i libri

 

Patricia Grace

 

Tu

 

Cura e traduzione dall'inglese

di Antonella Sarti Evans

 

 

2019

ISBN-13: 978887536443-4

pp. 300

cm 13x20,5

€ 17,00

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L'autore

 

Patricia Grace è nata a Wellington nel 1937, da madre pakeha e padre maori, di origine Ngati Toa, Ngati Raukawa e Te Ati Awa. Fra le sue opere maggiori ricordiamo il romanzo Potiki (1986), insignito del New Zealand Book Award, le raccolte Waiariki and other stories (1975), i primi racconti pubblicati di una scrittrice maori, Electric City and other Stories (1987), The Sky People (1994), Small Holes in the Silence (2006) ed i romanzi Cousins (1992), Baby No-Eyes (1998), Dogside Story (2001), finalista per il Booker Prize e vincitore del Kiriyama Pacific Rim Book Prize, infine Chappy (2015). Proiettando l’identità maori con slancio e sensibilità in una realtà sempre più ampia e variegata, i libri di Patricia Grace sono scritti in un inglese trapuntato di parole e frasi maori significative e sono stati tradotti in Te Reo (lingua maori) e in numerose altre lingue.
Patricia Grace è stata spesso in visita in Italia, ha partecipato ad un convegno all’Università di Verona e a diverse edizioni del Salone del Libro di Torino, soffermandosi per un’accurata ricerca storica a Firenze durante la stesura di Tu.

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I testi

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Un romanzo di guerra, ma anche di formazione, di riscatto civile, di incontro con l’umanità: tale è Tu della neozelandese maori Patricia Grace. Racconto di fantasia, che però prende le mosse da un diario vero, quello del padre dell’autrice che combatté tra i volontari del 28° Battaglione Maori nella campagna d’Italia dal 1944 al 1945.

L’incontro di tre fratelli nella stessa unità militare è narrato attraverso un flash back nel diario di uno dei tre, il più giovane, che permette alle future generazioni di avvicinarsi a realtà a loro sconosciute, compreso un segreto familiare attentamente custodito. Sullo sfondo, la barbarie di un conflitto che miete moltissime giovani vite, ma anche la difficoltà di un cammino di equiparazione sociale tra maori e pakeha, vale a dire i bianchi di origine britannica.

Come segnala Marco Sonzogni, Senior lecturer alla Victoria University di Wellington, «Patricia Grace è una scrittrice fondamentale. Come è fondamentale questo suo romanzo storico: non soltanto perché ci riguarda da vicino ‒ perché lega l’Italia e la Nuova Zelanda nel segno della Liberazione e del 28° Battaglione Māori, dando conto, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’indispensabile testimonianza della letteratura ‒ ma anche perché fotografa, con una scrittura asciutta ma partecipe, tutte le sfumature della nostra complessa umanità».

 

* * *

6.

