i libri

Jean-Claude Pelli

 

Autorevole amore

 

 

2009

ISBN-13 978-88-7536-209-6

pp. 112

cm 13x20,5

€ 12,00

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Filosofo, Jean-Claude Pelli si è laureato all’Università di Pavia.
Ha pubblicato diverse raccolte di poesia in Italia e Francia, tra cui Silenzi e tempo (Libroita-liano, Ragusa, 2001) e L’âme du Père-Lachaise (Éditions Librairie-Galerie Racine, Paris, 2007). Nel 2003 un suo saggio teorico, Wittgenstein. Inesprimibile e filosofia, è apparso presso Firenze Atheneum.
Lavora nel campo dell’educazione e vive a Lugano, in Svizzera, dove recentemente ha dato alle stampe la raccolta in versi Infinito presente, per le Edizioni Ulivo di Balerna.
Sito dell’autore: www.lesmots.info

0

I testi

 

«A uccidere la scrittura è stata una parola al chiarore lunare, dove s’incrociano rue Singer e rue Talma. Nessun segno di violenza. Delitto perfetto. Devo trovare l’assassino». Potrebbe essere l’incipit di un romanzo di Queneau. È invece il punto di partenza di una spericolata miscela di roman philosophique e di indagine poliziesca condotta grazie alla psicologia di Lacan che stabilisce stretti collegamenti tra l’inconscio e il linguaggio: «L’inconscio, appunto, scrive perché non può dirsi», afferma infatti il protagonista.
Una prosa colta, quindi, quella di Jean-Claude Pelli, ma continuamente sostenuta dall’ispirazione e del tutto comprensibile al lettore perché, attraverso l’uso sapiente degli interlocutori, ogni concetto, anche il più funambolico, è spiegato e analizzato per quanto può servire all’indagine.
«Alla parola per esistere occorre una persona che la pensi, la dica o la scriva»: è proprio ciò che costituirà il tentativo di Fabian d’Ain nell’interrogare a modo suo il bibliotecario che di parole è vissuto e che ora ha dimenticato tutto, ma, essendo testimone oculare del delitto, è la chiave per arrivare alla soluzione del mistero.
Il tutto si muove in una città di grande eleganza, che sa mostrare case appartate dove «si può stare alla campagna in piena Parigi», raffinatezza che fa il pari con la prosa di Pelli e con la trama della vicenda, delicata e duratura come una balaustra in buon ferro battuto.


                                                                                                      Sergio Calzone

 

 

* * *

 

Perché tutta questa felicità, sole piazzato e ardente dove già ogni cosa lascia che sia solo il presente ad abitare? Non mi pongo troppe volte la domanda, anche per non infastidire l’andirivieni eccellente e inafferrabile delle parole.
Ma in questa storia devo pur soffermarmi tra le oasi del linguaggio, per parlare con concretezza delle piste che potrebbero portarmi a scoprire di più sull’assassinio di rue Talma.
Se adesso sono nella casa di Adèle è perché di essa riesco a custodire tutto il nostro incommensurabile suono. Un amore passato al setaccio, decantato; che appare con l’etimologia che riconosciamo alla fantasia. Perciò soggiornare tra queste mura preziose favorirà il mio acume, ora assolutamente necessario.
Questa casa. Se la raggiungo da rue d’Alésia devo prima percorrere un buon tratto di rue Didot, che già pare volermi guidare in una speciale dimensione: se rue Didot appartiene a Parigi, lo è tuttavia con quel senso sbarazzino che si può leggere su certi visi di fanciulli; sono seri, ma non gli basta la serietà. Hanno occhi incuriositi, e un po’ spettinati esaltano quel bel rapporto sano e certo burrascoso che hanno con se stessi. Appartengono al mondo, ma non del tutto e l’interezza stessa del mondo è già per loro uno spazio esiguo. A tratti un poco tristi, accennano però dai loro tenui sorrisi tanta trasparente gaiezza che tranquillizza chi li osserva. Anch’io osservo con tranquillità la via Didot che mi porta quasi fuori dal mondo. Case più basse che altrove, e l’aria rarefatta per gioco, da villaggio West; qui il movimento della gente, la disposizione dei negozi, la sottile lunghezza inaspettata della retta stradale farebbero certo pensare più alla provinciale caricatura di un fanciullo sapiente, che a un pezzo rilevante della Capitale; più alla cittadina provenzale che all’universalità che contiene questa terra, al centro dell’Île-de-France. Tanti scontrosi amori di significato sono tutti così graditi al gesto senza mai confini spiegati di Parigi, che gioca in migliaia di modi con l’infinito arcipelago dei suoi villaggi, il quale brilla anche di giorno con la potenza di galassie. Quasi al culmine, sulla sinistra, s’imbocca ormai villa Collet. L’impasse è così breve che viene voglia subito di correre per essere in un passo alla sua fine, al 14, dove si erge immediato il giardino e il palazzo di Adèle. E già ho desiderio di fermarmi, e vivere indisturbato per sempre la verità di quella visione.

Sì, là in fondo c’è la casa che lascerei scorrere a me coi versi di Morgana, quando il primo atto si chiude:

Tornami a vagheggiar,
Te solo vuol amar
Quest’anima fedel,
Caro mio bene.

Già ti donai il mio cor,
Fido sarà il mio amor;
Mai ti sarò crudel,
Cara mia speme.

Vi entro prudente, lascio le mie mani più caute infrangere benefiche la sua soglia perfetta, invaso da radure di pensieri stupefacenti che aspettano, nascosti a chi non sa. La casa che mostra sé, non dice sé da questo giardino, in cui introduco i miei passi con la delicatezza che mi fa consapevole di tanto terrestre paradiso. Non oso subito avvicinarmi a te, dimora robusta che già sussurri al mio udito la gioia che hai di rivedermi in identità. Ma sfioro prima nel parco – con ardire – la culla che cinge la tua possente destrezza; navigo nella longitudine del verde che hai scelto, che ti fa creatura eccelsa e reale come osano confermarmi gli occhi, che debbo venerare per il dono su cui mi permettono di posare.
Sono fra i vasi che segnalano altere e vivacissime specialità. Alberi, ovunque e numerosi che creano le ombre, la ghiaia musicale, l’erba sulla quale vorrei creare un’immagine definitiva. Il tavolo tondo, messo lì per creare certo incitazioni, e dove desidero più sorte intrepida e intemporale. Dove vengo a scordare le prove senza sentire più arsura. Ecco com’è il presente altrimenti dipinto assurdo dai pensieri: ecco perché non v’è mistero, mentre veglia il canto variopinto di una specie di silenzioso ardire, non temerario, senza parole.
Vorrei quasi vedeste la casa, entrando di qua. Attenti agli scalini, ecco, sì, così. V’ho detto non esserci Adèle, altrimenti avrei già guadagnato il primo bacio.
[...]

 

Recensioni

  martedì 18 agosto 2009  [Patrick Stopper]   LEGGI

Riconoscimenti

0

Dello stesso autore
Jean Claude Pelli, Tra dotti occhi da demonio
0