathos. In una sofferta messa in discussione del mandato del poeta – in cui il tragico e il mitico si sposano con la lamentazione biblica – si gioca la partita della poesia di Paler, che lo porta verso una parola in grado di articolare la vita e la morte, la speranza e il dolore. Comprendere il dettato della poesia di Paler significa ripeterlo in proprio: nel coraggio della domanda di Hölderlin, nel profilo d’ombra della Venere di Milo, nella caducità irredimibile dell’uomo dell’Ecclesiaste.

 

* * *

 

Abbiamo tempo

Abbiamo tempo per tutto. Per dormire,
per correre a destra e a sinistra,
per rimpiangere ciò che abbiamo sbagliato e per sbagliare ancora,
per giudicare gli altri e assolvere noi stessi,
abbiamo tempo per leggere e scrivere,
per correggere quello che abbiamo scritto e rimpiangere ciò che abbiamo scritto,
abbiamo tempo per fare progetti e per non rispettarli,
abbiamo tempo per farci illusioni
e per frugare tra le loro ceneri più tardi.
Abbiamo tempo per ambizioni e malattie,
per colpevolizzare il destino e i dettagli,
abbiamo tempo per guardare le nuvole, la pubblicità o un incidente
qualsiasi,
abbiamo tempo per scacciare le domande,
rimandare le risposte,
abbiamo tempo per spezzare un sogno e per reinventarlo,
abbiamo tempo per farci degli amici, per perderli,
abbiamo tempo per prendere lezioni e per dimenticarle dopo,
abbiamo tempo per ricevere doni e per non capirli.
Abbiamo tempo per tutto.
Solo per un po’ di tenerezza non c’è tempo.
Quando troviamo il tempo per questo, moriamo
.


 

* * *


Lettera al signor Hölderlin

Da qualche parte lei ha scritto in un verso: “A cosa serve il poeta,
in tempo di siccità?”. Proprio questo mi dà l’ardire
di rivolgermi ad un grande poeta e di dire con coraggio
la verità,
il vero coraggio della poesia, forse, non è cantare le piogge
quando tutto il mondo le vede, il suo vero coraggio è vedere
il cielo incendiato, e sperare. E prima di essere vera pioggia
che bagna i campi, la pioggia sia speranza e canto.
                                                                                      Il poeta
annuncia alla città, alla terra, che la pioggia esiste,
annuncia agli uomini che hanno il dovere di sperare. Un poeta
davanti a un cielo bruciato, davanti a un campo incendiato,
che non è capace di cantare e credere nelle piogge,
di ricordarci che la pioggia esiste, che essa farà fiorire
la terra malata,
un poeta che non è profeta di speranza,
un poeta con le labbra bruciate che non sente il bisogno
di cantare le piogge del mondo
non ha compreso che la poesia è prima di ogni cosa una forma di
speranza.
A cosa serve il poeta, in tempo di siccità?
Per cantare le piogge proprio allora,
quando di esse abbiamo maggiore bisogno, quando ci
                                                   mancano e le desideriamo,
quando brucia il sole e le mani profumano d’incertezza,
quando gli alberi di sabbia crollano al minimo
soffio,
quando i ricordi hanno il gusto dell’errore e la speranza è una parola difficile
e colui che canta le piogge rischia di essere disprezzato e colpito
anche con pietre, perseguito dagli dèi e dagli uomini
per la sua follia e il suo coraggio che cantano
le piogge, che cantano i torrenti, quando gli uomini alzano le braccia
e restano nell’aria crocifissi, come sulla collina del Golgota.
                                                            Chi deve annunciare le piogge
se non la poesia? Chi avrà il coraggio di vedere
                                    nel vuoto cielo nuvole di pioggia,
chi si prenderà il rischio della profezia delle piogge se non la poesia
che con i Greci è stata sotto le mura di Troia
e che con Dante è scesa all’Inferno?
.
 

* * *

 

La morte di Socrate


Sono solo,
perché tremate?
La sentenza è data.
Perché tremate?
Dalle parole che non ho fatto in tempo a dire
scivola il silenzio
invecchiandomi.
Non chiedetemi di mentire con le mie parole
con cui ho trovato la morte.
E non capisco perché tremate.
Il veleno è in ogni caso preparato.
Siete troppo pallidi
per degli assassini per bene
.
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