i libri

 

Patricia Grace

 

Potiki

 

 

2017

ISBN-13: 978887536414-4

pp. 216

cm 13x20,5

€ 17,00

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L'autore

 

Patricia Grace, una delle maggiori scrittrici neozelandesi, ha dato un contributo impareggiabile al “Rinascimento” della cultura e della lingua maori dagli anni Settanta fino ad oggi. La sua è la voce attualmente più rappresentativa della letteratura maori in lingua inglese.
Patricia Grace è nata a Wellington nel 1937 (nome di battesimo Patricia Frances Gunson), da madre europea e padre maori, di origine Ngati Toa, Ngati Raukawa e Te Ati Awa. Ha frequentato il “Teachers’ Training College” e Victoria University di Wellington, iniziando la propria carriera di insegnante di inglese come lingua straniera. In quegli anni ha conosciuto il marito, Kerehi Waiariki Grace, al quale ha dedicato la raccolta Waiariki and Other Stories (1975), la prima pubblicazione di racconti di autrice maori, e che si è aggiudicata il premio Pen/Hubert Church Award come libro d’esordio. Ad essa hanno fatto seguito il romanzo Mutuwhenua: the Moon sleeps (1978) incentrato sul matrimonio fra una donna maori ed un uomo di origine europea (“pakeha”), e la seconda raccolta The Dream Sleepers and Other Stories (1980). Continuando a scrivere, ed al contempo insegnando e crescendo con il marito i loro sette figli, ha pubblicato i libri per bambini The Kuia and the Spider (1981) e Watercress Tuna and the Children of Champion Street (1984) insieme all’artista maori Robyn Kahukiwa, con il quale ha lavorato anche a Wahine Toa: Women of Maori Myth (1984), esaminando il ruolo delle figure femminili nelle leggende maori. Dal 1984 si è dedicata alla scrittura a tempo pieno, pubblicando il romanzo Potiki (1986), insignito del New Zealand Book Award, le raccolte Electric City and other Stories (1987), Selected Stories (1991), The Sky People (1994), Collected Stories (1995) ed i romanzi Cousins (1992), Baby No-Eyes (1998) e Dogside Story (2001), finalista per il Booker Prize e vincitore del Kiriyama Pacific Rim Book Prize.
Nel 2003 con Waiariki ha pubblicato un lavoro di non fiction, Earth, Sea, Sky: Images and Māori Proverbs from the Natural World of Aotearoa New Zealand con fotografie di Craig Potton. Nel 2004 è uscito il romanzo Tu, ispirato alle vicende del padre che combatté nel Battaglione Maori nella seconda guerra mondiale e, in particolare, nella battaglia di Montecassino e a Firenze. Le sue pubblicazioni più recenti sono la raccolta di racconti Small Holes in the Silence (2006), il libro per bambini Marae and the Albatrosses (2008) con illustrazioni del fratello, Brian Gunson, ed il lavoro biografico Ned & Catina: A True Love story (2009). Nel 2007 Patricia Grace è stata nominata “Compagna Emerita” del New Zealand Order of Merit. Il suo ultimo romanzo è Chappy (2015), dedicato al marito, scomparso nel 2013.
I libri di Patricia Grace sono scritti in un inglese trapuntato di parole e frasi maori significative e sono stati tradotti in Te Reo (lingua maori) e in numerose altre lingue. In particolare, Potiki è stato tradotto in otto lingue straniere. Gli unici altri titoli di Patricia Grace usciti in italiano, ad oggi, sono la raccolta La Gente del Cielo (L’Argonauta, 1999), preceduta dal racconto “Fra Terra e Cielo” pubblicato in “Scolpire le Parole”, nella rivista Omero (1998), entrambi a cura di Antonella Sarti.