La strada

Siamo partiti nelle camionette, raggiungendo una fila lunga un miglio ad un ponte costruito sopra il Sangro. È un buon ponte, piuttosto resistente e alto per il passaggio dei mezzi, ma il terreno per raggiungerlo non era altro che pantano, e qualsiasi veicolo tentasse di attraversarlo non faceva che peggiorare la situazione.
C’erano rallentamenti anche dall’altra parte, dove il terreno era ugualmente molle e paludoso, il che significava che persino i veicoli più leggeri rimanevano bloccati. I camion pesanti dovevano essere tirati con l’argano mentre altri venivano rimorchiati tra la melma. Un caos.
Dopo un paio d’ore ci siamo stufati di aspettare, abbiamo lasciato le camionette e guadato il fiume. È un fiume avido e freddo, questo Sangro, ma nonostante ciò eravamo contenti di scendere dai veicoli e di proseguire, riscaldandoci mentre marciavamo verso un posto chiamato Point 208. Abbiamo passato la notte lì.
Un altro spostamento in avanzata, il giorno dopo, ci ha visti insediarci in un canale che dava su un torrente e da cui potevamo vedere la città di Orsogna, appollaiata sul più alto dei crinali, aspro ed erto su gole profonde che portano giù dai monti i flussi d’acqua. Vista da dove eravamo, Orsogna era una linea di edifici ombreggiati che si estendeva fino alla cima della rupe. Al centro, il campanile di una chiesa, sottile come un ago, si slanciava contro l’orizzonte cupo. Che strano posto per costruirci una città, ma so che i motivi avranno a che fare con la storia e con la necessità di una posizione che non venga presa dal nemico, proprio come i nostri vecchi pa15 a casa, in cima alle colline, che una volta erano terrazzati, fortificati e impenetrabili. Adesso Orsogna è occupata dall’invasore e il Nuovo Esercito Neozelandese e il Battaglione Maori sono anch’essi diventati parte della sua storia.
È ad Orsogna che si sono appostati i Crucchi. Dobbiamo stanarli da là per poter accedere alla strada che porta alla costa, aprendoci la via per Roma. Proprio come dai vecchi villaggi a casa, ci siamo resi conto quanto ogni avvicinamento sia visibile da Orsogna, e che per i battaglioni che avevano il compito di impossessarsi della città, l’accesso non era affatto facile.
Ben visibili lo eravamo anche noi, ad aspettare in quel canale. Non c’era nessun posto in cui nascondersi nei paraggi.
Al momento opportuno il Battaglione Maori avrebbe dovuto salire per un percorso sinuoso e tenere il nord di Orsogna, mentre i Crucchi venivano cacciati dalla città da sud. Questo era il piano. Una volta eseguito, la strada sarebbe stata libera per far passare i carri armati e l’artiglieria, e farli avanzare dove eravamo diretti noi, in modo da proseguire insieme. È ciò che abbiamo capito, aspettando d’essere chiamati in azione. Dalla nostra posizione, i nuovi compagni osservavano le battaglie che si svolgevano tra le colline e le scarpate tutt’attorno, mentre i vecchi andavano e venivano, ritornando con galline e cavoli da cucinare. Non c’era bisogno di mangiare gli asini, con questi nostri uomini. Benone. Per tutto il tempo, anche se non pioveva, c’era pioggia nell’aria.
Nella prima fase del nostro ingresso in battaglia siamo stati trasportati in camion in un posto chiamato Hellfire Corner e da lì abbiamo marciato fino ad una valle dietro alla quale il Ventiquattresimo e il Venticinquesimo Battaglione tenevano un crinale chiamato San Felice. Ci siamo accomodati nei pagliai e sotto gli alberi e ci sentivamo in sintonia, aspettando di entrare in azione per la prima volta, cioè noi nuovi. La maggior parte della vecchia guardia è andata a dormire, mentre le granate nemiche dilaniavano il paesaggio circostante e gli aerei ci passavano continuamente sopra la testa. Erano i nostri aerei, pronti all’azione.
Finalmente la nostra artiglieria ha aperto il fuoco e mezz’ora dopo eravamo in marcia carichi di sacchi e di tutte le munizioni di cui potevamo addobbarci, visto che dovevamo portar via tutto: ci avevano informati che il terreno da attraversare non era adatto ai veicoli portamunizioni né a qualsiasi cosa avesse le ruote.
Mentre ci dirigevamo verso la strada, i bombardamenti dei Crucchi ci hanno costretti a tuffarci nei canali e nei fossi, dovunque potessimo tenerci lontani dal pericolo. Aspettavamo, avanzando quando il fuoco cessava, e in questo modo siamo arrivati senza danni. Giunti sulla strada abbiamo visto che i nostri carri armati si erano radunati, pronti a passare e ad appoggiarci, una volta aperta la via per Orsogna. Era bello sentire la forza dei carri armati dietro di noi, mentre svoltavamo, ricominciando a salire.
Diretti verso la punta di San Felice, ci piegavamo e ci tuffavamo in ogni direzione, mentre il fuoco delle granate batteva le scarpate. E poi giù, sull’altro lato, siamo filati via stracarichi, fra case distrutte e ulivi frantumati, lungo un pianoro e attraverso un torrente chiamato il Moro. Dopo averlo attraversato, abbiamo iniziato un’arrampicata su terreno roccioso e scivoloso fino alla linea di partenza.
Persino a piedi nudi e senza equipaggiamento, come sulle colline e sugli speroni a casa, non sarebbe stata una salita facile, ma con le armi, carichi di munizioni e con il peso degli scarponi, sotto una pioggia di granate e pezzi di roccia che schizzavano da tutte le parti, la nostra scalata è stata una vera forza.
E dov’era questa linea di partenza?
Ogni altura portava ad una vallata, ogni vallata ad un altro promontorio. E giù, e su, mentre la nostra artiglieria continuava a sgranare e i nostri aerei spazzavano il cielo. Li sentivamo bombardare Orsogna a morte.
Sulla linea di partenza ci siamo raggruppati nelle nostre compagnie, una doveva avanzare sulla destra, una al centro e la nostra doveva tenere la sinistra – il lato peggiore, ci siamo presto accorti – prendendo d’assalto questa scarpata chiamata Pascuccio.

