i libri

 

Riccardo Viagrande

 

Sulle sottili corde

di un violino

 

 

2016

ISBN-13: 978887536402-1

pp. 264

cm 13x20,5

€ 18,00

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L'autore

 

Riccardo Viagrande (Catania, 1976) è compositore, pianista, musicologo, direttore d’orchestra e insegnante di Lettere nei Licei. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne con il massimo dei voti e la Lode presso l’Università di Catania, ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Italianistica (Lessicografia e Semantica del linguaggio letterario europeo), discutendo una tesi su Arrigo Boito. Ha conseguito anche i diplomi in Pianoforte e in Composizione, e i Diplomi Accademici di Secondo Livello in Composizione e in Direzione di Orchestra a Fiati. Si è poi perfezionato in direzione d’orchestra con Dominique Rouits e Isaac Karabatchevsky. Ha collaborato con enti sinfonici e teatrali per la redazione delle note di sala, e con il magazine online «Gbopera».
Autore di molte composizioni musicali per orchestra e ensemble da camera, in buona parte edite, ha pubblicato anche molti studi musicologici, tra i quali ricordiamo: Manuale di Storia ed estetica della musica (Casa Musicale Eco, Monza 2004), La sinfonia fra Ottocento e Novecento (Casa Musicale Eco, Monza 2004), Le forme della musica sacra (Casa Musicale Eco, Monza 2005), Il Contrappunto e le sue forme (Casa Musicale Eco, Monza 2005), Musica e poesia arti sorelle (Casa Musicale Eco, Monza 2005), La generazione dell’Ottanta (Casa Musicale Eco, Monza 2007), Arrigo Boito. “Un caduto Chèrubo”, poeta e musicista (Palermo, L’Epos 2008), Il concerto dalle origini al Novecento (Casa Musicale Eco, Monza 2011), C’est toute ma vie. Il Werther da Goethe a Massenet (Casa Musicale Eco, Monza 2011), Ildebrando Pizzetti. Compositore, poeta e critico (Casa Musicale Eco, Monza 2013), Il carro di Tespi. Storia del teatro musicale dall’epoca classica al Cinquecento (Casa Musicale Eco, Monza 2013), Verdi e Boito “All’arte dell’avvenire”. Storia di un’amicizia e di una collaborazione artistica (Casa Musicale Eco, Monza 2013), Goffredo Petrassi (Casa Musicale Eco, Monza 2015), Che farò senza Euridice? Il teatro musicale in Europa nei secoli XVII e XVIII (Casa Musicale Eco, Monza 2016).
Ha inoltre tradotto e curato Mes souvenirs di Jules Massenet (Casa Musicale Eco, Monza 2015).

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I testi

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Protagonista del romanzo è Pietro, un giovane italiano che, al pari di tanti altri nostri connazionali, alla fine della Seconda Guerra Mondiale emigra da clandestino in Francia dove, dopo diverse peripezie, riesce a sfondare nel mondo della musica. Tutto il suo mondo ruota attorno ad un violino: quasi un totem, certamente il simbolo di una volontà di riscatto e della concretezza degli affetti.
In questo bildungsroman seguiamo il processo di maturazione intellettiva e umana di questo caparbio musicista la cui storia vuole rimettere in primo piano tanto i valori della cultura quanto quelli della famiglia e della solidarietà. Attraverso le vicende umane di Pietro, infatti, viene affrontata una questione di grande attualità: quella dell’emigrazione che oggi sta emergendo con grande forza drammatica.

 

* * *

 

Parigi, che meraviglia!