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I testi

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Potiki è forse l’opera più alta e rappresentativa di Patricia Grace, scrittrice neozelandese che il pubblico italiano conosce ancora troppo poco. Alla traduttrice, prima a presentarla in Italia tanti anni fa, andrà dunque la gratitudine di quei lettori che cercano storie profonde, impegnative e narrate con il coraggio di chi privilegia sincerità e dignità all’artificio e alla popolarità. Con una lingua pregna della storia umana e culturale della sua gente – i maori, popolazione indigena di Aotearoa/New Zealand – e con uno stile terso che sincopa passato e attualità, quest’autrice arriva sempre all’essenza della natura, dei pensieri e delle azioni umane.

                                                       Marco Sonzogni
                                                       Reader in Translation Studies,

                                                       School of Languages and Cultures,

                                                       Victoria University of Wellington


Nell’esplorare la vita di una comunità maori e la lotta contro il dilagante materialismo occidentale, Potiki ci ricorda i valori primari dell’essere umano, in una prosa poetica e penetrante che non ha eguali nella letteratura neozelandese. Tra le migliori pagine delle nuove letterature in lingua inglese.

                                                       Paola Della Valle
                                                       New Zealand Literature and Pacific Studies,

                                                       Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere

                                                       e Culture Moderne, Università degli Studi di Torino

 

 