Pascuccio. Che percorso!
Ci siamo trovati di fronte la facciata di un dirupo, coperta di arbusti decapitati, con sentieri strettissimi, bombardati e devastati, che salivano a zig-zag.
«Bene, soldatini con armi giocattolo, si sale!» disse Rangi. E sì, ci sentivamo davvero piccoli a guardare in alto. Ci è uscito più d’un fischio.
A quel punto ha iniziato a piovere e il fumo dell’artiglieria si diffondeva mentre ci facevamo strada sopra le frane, sulla roccia nuda e la terra argillosa, il tutto danneggiato dalle granate. Con le mitragliatrici Spandau dei Crucchi che aprivano il fuoco, i colpi traccianti, i mortai che ci cadevano attorno, schegge e sporcizia che schizzavano dappertutto, ci spostavamo su ripiani, su sporgenze e protuberanze, attraversando gole e conche profonde mentre l’intero pendio tremava. C’erano galline che starnazzavano, sparpagliandosi dappertutto, sparute e spennate. Mentre salivamo, la pioggia si infittiva e poco dopo abbiamo notato che i nostri aerei se n’erano andati.
Non era ancora arrivato il peggio, perché vicino alla cima c’era una salita a strapiombo da farci alzare le sopracciglia, strabuzzare gli occhi e domandarci se fosse una beffa del destino. In ogni caso siamo saliti, soldatini con armi giocattolo e stracarichi di piombo, che si aggrappavano a qualunque vegetazione tenesse; arrivati in cima, ci siamo trovati nel bel mezzo d’un avamposto nemico!
Fortunatamente i Crucchi non si aspettavano visite da dietro, concentrati com’erano sulla strada di fronte. Ha avuto luogo una possente battaglia, dopo la quale diversi di loro sono rimasti stesi, uno per mano mia, il primo e non l’ultimo di quella sera.
Che lavoro! Abbiamo perso anche due dei nostri. Era solo l’inizio.
Siamo avanzati sulla strada di Orsogna, alcuni della nostra compagnia sono rimasti là mentre il resto correva per i campi di vigne devastate e di granturco spianati, per esplorare oltre la ferrovia, tastando il terreno, per così dire.
Il terreno? Era rovente.
Dunque, ci siamo ritrovati sotto il fuoco nemico proveniente dalle case, e con le ferite che aumentavano, ci siamo affrettati a rientrare, col buio, nel luogo dove ci siamo posti in difesa, ovvero dietro le mura di un cimitero: un luogo in cui nessuno di noi era davvero felice di stare. Nessuno voleva scavare lì, con tutte quelle ossa. Ci sembrava d’andare a caccia di guai.
Bootleg, che aveva una gamba escoriata, non voleva sdraiarsi per farsela fasciare, per paura che un fantasma italiano venisse a sedersi sopra di lui e non lo facesse più alzare. Diceva che potevano portarselo al paradiso dei Macaroni, su una strada bizzarra, e non avrebbe saputo che cacchio si dicevano in quel gergo da mangia-spaghetti della malora. Stette in piedi, appoggiato alla pala, mentre i compagni lo fasciavano, facendo un sacco di giri con le bende. Nessuno di noi voleva far gocciolare del sangue in un posto come quello. E chi poteva darci torto?
Fino a quel momento avevamo tenuto a bada il nemico, arrivando al posto dove dovevamo stare, ma sentendo il fragore dall’altro lato del muro, potevamo ben dire che il contrattacco fosse già in corso. Sapevamo che il resto della compagnia – che non ci aveva ancora raggiunti – stesse passando un brutto momento sulla strada. Malgrado ciò, secondo l’opinione comune, era meglio morire in battaglia anziché dietro quel muro in un bordello di fantasmi, specialmente di notte, quando era facile che questi kehua se ne andassero in giro a rubare l’anima agli uomini, spaventandoli a morte e lasciandoli con gli occhi di fuori.
