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In un Regno senza tempo, dopo
sessant’anni di governo dispotico, il popolo si ribella
sorprendendo i suoi custodi, del tutto impreparati al contrattacco.
Allegorico, corrosivo, bizzarro, nichilista, brioso, il romanzo scorre
come una fiaba, con tanto di eroi, lotte, mostri e aiutanti magici. I
protagonisti (l’indifferente Tristano, il grottesco Otre, la
disperata Agnes), con il loro carattere letterario, sembrano
rappresentare i tre Stati dell’Ancien Régime: la
nobiltà, una sorta di clero (uso alla violenza piuttosto che
alla preghiera) e il Terzo Stato, ognuno agente all’interno
di una logica del “tutto cambia, niente cambia”. E,
in sottofondo, pare che una voce anarchica continui a denunciare
l’ignominia dello Stato il quale, tramite i suoi politici
“avvilenti”, cancella la nostra dignità.
Roberto Bertoldo
* * *
[...]
Il ragazzo ad occhi chiusi
ostinatamente. Stringe i denti, e deglutisce, e trema.
Guardami. Non obbedisce. Guardami. Resta
a palpebre ferocemente serrate. Però neppure il sorgere di
una lagrima, neppure una misericordia gli si invola dalle labbra.
– Che cosa credi, idiota. Nessuno qui ti torcerà
un capello. Domattina te ne andrai. Dove ti pare. Libero.
– Come?...
– Hai coraggio, garzone. E pensi all’amore.
Potresti invece partir soldato, per esempio.
– Che cosa?...
– Sempre che, hai ragione, il Regno avesse ancora un
esercito. No. Macché soldato. Che stupidaggine. Anche peggio
del correr dietro ad una donna. Chissà.
Solleva il capo, il giovane. Apre gli occhi, respira. Ammutolisce. Ora
poco meno tremante. Poi riprende. Parole. Parla lo stesso con
difficoltà.
– Che cosa dite? Vi fate beffe di me.
Otre si assopisce. Subito rumoroso disgustoso russare. Il cantiniere si
trattiene in cucina. Quanto tempo, troppo. Non dovrebbe
impiegarne tanto. E invece. Le posate stridono una volta di
più, il fuoco attizzato una volta di più. L’ometto
ha capito l’antifona. Obbediente, ottimo, discreto.
– Un Uomonero ti farà al massimo un occhio nero.
Ti farà passare un brutto quarto d’ora. Gli
Avvilenti non uccidono, stupido. Mai. Perché dovremmo. A che
scopo.
– Voi... non ci lasciate sperare.
– Sperare. Che ingratitudine, giovane. Noi vi proteggiamo
dalle illusioni, dal dolore, dall’amarezza, la frustrazione e
la perdita.
– Ho ventun’anni. Vorrei pur credere...
– Credere. In cosa?
Quella voce di crollo di torri. E il giovane di nuovo nasconde il viso
nell’ombra.
– Parla. Liberamente.
– Nell’amore, per esempio. Con una donna. Nel
crescer figli. Far propositi con lei... Della terra, e delle bestie. Ed
una casa nostra.
– Soffrire quanto, quanto affannarsi per
tutto ciò?
– Può valerne la pena...
– L’amore. Già ora, io so, quando per
via vai abbracciato all’amata, e il tuo sguardo incontra
quello di un’altra, sul tuo cuore è calato un
grigio tedio. Già ora, io so, tornando al tramonto dalla
fatica nei campi, ascolti con noia le ciarle della tua donna. Vuoi
posare, e chiuder gli occhi, e dormire di giusto sonno: ma le orecchie
ti si riempiono delle lagnanze di lei. Questo solo otterrai negli anni
che verranno. Non lo hai appreso dai tuoi medesimi genitori? Vale la
pena?
– Questo no.
– Ora la tua bella è giovane, è sana.
Ma le stagioni se ne vanno veloci. L’avrai fra qualche anno
col ventre gonfio, le gambe piagate, le gote butterate. Con qualche
dente di meno, e neri i pochi che le restano, e i capelli che cadranno
a ciocche. L’avrai pur sempre a letto, non pronta al piacere
ma petulante la malattia. Oppure potresti tu essere sfatto e malato, e
gemere e sporcare le lenzuola e imporle il tuo bisogno e il tuo male.
Oppure tutti e due. Questo prendersi la mala soma dell’altro.
Questo ti toccherà per certo in sorte. Non è
sta-to così per tua madre e tuo padre? Vale la pena?
– Questo no.
– Figli, vorresti? Crudele. E perché? Per imporre
loro le fatiche e il dolore che tu già conosci, che preghi
ogni giorno che il Cielo ti risparmi? Per grattare più
miseramente la terra, e trovare che fra le zolle inaridite non
c’è per loro semenza? Per ritrovare ogni sera le
loro facce, magre, ammalate, attorno a un desco miserabile e vuoto? Per
non riuscire a sostenere il loro sguardo, non udire il loro gemito che
il tuo cuore farebbe a pezzi? Oppure per udirli rinnegare il tuo nome,
e quello della tua sposa, voltarvi le spalle, togliervi tutto,
bastonarvi forse. Per vederli incattiviti e ingrati partire alla
ventura per il mondo, trascorrere notti insonni per loro e un giorno
aprir la porta a uno sconosciuto che viene ad annunciarvene la morte in
mare, di fiera, di assassinio? Non è stato così
per te ed i tuoi congiunti? Vale la pena?
– Non so. Sì. Certo. È stato
sempre così. Ma potrebbe...
– Cambiare.
– Cambiare!... – Un’irrequieta favilla.
Quella voce di carrucola che cala il feretro nella cripta.
– No – Il silenzio e la mano oscura
dell’Avvilente greve sul capo chino e sconfitto del
prigioniero. – Vivi mesto, giovane. Non illuderti. Non
sorridere più. Ringraziamo il Regno per questa nostra
quieta, sopportabile infelicità che ci preserva da
un’insana follia. Il Mondo va così. Il Regno ce lo
conservi.
[...]
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