«Ecco Parigi!» disse Giovanni a Pietro indicandogli la capitale francese. «È così che te l’eri immaginata?».
«Non lo so!» rispose Pietro preso un po’ di sorpresa.
Come se l’era immaginata, Parigi? L’aveva veramente im-maginata? Cosa poteva saperne lui della meravigliosa capitale francese? E, soprattutto, le sue aspettative lavorative avrebbero trovato una loro realizzazione? Per ora sapeva soltanto di trovarsi di fronte a una nuova esperienza della quale non poteva conoscere l’esito. Lì avrebbe avuto una vita nuova, ma sarebbe stata questa migliore della precedente o aveva fatto tutta quella strada per nulla? Parigi era là, apparentemente accogliente e al tempo stesso ignota.
«Ti sei incantato?» gli chiese Giovanni rompendo il silenzio seguito a quel lapidario quanto misterioso “non lo so”. «Un po’ ti capisco» proseguì l’uomo, «hai quella forma non dico di paura, ma di incertezza… ecco la parola giusta... che tutti gli uomini hanno di fronte a qualcosa di nuovo. N’est-ce pas?».
«Sì… forse…» rispose Pietro confuso e un po’ spaurito.
«Ma non mi dicevi che qui viveva una tua zia?».
«Sì, è vero! Vorrei andarla a trovare».
«Ma ti sei fatto annunciare? Sa che stavi venendo in Francia?».
«Sì… almeno penso… Per la verità mia madre le ha scritto solo qualche mese fa dopo molto tempo. Prima della guerra si scrivevano spesso; mi ricordo ancora quando mia madre certe volte leggeva le sue lettere… Certo che io non l’ho mai vista. È andata via dall’Italia molti anni fa. Amava Parigi e descriveva questa città nei minimi dettagli. Quando ero in Italia sognavo quel bel mondo fatto di banchetti, di cene, di divertimenti. Mi sembrava che la sera mia madre mi leggesse una favola».
«Allora… è ricca tua zia?».
«Stava abbastanza bene grazie a un negozietto di abbigliamento con il quale era riuscita a fare fortuna».
«Ma ha risposto a tua madre?».
«No».
«E perché mai?».
«Non lo so».
Giovanni, uomo di una certa esperienza, aveva fiutato che qualcosa non andava nel racconto di Pietro, tuttavia preferì non manifestare i suoi dubbi al giovane interlocutore per non scoraggiarlo.
«Bene, Pietro!» disse l’uomo dandogli una pacca sulla spalla. «Domani mattina andremo insieme a cercarla, questa tua zia. Sai almeno dove abita?».
«Certo» rispose Pietro, prendendo di tasca un foglio dove era scritto l’indirizzo.
«Conservalo bene» disse Giovanni. «Domani, a suo tempo, me lo darai. Per adesso mi attendono in un posto… sai… voglio scaricare questa merce che mi pesa tantissimo e domani, te lo prometto, penseremo a te! C’est bien?».
«Perfetto» rispose Pietro.
Mentre parlavano, i due erano ormai giunti a destinazione; all’orizzonte si profilava in modo sempre più chiaro un capannone che, ufficialmente, era un’usine come si poteva leggere nell’insegna, ma che in realtà serviva per nascondere le merci di contrabbando da immettere poi sul mercato. Giovanni, che non voleva mettere Pietro in una situazione di pericolo, si fermò con la macchina in prossimità di una zona molto alberata, distante abbastanza perché gli uomini del capannone non si accorgessero della presenza di un’altra persona. Qui disse a Pietro di scendere, aggiungendo:
«Aspettami qui. Tra mezz’ora, tre quarti d’ora al massimo sarò da te».
Da lì il nostro Pietro poteva vedere tutto. Giovanni era atteso. I due uomini, che presidiavano l’ingresso, lo salutarono calorosamente come si fa con un vecchio amico. Entrò con la sua auto nel capannone, mentre Pietro rimase a debita distanza. Dal posto in cui si era nascosto il giovane poteva vedere uscire Giovanni con la macchina, ma aveva anche un osservatorio privilegiato per la sua luna che incominciava ad apparire in cielo. Avrebbe voluto prendere il suo violino per suonare in quella splendida cornice naturale. Si trovava, infatti, in un bosco lussureggiante nel quale quell’arte unica che è la natura dava uno spettacolo veramente meraviglioso. La natura sembrava romanticamente esaltata dalla luce dolce e soffusa del crepuscolo. Era, infatti, l’ora che, come diceva il Poeta, “volge il desio ai naviganti e intenerisce il core lo dì c’hann detto ai loro amici addio”. E Pietro aveva detto addio a tante persone.
