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Chi sono le donne che ogni giorno vengono violentate,
assassinate, stuprate, e i cui corpi ci giungono contorti,
macchiati, spezzati? Chi sono queste donne non amate per ciò
che sono come persone, ma brutalmente desiderate come carne?
Cosa hanno provato durante il massacro della loro identità?
Erano intelligenti, sensibili, colte… erano come noi? Come
restituire loro dignità, forza, cuore, anima affrontando i
segni dei misfatti di cui sono state vittime, e con quali
codici narrare le loro sventure?
Il teatro e la poesia possono, in poche righe, raccontarci
mondi interiori e psichici, restituirci la complessità di
una relazione o di un momento di vita e trasformare un atto
banale in narrazione dai contenuti universali.
Quando il teatro e
la poesia riescono a divenire, nella loro sintesi, voce
delle voci, voce di tutti, sguardo degli sguardi, l’arte ha
raggiunto la sua finalità.
Io e
l’altra,
raccolta di testi per il teatro, unisce autrici italiane di
diversa provenienza geografica e formazione letteraria
accomunate dallo stesso sforzo: denunciare le mille forme di
violenza alle donne rendendole visibili, udibili, concrete.
* * *
Se Arte è solo
quella necessaria, allora qui siamo in presenza di Arte.
L’urgenza emerge come volontà di sopravvivere, come
desiderio di vita, come diritto alla felicità.
Il voto al sacrificio, alla sopportazione silente, prigione
del femminile, inoculato ad ogni istante sin dalla nascita,
riverberato in migliaia di immagini, modulato nel
sottotraccia linguistico, sparato sotto ringhianti
telecamere, è sciolto dalle autrici di questa raccolta di
testi attraverso il gesto della scrittura. Di una scrittura,
quella scenica, che implica esplicitamente il pubblico, lo
incorpora, parla attraverso e ai corpi ed è quindi
particolarmente adatta ad accogliere le tematiche di una
femminilità aggredita.
Per i paradossi della storia, è infatti il media scenico,
spesso nel Novecento dato per moribondo e mai deceduto, a
costituire oggi, proprio per il suo statuto fisico, il
veicolo comunicativo più efficace a garantire la possibilità
di esprimere anche la sofferenza. Forse effetto boomerang
dell’astrazione digitale, il teatro permette oggi di
plasmare e percepire intensamente la realtà. Ipercomunica
per abbondanza di segnale.
I cinque testi si ispirano a fatti di cronaca, episodi di
violenza variamente manifestata, secondo un cammino che
lambisce i territori della criminalità, dello stupro di
gruppo, della prevaricazione psicologica e fisica,
dell’emarginazione sociale, dell’omicidio, dell’omertà
familiare, della brutale anaffettività. Sono paesaggi dai
contorni normalmente patologici, squallidi, barbarici,
cinici, mostruosi, respinti come un doppio repellente dalla
cultura bendata della muta graziosità. Natascha e il Lupo
di Alina Rizzi, La mamma più bella del mondo di Maria
Grazia Calandrone, Come acqua sulle pietre di Maria
Inversi, Non sono stata finita di Clara Galante,
Con queste mani di Mariella De Santis sono testi
drammaturgici eversivi e per il fatto in sé di essere stati
scritti, graffiano il tabù dell’impotenza.
Ci sono molte armi in questi testi, sono armi evocate o
realmente usate dai persecutori durante la violenza subita e
anche dopo, cioè durante l’elaborazione rabbiosa, da parte
delle vittime. Fucili, bastoni, pistole, mannaie, coltelli,
nonché un camion della spazzatura (per triturare la
protagonista, che casualmente sfugge al destino, in Non sono
stata finita). Ci sono anche percosse, soffocamenti, calci.
Sono scene difficili da mostrare per un teatrante, ardue da
mettere in scena non solo nel luogo teatrale ma anche nel
luogo del sociale, della proiezione idealizzata della realtà
che sempre candidamente domanda: ma com’è possibile?
Doppia sfida dunque in questi testi, da un lato temi,
diciamolo con un eufemismo, scomodi e perturbanti,
dall’altro la sottesa difficoltà della resa scenica. Certo,
qui quasi tutto è reso attraverso una preponderante valenza
monologante, che allontana con l’epica dell’io la tendenza a
rappresentare per analogia, realisticamente. Tuttavia, pur
attraverso il linguaggio verbale sostanzialmente declinato
in monologo, qualche volta in dialogo (soprattutto in
Come acqua sulle pietre), resta l’esigenza espressiva
(sebbene non mimetica) e l’urgenza problematica di come
“dare corpo” alla violenza.
Dalla Prefazione di Paola Bertolone
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