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Toko

Ho la mia storia di quando venne l’Uomo-dei-Dollari. Le nostre storie stavano cambiando. È una storia di un sentimento e di un presentimento.
Non è la storia della prima visita dell’Uomo-dei-Dollari. Tornò alcuni mesi dopo la sua prima visita, e tornò di nuovo e ancora, portando con sé una persona e poi un’altra, ed ogni persona che portava pareva sua gemella e aveva una storia gemella da raccontare. Il discorso era sempre lo stesso, e niente cambiò con la loro venuta.
La nostra gente fu orgogliosa di zio Stan quando l’Uomo dei Dollari venne con tutti i suoi soldi e le sue parole, perché aveva parole che eguagliavano le parole dell’’Uomo-dei-Dollari, e aveva un tesoro da eguagliare il denaro dell’Uomo-dei-Dollari.
Poi un giorno l’uomo venne a dire che i lavori dovevano cominciare. Avevano dovuto minimizzare il progetto, disse, perché l’accesso che avevano non era buono. A causa della nostra mancanza di cooperazione e di avvedutezza, disse, la sua società era stata costretta a riduzioni, per il momento. Per il momento, ripeté. Ma in un modo o nell’altro, disse, ci avrebbe persuasi a ragionare, ad essere avveduti, in un modo o nell’altro. In un modo o nell’altro, in un modo o nell’altro continuava a dire, e fu allora che ebbi il sentimento del fuoco. Ne avevo già presentito lo strano germe quando ero bambino e mia madre Roimata mi aveva stretto a sé e aveva avuto paura per me. Ma non ero più un bambino.
Il fuoco divampò nel profondo di me e il rosso fuoco mi attraversò e balzò e si sparse lungo le pareti. I padri di legno e le madri di legno si colorarono e si contorsero, e i loro occhi si arrossarono e tremolarono. Eccolo, e poi basta. Mi incendiai del significato di tutto. Nella casa si tratteneva il respiro e c’erano sospiri. Ci furono anche parole taglienti, da parte di mia sorella Tangimoana, anche se la maggior parte delle persone riteneva che non avrebbe dovuto far così nella casa di Rongo.
Mio padre disse che non gli dispiaceva che il progetto fosse stato ridotto e sperava che quell’uomo lasciasse la terra alla gente per godersela così com’era. «È un’attrattiva com’è adesso, e come lo è sempre stata», disse Hemi.
Lo zio Stan parlò di avvedutezza. «Vediamo con i nostri occhi», disse, «vediamo con i nostri occhi, e dopo aver provato per anni a compiacere gli altri ora facciamo da soli, e vediamo. Non si tratta di mancanza di avvedutezza, come dice Lei. È perché siamo avveduti che non cederemo mai la terra, mai. Se si toglie il cuore, e l’anima, il corpo si sgretola».
Ma l’uomo pensava che fossero solo parole ‒ parole senza riflessione né significato, parole non scelte con cura. «Vedremo», disse. «Staremo a vedere».
Dopodiché dovemmo mandare lettere spiegando tutte le nostre obiezioni sul progetto. Questo progetto non aveva a che fare con l’annessione della nostra terra, perché la nostra terra non poteva essere annessa. Ma aveva a che fare con le escursioni e gli sport acquatici, lo zoo sottomarino e il circo degli animali, le foche che battevano le pinne, l’uomo che metteva la testa dentro la bocca di una balena, e tutte le cose che erano state programmate. E quando venne una lettera dicendo come potevamo essere coinvolti, e come potevamo vestirci e ballare e cantare due volte al giorno e cuocere cibo per terra, replicammo furibondi. I nostri canti e i nostri balli non erano in vendita, dicemmo, né lo era il nostro cibo cotto sulle pietre. «Che ci si mettano loro a cuocere sulle pietre», sentii dire mio zio, «avranno sempre le loro stanze refrigerate e con doppi vetri a cui tornare, da dove possono vedere il mare senza sentire lo schiamazzo dei motori, sciocchi come fantail, a vociare tutto il tempo. No, non sentiranno lo schiamazzo dei motori», disse. «Non hanno orecchi per quello».
Disse queste cose perché era arrabbiato e perché sapeva che la terra e il mare erano già un’attrattiva.
Dal momento che eravamo ‘obiettori’, ci furono altre riunioni a cui partecipare. Andammo tutti alle riunioni, tutti noi, per fare numero. Non eravamo i soli obiettori perché c’erano pescatori e gente che andava in barca il fine settimana, e ambientalisti. Tangimoana portò alcuni dei suoi amici dell’università. Fecero un sacco di chiasso, che ad alcuni della famiglia non piacque. E così le stanze furono gremite di gente e di frastuono, e gli uomini in giacca e cravatta si sventagliavano con buste e fogli di carta.
Era facile capire perché gli uomini in giacca e cravatta fossero in favore dell’espansione, dal momento che ciò significava un grosso numero di visitatori estivi nella zona, che a sua volta significava ‘fare un passo avanti’ se così la si pensava. E persino quando non era estate, ci sarebbero state buone offerte per le famiglie e le scuole che andavano a veder lo spettacolo della testa dentro la bocca della balena, e focene che saltavano a coppie dentro cerchi di fuoco, con le facce sorridenti come funamboli e maghi. Sorridenti, sempre sorridenti, ma con lo sguardo che non lasciava trapelare niente.
E ci sarebbero stati incassi e affari, affitti alti, nuove società di trasporti, nuovi punti di ristorazione, golf e squash e sauna, e molte altre cose d’interesse per la gente dorata.
Ma c’erano due parti diverse. C’era una parte in cui eravamo obiettori perché eravamo preoccupati per la terra e per il mare. Le colline ed il mare non ci appartenevano ma volevamo vedere le colline pulite e il mare libero. Potevamo soltanto essere obiettori insieme a chi amava nuotare e fare campeggio e venire a pescare, e con chi non voleva che né il mare né la terra cambiassero. Noi, come loro, non volevamo che la società mettesse su zoo e circhi acquatici, o che portasse rumore e inquinamento, né che allineasse palazzi e castelli sulla costa, e negozi di souvenir, né volevamo avere ristoranti roteanti sopra il mare, illuminati di notte come navicelle spaziali che sbarcavano invasori sul lido.
Perché presto non ci sarebbero più stati pesci, solo pesciolini da veder divorati dagli squali in gallerie sottomarine illuminate, all’ora del pasto o quando si voleva, pagando.
Ebbene, volevamo che i pesci stessero nel mare come pesci normali, e che le pastinache vagassero la sera come fanno sempre. Volevamo che i nostri sguardi conoscessero il punto dove incontrare la marea, alta o bassa che fosse.

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