In quella faccia sempre uguale della luna Pietro ripercorreva tutta la sua vita: vedeva la madre e la sua bella Marie, cercava di immaginare il suo futuro, la sua nuova vita, pensava alla sua musica che, quando era solo, rappresentava la sua unica compagnia, almeno nella sua mente. Così facendo, il tempo passò in fretta e Giovanni puntualissimo, dopo i tre quarti d’ora, uscì dal capannone, dove entrarono i due uomini che erano rimasti fuori a sorvegliare. Poté così riprendere in macchina Pietro che non sapeva quale fosse la merce così scottante che Giovanni contrabbandava; l’uomo, del resto, lo aveva tenuto all’oscuro forse per preservarlo da qualche pericolo e il giovane, dal canto suo, non aveva mai cercato di soddisfare questa sua curiosità, comprendendo le precauzioni prese dal suo compagno di viaggio. In quella circostanza nessuno si accorse dell’esistenza di Pietro e questo fu un bene sia per lui che per Giovanni. Quella gente non amava testimoni scomodi e sarebbe stato difficile spiegare loro che Pietro era totalmente all’oscuro del loro traffico del quale, peraltro, non gli importava nulla.
«Tutto bene! Caro ragazzo» esordì l’uomo, «anche questa volta è andato tutto bene».
«Hai un buon rapporto con quegli uomini!» disse Pietro.
«Un buon rapporto? Un rapporto di lavoro… se lavoro si può chiamare quello che faccio» replicò Giovanni con una certa amarezza. «Fino a quando sei utile sei un loro amico ma se sgarri possono cancellarti dalla faccia della terra».
«È gente pericolosa? L’avevo capito quando hai preferito lasciarmi per strada piuttosto che farmi venire con te».
«Bravo!».
«Ma perché non cambi lavoro allora?» riprese il ragazzo, che si era in un certo qual modo affezionato a quell’uomo che lo aveva aiutato così tanto. «Vivi continuamente nel pericolo. Io, lo confesso, ho avuto una grande paura quella notte alla frontiera… Temevo di essere scoperto ma tu corri questo rischio tantissime volte».
Pietro aveva concluso il suo discorso con la passione tipica di un oratore, anche se la sua eloquenza talvolta balbettava.
«Caro ragazzo, ormai sono dentro fino al collo. Conosco troppe cose di quegli uomini. Per me, cambiare vita è impossibile. Lo vorrei tanto, ma…» e qui imprecò contro quel giorno in cui aveva conosciuto i contrabbandieri e si era unito a loro. Alla fine, dopo essere rimasto in silenzio per un bel pezzo quasi ricordando in quei momenti la sua vita passata, disse: «caro ragazzo, tu non devi conoscere quella gente! Non devi rovinarti la vita!». E non riuscì a trattenere le lacrime.
Pietro, colpito da quell’improvviso cambiamento d’umore di un uomo che aveva conosciuto come una persona sempre allegra, decise di rispettare il suo dolore. Avrebbe voluto chiedergli le ragioni che lo avevano spinto a fare quella vita, ma aveva capito che quell’uomo nascondeva una storia dolorosa.
«Scusami» disse a un certo punto Giovanni, «voglio metterti in guardia da questa vita… ti voglio proteggere come un figlio! Ti aiuterò, domani cercheremo tua zia e se…». “Non la troveremo”, stava per dire ma si fermò in tempo per non scoraggiare il ragazzo. «Beh, vedremo cosa fare! Io sono con te» concluse il buon Giovanni.
Forse quest’aggettivo è del tutto appropriato per un uomo, come Giovanni, che avrebbe potuto vivere felicemente e onestamente e che le circostanze della vita avevano portato a fare quell’esistenza che adesso odiava e della quale aveva ormai la nausea.

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