i libri

Marcello Furiani

 

A novembre,

era una neve

 

 

2010

ISBN-13 978-88-7536-255-3

pp. 82

cm 13x20,5

€ 10,50

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L'autore

Marcello Furiani nasce a Bergamo nel 1959, e vive a Milano.

Ha pubblicato poesie su alcune riviste nazionali.

Parallelamente all’attività di scrittura, da alcuni anni fa parte dell’associazione culturale “Oròn Orònta” che svolge studi rivolti soprattutto ai temi del labirinto, dello specchio, dello sguardo epistemologico finalizzati alla conoscenza di sé e del mondo, proponendo conferenze che si svolgono principalmente nel Castello medioevale di Cisterna d’Asti.

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I testi

 

In questi racconti i personaggi vivono un mondo evanescente nel quale il fuoco è tutto concentrato sulle storie d’amore vissute. Storie delicate, discrete, la cui caratteristica è un mondo sonoro dai riflessi ovattati, quasi subacquei, e la mancanza di vera comunicazione tra le persone, data da un parlato episodico e franto a vantaggio di sguardi, situazioni, coincidenze. Struggenti vicende amorose fatte di attese e fughe, autenticamente parlate dai silenzi.

Storie brevi, leggere, che vediamo iniziare, svilupparsi e svanire nell’arco di poche pagine eppure ci restituiscono un forte carico di passione ed insieme il sapore agrodolce di un che di irrisolto, finché alla fine di ogni racconto ci pare di provare la nostalgia di un amore personale, di un ricordo davvero nostro. Siccome tutti prima o poi ci scopriamo, vocati alla solitudine, intenti a fissare l’orizzonte “delle parole cadute”.

 

                                                                                          Sandro Montalto

 

* * *

 

È una sera impronunciabile, sai, quella di questo 27 marzo: gemiti d’ombra riempiono la stanza come una musica ai limiti della tonalità, come uno sguardo che ha smarrito la voce.

Lo sai, sono i pensieri, questo sciame del ricordare, questa pioggia sulla porta a sgocciolare, a muovere queste parole.

Davvero non voglio più sapere come stai, se vivi o hai abbandonato per sempre gli occhi alla notte delle tue paure, al buio confuso dei tuoi inganni, contentandoti di varcare solo i confini che non fanno tremare il sangue, che asciugano il vivere come un venir meno.

Mio padre avrebbe detto che si tratta di una sciocchezza, una cosa da nulla che non vale certo queste righe; quel padre così concreto che non ho mai conosciuto davvero, proprio perché non è lo sguardo intriso di senso pratico ad aprire spiragli, brecce, pertugi, né il guardare che scorge solo il sembiante letterale a schiudere un varco o una feritoia, una fessura dentro l’anima degli uomini e, forse, nemmeno dei cani.

Eppure la voglio raccontare a te che, per una mezza stagione, non sei stata certo una donna pratica, un esercizio di viltà smerciato per concretezza, o un arnese, uno strumento, un ferro del mestiere così esatto quando si tratta di sopravvivere, ma così inutile e piccolo quando la necessità è più oscura e profonda, l’unica chiave che apre una porta, ma diventa un utensile muto e sterile e spento davanti alle soglie che non si schiudono grazie a una serratura e alla sua chiave.

E ora chi sei, bambina che tenevi il sognare sulla punta delle dita, come il profumo di un ricordare?

[...]

 

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