i libri

Alessandro Forlani

 

Tristano

 

 

2008

ISBN-13 978-88-7536-190-7

pp. 216

cm 13x20,5

€ 17,00

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Alessandro Forlani è docente di sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Collabora alla cattedra di istituzioni di regia presso il medesimo istituto e alla cattedra di  costumistica teatrale dell’Università di Bologna (polo di Rimini).
È autore di testi teatrali, articoli di critica letteraria, liriche e racconti. Coordina le attività di Centro Teatro Marche, che promuove eventi spettacolari multimediali dedicati a scritture e linguaggi.

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I testi

 

In un Regno senza tempo, dopo sessant’anni di governo dispotico, il popolo si ribella sorprendendo i suoi custodi, del tutto impreparati al contrattacco. Allegorico, corrosivo, bizzarro, nichilista, brioso, il romanzo scorre come una fiaba, con tanto di eroi, lotte, mostri e aiutanti magici. I protagonisti (l’indifferente Tristano, il grottesco Otre, la disperata Agnes), con il loro carattere letterario, sembrano rappresentare i tre Stati dell’Ancien Régime: la nobiltà, una sorta di clero (uso alla violenza piuttosto che alla preghiera) e il Terzo Stato, ognuno agente all’interno di una logica del “tutto cambia, niente cambia”. E, in sottofondo, pare che una voce anarchica continui a denunciare l’ignominia dello Stato il quale, tramite i suoi politici “avvilenti”, cancella la nostra dignità.


Roberto Bertoldo

 

* * *

 

[...]

Il ragazzo ad occhi chiusi ostinatamente. Stringe i denti, e deglutisce, e trema. Guardami. Non obbedisce. Guardami. Resta a palpebre ferocemente serrate. Però neppure il sorgere di una lagrima, neppure una misericordia gli si invola dalle labbra.
– Che cosa credi, idiota. Nessuno qui ti torcerà un capello. Domattina te ne andrai. Dove ti pare. Libero.
– Come?...
– Hai coraggio, garzone. E pensi all’amore. Potresti invece partir soldato, per esempio.
– Che cosa?...
– Sempre che, hai ragione, il Regno avesse ancora un esercito. No. Macché soldato. Che stupidaggine. Anche peggio del correr dietro ad una donna. Chissà.
Solleva il capo, il giovane. Apre gli occhi, respira. Ammutolisce. Ora poco meno tremante. Poi riprende. Parole. Parla lo stesso con difficoltà.
– Che cosa dite? Vi fate beffe di me.
Otre si assopisce. Subito rumoroso disgustoso russare. Il cantiniere si trattiene in cucina. Quanto tempo, troppo. Non dovrebbe impiegarne tanto. E invece. Le posate stridono una volta di più, il fuoco attizzato una volta di più. L’ometto ha capito l’antifona. Obbediente, ottimo, discreto.
– Un Uomonero ti farà al massimo un occhio nero. Ti farà passare un brutto quarto d’ora. Gli Avvilenti non uccidono, stupido. Mai. Perché dovremmo. A che scopo.
– Voi... non ci lasciate sperare.
– Sperare. Che ingratitudine, giovane. Noi vi proteggiamo dalle illusioni, dal dolore, dall’amarezza, la frustrazione e la perdita.
– Ho ventun’anni. Vorrei pur credere...
– Credere. In cosa?
Quella voce di crollo di torri. E il giovane di nuovo nasconde il viso nell’ombra.
– Parla. Liberamente.
– Nell’amore, per esempio. Con una donna. Nel crescer figli. Far propositi con lei... Della terra, e delle bestie. Ed una casa nostra.
– Soffrire quanto, quanto affannarsi per tutto ciò?
– Può valerne la pena...
– L’amore. Già ora, io so, quando per via vai abbracciato all’amata, e il tuo sguardo incontra quello di un’altra, sul tuo cuore è calato un grigio tedio. Già ora, io so, tornando al tramonto dalla fatica nei campi, ascolti con noia le ciarle della tua donna. Vuoi posare, e chiuder gli occhi, e dormire di giusto sonno: ma le orecchie ti si riempiono delle lagnanze di lei. Questo solo otterrai negli anni che verranno. Non lo hai appreso dai tuoi medesimi genitori? Vale la pena?
– Questo no.
– Ora la tua bella è giovane, è sana. Ma le stagioni se ne vanno veloci. L’avrai fra qualche anno col ventre gonfio, le gambe piagate, le gote butterate. Con qualche dente di meno, e neri i pochi che le restano, e i capelli che cadranno a ciocche. L’avrai pur sempre a letto, non pronta al piacere ma petulante la malattia. Oppure potresti tu essere sfatto e malato, e gemere e sporcare le lenzuola e imporle il tuo bisogno e il tuo male. Oppure tutti e due. Questo prendersi la mala soma dell’altro. Questo ti toccherà per certo in sorte. Non è sta-to così per tua madre e tuo padre? Vale la pena?
– Questo no.
– Figli, vorresti? Crudele. E perché? Per imporre loro le fatiche e il dolore che tu già conosci, che preghi ogni giorno che il Cielo ti risparmi? Per grattare più miseramente la terra, e trovare che fra le zolle inaridite non c’è per loro semenza? Per ritrovare ogni sera le loro facce, magre, ammalate, attorno a un desco miserabile e vuoto? Per non riuscire a sostenere il loro sguardo, non udire il loro gemito che il tuo cuore farebbe a pezzi? Oppure per udirli rinnegare il tuo nome, e quello della tua sposa, voltarvi le spalle, togliervi tutto, bastonarvi forse. Per vederli incattiviti e ingrati partire alla ventura per il mondo, trascorrere notti insonni per loro e un giorno aprir la porta a uno sconosciuto che viene ad annunciarvene la morte in mare, di fiera, di assassinio? Non è stato così per te ed i tuoi congiunti? Vale la pena?
– Non so. Sì. Certo. È stato sempre così. Ma potrebbe...
– Cambiare.
– Cambiare!... – Un’irrequieta favilla. Quella voce di carrucola che cala il feretro nella cripta.
– No – Il silenzio e la mano oscura dell’Avvilente greve sul capo chino e sconfitto del prigioniero. – Vivi mesto, giovane. Non illuderti. Non sorridere più. Ringraziamo il Regno per questa nostra quieta, sopportabile infelicità che ci preserva da un’insana follia. Il Mondo va così. Il Regno ce lo conservi.
[...]

 

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