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In questo
romanzo di Jean-Claude Pelli, ancora una volta esemplare
della palpitante ricercatezza della prosa, assistiamo a due
storie parallele. Una è quella del protagonista che si
aggira in luoghi reali e della mente, come la casa che
esprime l’intimo di chi la abita e la città di Parigi che
riassume in sé tutte le città, le passioni e le teorie,
dedito alla coltivazione di rapporti di amicizia come
affinità elettive, alla coltivazione del pensiero raffinato
e del gesto pacato, del dialogo e della mitezza. Una storia
di amicizia, amore, formazione ma anche di morte.
L’altra è un
labirinto, una foresta di sensazioni auditive, visive,
tattili e gustative che percorrono tutto il libro nel
tentativo, impossibile e per ciò stesso affascinante, di
esaurire senza fretta la pienezza della sensazione di un
attimo, nel quale durante una conversazione sulla poesia o
su Wittgenstein una musica può attraversare l’aria mentre
gli occhi godono di uno scorcio familiare, e le papille
gustano un vino pregiato. Anche perché spesso la migliore
risposta ad una domanda filosofica può essere proprio una
musica, o una pittura.
Tutto questo
poiché nostro compito è renderci degni dell’altezza del
nostro stesso pensare, ma anche perché la verità e la
bellezza si mostrano continuamente a noi, occorre solamente
depurarsi dalle scorie e aprirsi ad esse, un po’ come fa il
narratore che spesso saluta il lettore all’inizio di un
capitolo invitandolo a entrare nella sua casa, che è la sua
città, ossia il risultato di un dialogo tra civiltà, e
soprattutto - il filosofo del Tractatus avrebbe
ovviamente approvato - il suo modo di pensare il mondo.
Sandro Montalto
* * *
Anche Robert ha un posto
rilevante nella mia storia. Alla Sorbona m’insegnò filosofia
della scienza. Ma discutevamo poi di lingua e della Parigi
colta, bevendo insieme alla Rotonde, giusto
all’angolo di métro Vavin, nel 6. Arrondissement dove egli
vive, al 45 della stessa rue Vavin.
Ricordo: mi era cresciuta un po’ di più la barba, al rientro
a Parigi, dopo un mio breve soggiorno a La Rochelle che mi
sembrò eterno: e rividi con esultanza Robert (e il suo
sarcasmo buono) in quella strada, pensandolo allora identico
a un’ancora posata al giusto luogo nel mare di città.
Robert colleziona le cose rare che trova in città, che ne
raccontano cronologie, e ama affermare che l’effetto in una
lingua è potere. Sostiene io abbia un discorso avvenente.
Per questo incoraggiamento duraturo continuo a essergli
grato. Ci frequentiamo parecchio; viene a trovarmi alla
Plaine de Monceaux, porta spesso dei fiori a Margot. Ella
come lui sta seguendo la scrittura della mia storia, che si
forma brano dopo brano, con fatiche che sembrano gioie. Per
questo, con noi, è entrato anche lui in contatto con Ester,
che sta vivendo adesso una certa difficoltà attraverso i
suoi ricordi. E da Ester oggi Robert ha voluto accompagnare
Margot, forse anche per dare una spinta alla mia stessa
storia.
Glicine e sole alla casa di Ester, una dimora che da rue
Cuvier si affaccia sul Jardin des Plantes e sembra
immersa in un bellissimo sonno. E dal lungo ballatoio
centrale, poi, il volto un po’ impassibile della
proprietaria accoglie gli ospiti.
Robert rispose al cenno:
– Grazie di tanta accoglienza in questa casa raggiante.
– Bonjour Madame. – disse Margot, salutando con la
mano alzata.
– Bonjour, siete tanto cari. Grazie infinite! Sapete quanto
timore abbia ancora con me, e forse il peso degli anni. A
tratti mi sentirei estranea a questo mio bel mondo.
Robert la consolò subito: – Ma vi aiuteremo. Siate adesso
come il giorno che nasce. Aprile è re; quindi datevi questa
pace per un po’.
– E sapete anche che Jacques lo desidera. – si pronunciò
Margot. – Vi portiamo il suo pensiero cordiale.
Rallegratevi.
Robert aveva una maniera unica di guardare le persone.
Quando ascoltava sembrava una serpe giunta all’attimo di
mordere la preda; i suoi occhi al momento paralizzavano. Ma
non era vero; bisognava conoscere Robert. Quegli occhi erano
benevoli, pieni di interesse. Egli era perfettamente
concentrato sulle parole che sentiva. Poi rispondeva, con
altrettanta qualità.
– Veramente. Lui ed io siamo
stati insieme a Versailles, l’altra settimana; e nel parco
con scioltezza abbiamo ripercorso un’altra volta i momenti
della sua infanzia. Certo non vi serba rancore. Voi,
ritengo, appartenete a questa storia col moto di un simbolo.
Il vostro ruolo è necessario; oggi la felicità di Jacques
vive in un’accezione appropriata.
– E avete attraversato intense esperienze, Ester; ora le
lascerete approdare alla loro espressione più serena. –
aggiunse Margot.
– Ho conosciuto il giovane Jacques, e fui un suo professore,
lo sapete. Il suo costante impegno allietava; percorreva
l’apprendimento con consueta passione. Dimostrava candore di
spirito e per questo lo sapevo ormai già distante da ciò che
sembra darle così gran pena, signora Ester.
[...]
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