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Filosofo, Jean-Claude Pelli si è
laureato all’Università di Pavia.
Ha pubblicato diverse raccolte di poesia in Italia e Francia, tra cui Silenzi
e tempo (Libroita-liano, Ragusa, 2001) e L’âme
du Père-Lachaise (Éditions
Librairie-Galerie Racine, Paris, 2007). Nel 2003 un suo saggio teorico,
Wittgenstein. Inesprimibile e filosofia,
è apparso presso Firenze Atheneum.
Lavora nel campo dell’educazione e vive a Lugano, in
Svizzera, dove recentemente ha dato alle stampe la raccolta in versi Infinito
presente, per le Edizioni Ulivo di Balerna.
Sito dell’autore: www.lesmots.info
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«A uccidere la scrittura è
stata una parola al chiarore lunare, dove s’incrociano rue
Singer e rue Talma. Nessun segno di violenza. Delitto perfetto. Devo
trovare l’assassino». Potrebbe essere l’incipit
di un romanzo di Queneau. È invece il punto di partenza di
una spericolata miscela di roman philosophique e di
indagine poliziesca condotta grazie alla psicologia di Lacan che
stabilisce stretti collegamenti tra l’inconscio e il
linguaggio: «L’inconscio, appunto, scrive
perché non può dirsi», afferma infatti
il protagonista.
Una prosa colta, quindi, quella di Jean-Claude Pelli, ma continuamente
sostenuta dall’ispirazione e del tutto comprensibile al
lettore perché, attraverso l’uso sapiente degli
interlocutori, ogni concetto, anche il più funambolico,
è spiegato e analizzato per quanto può servire
all’indagine.
«Alla parola per esistere occorre una persona che la pensi,
la dica o la scriva»: è proprio ciò che
costituirà il tentativo di Fabian d’Ain
nell’interrogare a modo suo il bibliotecario che di parole
è vissuto e che ora ha dimenticato tutto, ma, essendo
testimone oculare del delitto, è la chiave per arrivare alla
soluzione del mistero.
Il tutto si muove in una città di grande eleganza, che sa
mostrare case appartate dove «si può stare alla
campagna in piena Parigi», raffinatezza che fa il pari con la
prosa di Pelli e con la trama della vicenda, delicata e duratura come
una balaustra in buon ferro battuto.
Sergio Calzone
* * *
Perché tutta questa felicità,
sole piazzato e ardente dove già ogni cosa lascia che sia
solo il presente ad abitare? Non mi pongo troppe volte la domanda,
anche per non infastidire l’andirivieni eccellente e
inafferrabile delle parole.
Ma in questa storia devo pur soffermarmi tra le oasi del linguaggio,
per parlare con concretezza delle piste che potrebbero portarmi a
scoprire di più sull’assassinio di rue Talma.
Se adesso sono nella casa di Adèle è
perché di essa riesco a custodire tutto il nostro
incommensurabile suono. Un amore passato al setaccio, decantato; che
appare con l’etimologia che riconosciamo alla fantasia.
Perciò soggiornare tra queste mura preziose
favorirà il mio acume, ora assolutamente necessario.
Questa casa. Se la raggiungo da rue d’Alésia devo
prima percorrere un buon tratto di rue Didot, che già pare
volermi guidare in una speciale dimensione: se rue Didot appartiene a
Parigi, lo è tuttavia con quel senso sbarazzino che si
può leggere su certi visi di fanciulli; sono seri, ma non
gli basta la serietà. Hanno occhi incuriositi, e un
po’ spettinati esaltano quel bel rapporto sano e certo
burrascoso che hanno con se stessi. Appartengono al mondo, ma non del
tutto e l’interezza stessa del mondo è
già per loro uno spazio esiguo. A tratti un poco tristi,
accennano però dai loro tenui sorrisi tanta trasparente
gaiezza che tranquillizza chi li osserva. Anch’io osservo con
tranquillità la via Didot che mi porta quasi fuori dal
mondo. Case più basse che altrove, e l’aria
rarefatta per gioco, da villaggio West; qui il movimento della gente,
la disposizione dei negozi, la sottile lunghezza inaspettata della
retta stradale farebbero certo pensare più alla provinciale
caricatura di un fanciullo sapiente, che a un pezzo rilevante della
Capitale; più alla cittadina provenzale che
all’universalità che contiene questa terra, al
centro dell’Île-de-France. Tanti scontrosi amori di
significato sono tutti così graditi al gesto senza mai
confini spiegati di Parigi, che gioca in migliaia di modi con
l’infinito arcipelago dei suoi villaggi, il quale brilla
anche di giorno con la potenza di galassie. Quasi al culmine, sulla
sinistra, s’imbocca ormai villa Collet. L’impasse
è così breve che viene voglia subito di correre
per essere in un passo alla sua fine, al 14, dove si erge immediato il
giardino e il palazzo di Adèle. E già ho
desiderio di fermarmi, e vivere indisturbato per sempre la
verità di quella visione.
Sì, là in fondo
c’è la casa che lascerei scorrere a me coi versi
di Morgana, quando il primo atto si chiude:
Tornami a vagheggiar,
Te solo vuol amar
Quest’anima fedel,
Caro mio bene.
Già ti donai il mio cor,
Fido sarà il mio amor;
Mai ti sarò crudel,
Cara mia speme.
Vi entro prudente, lascio le mie mani più caute infrangere
benefiche la sua soglia perfetta, invaso da radure di pensieri
stupefacenti che aspettano, nascosti a chi non sa. La casa che mostra
sé, non dice sé da questo giardino, in cui
introduco i miei passi con la delicatezza che mi fa consapevole di
tanto terrestre paradiso. Non oso subito avvicinarmi a te, dimora
robusta che già sussurri al mio udito la gioia che hai di
rivedermi in identità. Ma sfioro prima nel parco –
con ardire – la culla che cinge la tua possente destrezza;
navigo nella longitudine del verde che hai scelto, che ti fa creatura
eccelsa e reale come osano confermarmi gli occhi, che debbo venerare
per il dono su cui mi permettono di posare.
Sono fra i vasi che segnalano altere e vivacissime
specialità. Alberi, ovunque e numerosi che creano le ombre,
la ghiaia musicale, l’erba sulla quale vorrei creare
un’immagine definitiva. Il tavolo tondo, messo lì
per creare certo incitazioni, e dove desidero più sorte
intrepida e intemporale. Dove vengo a scordare le prove senza sentire
più arsura. Ecco com’è il presente
altrimenti dipinto assurdo dai pensieri: ecco perché non
v’è mistero, mentre veglia il canto variopinto di
una specie di silenzioso ardire, non temerario, senza parole.
Vorrei quasi vedeste la casa, entrando di qua. Attenti agli scalini,
ecco, sì, così. V’ho detto non esserci
Adèle, altrimenti avrei già guadagnato il primo
bacio.
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