i libri

Maria Grazia Calandrone,

Mariella De Santis,

Clara Galante, Maria Inversi,

Alina Rizzi

 

Io e l'altra

Prefazione

A cura di Maria Inversi

Prefaz. di Paola Bertolone

Fotografie di Valeria Floris

e Fabio Gasparri

 

 

2010

ISBN 13: 978887536249-2

pp. 102

cm 15x21

€ 12,50

 

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I testi

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Chi sono le donne che ogni giorno vengono violentate, assassinate, stuprate, e i cui corpi ci giungono contorti, macchiati, spezzati? Chi sono queste donne non amate per ciò che sono come persone, ma brutalmente desiderate come carne? Cosa hanno provato durante il massacro della loro identità? Erano intelligenti, sensibili, colte… erano come noi? Come restituire loro dignità, forza, cuore, anima affrontando i segni dei misfatti di cui sono state vittime, e con quali codici narrare le loro sventure?

Il teatro e la poesia possono, in poche righe, raccontarci mondi interiori e psichici, restituirci la complessità di una relazione o di un momento di vita e trasformare un atto banale in narrazione dai contenuti universali.

Quando il teatro e la poesia riescono a divenire, nella loro sintesi, voce delle voci, voce di tutti, sguardo degli sguardi, l’arte ha raggiunto la sua finalità. Io e l’altra, raccolta di testi per il teatro, unisce autrici italiane di diversa provenienza geografica e formazione letteraria accomunate dallo stesso sforzo: denunciare le mille forme di violenza alle donne rendendole visibili, udibili, concrete.

 

                                                         * * *

 

Se Arte è solo quella necessaria, allora qui siamo in presenza di Arte. L’urgenza emerge come volontà di sopravvivere, come desiderio di vita, come diritto alla felicità.
Il voto al sacrificio, alla sopportazione silente, prigione del femminile, inoculato ad ogni istante sin dalla nascita, riverberato in migliaia di immagini, modulato nel sottotraccia linguistico, sparato sotto ringhianti telecamere, è sciolto dalle autrici di questa raccolta di testi attraverso il gesto della scrittura. Di una scrittura, quella scenica, che implica esplicitamente il pubblico, lo incorpora, parla attraverso e ai corpi ed è quindi particolarmente adatta ad accogliere le tematiche di una femminilità aggredita.
Per i paradossi della storia, è infatti il media scenico, spesso nel Novecento dato per moribondo e mai deceduto, a costituire oggi, proprio per il suo statuto fisico, il veicolo comunicativo più efficace a garantire la possibilità di esprimere anche la sofferenza. Forse effetto boomerang dell’astrazione digitale, il teatro permette oggi di plasmare e percepire intensamente la realtà. Ipercomunica per abbondanza di segnale.
I cinque testi si ispirano a fatti di cronaca, episodi di violenza variamente manifestata, secondo un cammino che lambisce i territori della criminalità, dello stupro di gruppo, della prevaricazione psicologica e fisica, dell’emarginazione sociale, dell’omicidio, dell’omertà familiare, della brutale anaffettività. Sono paesaggi dai contorni normalmente patologici, squallidi, barbarici, cinici, mostruosi, respinti come un doppio repellente dalla cultura bendata della muta graziosità. Natascha e il Lupo di Alina Rizzi, La mamma più bella del mondo di Maria Grazia Calandrone, Come acqua sulle pietre di Maria Inversi, Non sono stata finita di Clara Galante, Con queste mani di Mariella De Santis sono testi drammaturgici eversivi e per il fatto in sé di essere stati scritti, graffiano il tabù dell’impotenza.
Ci sono molte armi in questi testi, sono armi evocate o realmente usate dai persecutori durante la violenza subita e anche dopo, cioè durante l’elaborazione rabbiosa, da parte delle vittime. Fucili, bastoni, pistole, mannaie, coltelli, nonché un camion della spazzatura (per triturare la protagonista, che casualmente sfugge al destino, in Non sono stata finita). Ci sono anche percosse, soffocamenti, calci. Sono scene difficili da mostrare per un teatrante, ardue da mettere in scena non solo nel luogo teatrale ma anche nel luogo del sociale, della proiezione idealizzata della realtà che sempre candidamente domanda: ma com’è possibile?
Doppia sfida dunque in questi testi, da un lato temi, diciamolo con un eufemismo, scomodi e perturbanti, dall’altro la sottesa difficoltà della resa scenica. Certo, qui quasi tutto è reso attraverso una preponderante valenza monologante, che allontana con l’epica dell’io la tendenza a rappresentare per analogia, realisticamente. Tuttavia, pur attraverso il linguaggio verbale sostanzialmente declinato in monologo, qualche volta in dialogo (soprattutto in Come acqua sulle pietre), resta l’esigenza espressiva (sebbene non mimetica) e l’urgenza problematica di come “dare corpo” alla violenza.

 

                                                                             Dalla Prefazione di Paola Bertolone

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