Be’, alla fine, ossa vecchie o meno, spettri o meno, scavammo delle trincee abbastanza ampie e profonde da tenerci fuori dalla vista, poiché di lì a poco ci sarebbe stato un inferno, oltre quel muro. Che posto! Che razza di situazione!
Non importa, pensavamo: prima del mattino Orsogna sarà presa. Subito dopo, i nostri carri armati sarebbero arrivati e avremmo fatto rotta verso Ortona, Pescara, Ancona, San Marino.
Nomi, nomi.
Da qualche parte c’era pur Roma.
Arrivarono dei carri armati, ma non erano i nostri, e non dalla direzione che ci aspettavamo. Capimmo ben presto che invece delle nostre unità blindate, come pensavamo, erano arrivati i carri armati tedeschi: avanzavano verso di noi cigolando e sgranando, accompagnati dai mortai, dall’artiglieria e dalla fanteria. I proiettili martellavano sul muro del cimitero facendo un fracasso da risvegliare i morti, e mentre questo contrattacco massiccio andava avanti, ci ritrovammo bloccati da tutte le parti. Il nemico aveva tenuto duro nella città di Orsogna e le nostre unità blindate erano state arrestate.
Tutto ciò che potevamo fare era combattere per uscire dalla posizione in cui ci trovavamo, andar via dal cimitero e riattraversare la strada fino al margine del dirupo, altrimenti saremmo diventati carne da macello, stesi lì per terra come quei Macaroni, dietro le mura del loro luogo di riposo.
C’erano Crucchi dappertutto. I loro carri armati si ammassavano, uno in fiamme fece un bagliore in mezzo alla strada mentre correvamo caricando con le baionette, perché non c’era altro da fare. Era una battaglia corpo a corpo, dovevi essere tu il primo a colpire o a morire. Una lotta in cui abbiamo abbattuto una distesa di nemici, da aggiungere ad altri uomini morti o moribondi, sia nemici che amici, ammucchiati sulla strada illuminata dal fuoco mentre combattevamo.
Una volta arrivati dall’altra parte, siamo stati raggiunti da quel che rimaneva della nostra compagnia e ci siamo trincerati sotto il ciglio della strada dove tenevamo bassa la testa, bombardati costantemente da colpi di mortaio e di artiglieria, e domandandoci quanto sarebbero durate le munizioni.
Nel frattempo, abbiamo smesso di sperare che i nostri carri armati sarebbero arrivati, mentre quelli nemici si affollavano sulla strada. Era un contrattacco su vasta scala, e per quanto ci fosse stato detto che i nostri stavano cercando di portare i mitragliatori anticarro sul promontorio, sapevamo quanto difficile sarebbe stata l’impresa: quasi impossibile, al buio.
Prima che le munizioni finissero, sono arrivati sullo sperone i muli con i rifornimenti e non molto dopo mio fratello Rangi è uscito dalla trincea, per conto proprio, carico di granate, incontro ai carri armati nemici che avanzavano. Fra tutti gli altri rumori: di armi da fuoco, esplosioni, urla e grida di uomini, sentimmo un tonfo profondo e uno schianto metallico, mentre scaricava le granate nei cingoli di un carro armato, smobilitandolo. Un’azione per cui Rangi era noto. Ne lanciò un’altra nella torretta, mentre gli uomini dentro tentavano di scappare e ci fu una grossa esplosione. Vedemmo le fiamme scagliarsi in alto e le macerie schizzare alla luce del fuoco, mentre tornava a caricarsi di granate prima di ripartire.
Le azioni di un uomo solo non erano abbastanza, naturalmente. Senza carri armati né artiglieria non avevamo modo di rispondere. Eravamo circondati su tre lati. Rimanemmo trincerati, trovando obiettivi ovunque, ma con il nemico a destra e a manca, e di fronte, la luce del giorno ci avrebbe trovati carne maciullata in una poltiglia della malora, se non ci fossimo mossi da lì. Nelle prime ore del mattino arrivò l’ordine della ritirata.

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