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Psw. – … come stai, papà?
L. – Sto benissimo! Ieri sono andato al lavorare in
fabbrica, alla Ticucistop! Io non sto a casa in malattia per non andare
a lavorare!
Psw. – Alla Ticucistop! (si ferma, proteso sul letto,
smettendo di battere sulla forma di rame). Oh,
papà… è andata bene?
L. – Certo che è andata bene… (con tono
terribile) Io dirigo la fabbrica! (inaspettatamente veloce, con voce
querula) Lo sai quanto tempo ci vuole in Cina per fare una camicia? Eh?
Psw. – Fare… camicia…
L. – Dieci minuti!!
Psw. – È… poco…
o… è tanto?
L. – E in Italia? Lo sai? Due ore!
Psw. – Due ore! E come mai, dieci minuti in Cina?
Cioè, voglio dire, è molto, molto di meno. Non
saprei dire quanto, ma è assolutamente…
L. – È che là lavorano. Lavorano. Qui da noi, pausa
caffè. Poi si alzano, le donne. Vanno di nuovo al cesso. Poi
chiacchierano, poi cercano le forbici, sostituiscono l’ago,
ci mettono mezz’ora, e intanto, parlano. Poi, al cesso.
Vescica più piccola. Quando dirigevo la Fabbrica…
Dal monitor scompare la lezione di
dermatologia chirurgica. Appare l’interno di una enorme
fabbrica deserta. Campo lungo.
... era così. Noi le sorvegliavamo, le donne! I caposquadra
mi dicevano: «La tale, si alza sette volte in due ore,
quattro volte va in bagno, parla con tre amiche, perde circa il 34% del
tempo per attività improduttive». Si chiama
analisi tempi e metodi. Ricordatelo, dovresti farlo anche per le tue
cose: analisi tempi e metodi. Io dicevo, la mandiamo via, quella donna,
le donne si mettono in maternità, lo so. Insomma, la chiamo
in direzione, e le dico: richiamo verbale, lettera, seconda lettera,
sospensione, licenziamento! Ma c’era il sindacato. Il
sindacato ha un potere enorme. Enorme. Per esempio: il Magnafa, te lo
ricordi?
Psw. – Magnafa… (si mette la forma sulla
testa, cercando di equilibrarla in modo che stia su senza mani).
Non… me… lo…
L. – Era un soprannome… Lo chiamavano
così perché mangiava mezzo chilo di carne ogni
pausa mensa, naturalmente a spese della Fabbrica, che era ricattata dal
sindacato. O la bistecca a Magnafa, eh… eh… o
facciamo saltare la corrente all’impianto di
nichelatura… E come lui, ce n’erano. Non si
riusciva a licenziarli. Erano protetti dal sindacato. Se ci provavi, il
sindacato bloccava la fabbrica, e io dovevo spiegare alla Germania,
perché era una Fabbrica Multinazionale, la mia, che non
potevo fare nulla, allora, li tenevamo d’occhio tutto il
tempo, con i sorveglianti. Adesso… eh eh eh… mi
hanno detto che sono quasi tutti morti… eh…
eh… eh… cancro, infarto, ictus,
incidenti… il Magnafa è finito sotto il trattore.
Gli uscivano gli intestini da dietro la schiena, mi hanno detto. Il
trattore pesa più di una tonnellata, sai?
Psw. – …nellata…
L. – Parassiti!! Ti ricordi? Tu!! Ti ricordi, eh? Lavoravano in
fabbrica e avevano venti ettari di campagna. Quando veniva il momento
di raccogliere le mele, si davano malati! La fabbrica pagava la
malattia, e loro facevano i miliardi. Miliardi! Io mandavo i
sorveglianti, che li fotografavano. Il Magnafa, nel suo campo,
fotografato. Il Marchiodi, fotografato, il Tanaia, fotografato. Ho
ancora le fotografie, giù nel trumeau. Bene. Giusta causa e
giustificato motivo, dice il contratto. Li licenziamo. Il sindacato?
Blocca la fabbrica. E il pretore del lavoro ci dà
torto… e il vescovo a messa si è messo a parlare
male della Fabbrica. Così era. Ti ricordi, no? Facevi il
liceo. Erano tutti parassiti. Pa-ras-si-ti!
Psw. – Bahhhh… pichhhh… moh…
trrrrr… Eh eh eh… (Depone la forma)
Silenzio per venti secondi. Le macchine
sibilano, il monitor cardiaco emette i bip.
Psw. – Come stai, papà?
L. – Be-nis-si-mo.
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