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Un grande condominio
per le vacanze. Le colline e le spiagge dell’isola d’Elba. Una
dozzina di personaggi, protagonisti di quasi altrettante storie
sparse lungo le pagine, tessere che alla fine si uniscono in un
puzzle compiuto e sorprendente. Carlo Nobile ha due vite. Per undici
mesi l’anno, in città, è uno studente fuori corso che si sforza di
pensare al futuro insieme alla fidanzata storica, Anna. Luglio,
invece, lo passa da sempre al residence “Gabbiano”. È lì che può
essere se stesso: animo da poeta, fotografo in completa sintonia con
la natura e in perenne polemica con la civiltà. In una giornata di
fine anni Novanta, però, sembra che tutto sia vicino alla fine, che
stia per chiudersi un’epoca. Molti indizi suggeriscono che ci
troviamo di fronte a eventi chiave: una strana nuvola rossa, una
ragazza scomparsa, un mistero chiuso dietro alla porta di un
appartamento, il progetto di un omicidio e, soprattutto, un
cadavere. A lato di un intreccio avvincente, in questo romanzo
corale emergono alcune figure materne, diverse fra loro ma
accomunate dall’ostinata volontà di guidare il destino. E, da madri,
per farlo sono pronte a compiere azioni definitive.
Andrea Pellegrini racconta una giornata che segna molte vite e gioca
con il lettore, facendo intuire più soluzioni agli enigmi, per
rivelare alla fine che tutto ciò che sembra, come spesso accade, non
è.
Lorenzo Mei
* * *
[...]
È una figura alta
quella che con grandi occhiali scuri entra nella visuale della
signora Vassalli.
Quella figura si stacca proprio adesso dalle cabine bianche e
azzurre con una borsa di Ralph Lauren. Manici lunghi. E cammina con
leggerezza.
Elena?
È da sola?
La Bertani continua a parlare e adesso lei non sente più una parola.
Mentre finge di ascoltare, sta controllando la riva, le cabine, le
vetrate del ristorante. Che ci sia anche quel tizio? Quel
chitarrista. Daniela guarda meglio, sente imperlarsi la fronte. “Che
stupida! Che stupida!”. Sono le undici e trentacinque del nove di
luglio. A quest’ora la spiaggia è troppo affollata per scoprire in
una occhiata se c’è anche quell’uomo. La riva è un’autostrada del
Sole. Una ininterrotta fila di gente che va e che viene in mezzo ai
racchettoni confonde tutto fra le palle in volo, la luce, i castelli
di sabbia, e la ragazza con la borsa di Ralph Lauren si avvicina.
Elena non possiede una borsa simile?
– Elena…
La ragazza le passa accanto senza voltarsi.
– Insomma signora, al Gabbiano c’è troppo rumore. I ragazzi che
tornano dalle discoteche, le strilla dei bambini, e poi quelle fogne
nel piazzale esterno quando è scirocco!
– Come diceva, signorina?
La Bertani sta per ripetere tutto dall’inizio mentre Daniela si è
alzata. È ancora una bella donna, senza un filo di cellulite, e ha
posato con delicatezza il cappello di paglia sopra la sdraio.
– Che caldo… mi perdoni – pettinandosi l’acconciatura – ma ora vado
proprio a fare il bagno.
Non era Elena.
Stringere con delicatezza le due narici fra indice e pollice,
soffiare con leggerezza, scendere come danzando un valzer dentro il
blu. Sotto i suoi piedi respirano le gorgonie. Un branco di oratine
veleggia fra i raggi perpendicolari e Sara regola il jacket. Sta
sempre di lato al gruppo dei subacquei, come nuotando da sola, e
adesso che ha trovato la posizione corretta pinneggia obliqua, come
per farsi accarezzare senza fretta dal mare. Inspira ed espira
regolarmente, lascia tondeggiare le bolle verso la superficie e
rivolta al fondo, i giochi della luce sulla scogliera e le
quadrature serpeggianti sulla sabbia le ricordano un vento che da
una finestra aperta riempia tende di seta. Con un guanto di lattice
allungato nel mar Tirreno, sta come cercando qualcosa, un’altra
mano, la mano assente di qualcuno che lei ama e che nemmeno sa di
questo amore.
Prima di partire per l’immersione, ha incontrato Bruno di Roma.
– Siamo a cena da Elena. Ce sarà pure er chitarrista, come se
chiama? Walter...
Bruno le ha detto queste cose nel cortile del Gabbiano, tenendo in
braccio la piccola Sharon, e le ha dette senza immaginare
l’importanza che avevano per lei che intanto continua a scendere
senza controllare il manometro e che si avvia verso il fondo, dove
abitano le murene.
Con la piccola fra le braccia, Bruno sta seduto a un tavolino del
bar, nel cortile del Gabbiano, ancora incazzato per lo schifo
dell’Italia ai Mondiali e osserva il gigante di cemento che si alza
sopra di sé.
Cento appartamenti.
Tre grandi blocchi addossati al corpo di una collina fra le montagne
e la valle. È una sorta di alveare questo Gabbiano, affacciato a est
sopra un reclivio di eucalipti e di palme che finiscono su un
parcheggio per auto, box coperti da strutture in acciaio e tela
lungo una strada interna tortuosa e ripida. Dalla piscina, giù
all’ingresso, si salgono due curve spigolose fino ad aggirare il
palazzo in uno stretto cortile privato. C’è il bureau e la
direzione, un casotto coperto di rampicanti e di locandine
pubblicitarie. Oltre a una veranda in legno e più in là di quattro o
cinque tavolini, un ristorante e il bar da cui si raggiungono
quattro ascensori e le rampe di scale in pietra grigia. Nella sala
comune al piano terra i divani degli anni Settanta sono gli stessi
di quando aprì il condominio e l’odore dell’umidità vi aleggia
simile fin da allora. Più sotto le lavanderie, e, verso l’alto, i
sei piani di corridoi a mattonelle rosse che al pomeriggio, quando
il sole traverso le accarezza, si scaldano e sembrano ammorbidirsi
come una terracotta sotto ai piedi nudi. Una porta dopo l’altra, le
entrate degli appartamenti scorrono con la parvenza di una infinita
ripetizione. Appartamenti tutti uguali all’interno. Identici per
grandezza e per ubicazione, stessi mobili, stessi sanitari, stesso
tutto e tutto molto spartano. Ma lasciando il cortile, si può salire
ancora. Un’altra curva ripida si apre dietro il bureau e minacciato
da un bosco di felci che crescono intorno alle recinzioni, un campo
da tennis offre la vista dei tetti e il riflesso del mare.
[...]
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