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A voler anche solo elencare le discipline chiamate in causa dal protagonista di
Somebody’s Journey, non si finirebbe più. Dalla pittura al commercio, dalla mitologia alla politica, dalla gastronomia alla storia, dalla musica alla letteratura,
l’horror vacui di questo ironico pronipote di Ulisse non conosce tregua. Tutto gli ruota intorno, o meglio, gli ronza nella mente, in una vocazione
espressiva che può ricordare l’enciclopedismo didascalico dei medievali, temperato però da quel sublime cicaleccio teatrale irto di dubbi e paradossi che è la cifra stilistica di Flavio Russo. Cambiano i temi, ma l’approccio non varia: sia che si tratti di illustri episodi e personaggi del glorioso passato, sia di un semplice squarcio di sereno incorniciato da un orticello e un pergolato estivo.
Questo io monologante-dialogante, dal Nessuno ulissico tramutatosi in
Qualcuno, riesce comunque a superare una prova assai difficile. Gravità e leggerezza si fondono infatti senza traumi negli endecasillabi ora lenti ora guizzanti che intessono le dieci sezioni del poemetto, il suo magma impetuoso di citazioni e allusioni. Dopo qualche iniziale, inevitabile perplessità (da mettere subito in conto quando ci si trovi davanti un testo davvero originale, remoto dalla
koiné poetica dominante), il lettore colto e sensibile - l’unico degno di tal nome - si adeguerà certamente al bizzarro ritmo “narrativo” di Flavio Russo e, ben lungi dall’annoiarsi, correrà incontro alle ulteriori arguzie di questo poeta subalpino a dir poco insolito. Dotto e ilare, solenne ed umile, ricco di risorse come il suo multiforme antieroe.
Mario Marchisio
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* *
II
Promenade
“Garibaldi è a Caprera da mille anni,
stinge al vento la sua camicia rossa”,
“Il granito difende nella fossa
quel vecchio bello da ingiustizie e affanni”.
Cianciano, quando Somebody si perde
nell’universo della Via Maestra
(giù nella selva allevano lonze):
è che la pubblica salute non
annovera i rompiscatole tra
gli inquinanti, così lui se ne va
sbilenco tra i banchi di scampi, i cesti
di manghi, i creoli, le scale; se
dietro un fil di fumo poi sbarcava
almeno un Pinkerton qualunque, ora
un’aurora nasconde, a volte, carni
proibite. “Sentite un olezzo
di paciulì?”, “E’ un vezzo del Kormüller,
il pittore di pulli pompeiani”,
ardenza della dieresi, non senza
fatica si districa da un groppo
di alessandrini, doppi recidivi,
in un ronzare di cycas vogliose,
daiquiri a iosa, panegirici,
chuletas de jamon. Di tanta speme.
Preme Somebody, enfrenetecata,
una gente qualsiasi, mercatante:
“L’affare in contante”, oppure niente;
si risente il rurale, manco male
la figlia, callipigia; razza di
coltello: “Ammazzarono il vitello
grasso, ma non per me”. Owh! In San Pao.
Gelosie azzurrissime, bidoni,
fisime da veranda, allocutio
apostolorum… “A tutti coloro
che verranno sorpresi…”, grida di
cani meticci; pelargoni a
cascata, confessioni a quattro mani
dietro la grata inginocchiata: “Calchi
il panama come il Console a Oaxaca”,
they died with their boots on, parce sepultis.
Scroscia sull’evento che verrà, dieci
alla meno quarantatré, pimento:
Somebody sarà Re in Gerusalemme,
tuniche zingare, papaie, one
dollar affiso verso il Rockfeller
kêrnel of Apple: “E metti che a cena
poi non vengano che contrabbandieri
di metafore, e sette sparigliati,
come farai, eh?, come farai per
gli avanzi?”; che pur dianzi languìa;
“Sollo. Sassi”. Pietrosa Grecia, rendici
il libero intelletto. “Perché non
era un cineasta. Perché non
aveva soldi. Perché anche gli basta
deambulare sul bastione”. Ecco
qualis artifex pereo. “Di malto
di whisky, la birra, ma non freddissima,
grazie”. Di infanzie interessanti se
ne contano non più di tre per secolo,
il resto è gioia, e smemoratezza,
e apprendimento; e allora sarai Ettore
per verità e condanna, la spada
di legno, l’elmo spaventoso, pegno
di fratellanza; fragranza di arancia
amara. L’arte non si impara, carte
truccate, cuccume, allume di rocca;
a chi la tocca tocca: “Un’altra, grazie”;
prendine atto, e nota, fili matris
ignotae, che ben diciannove sillabe
infilammo in un verso, ma Firenze
non ha ancora il suo giglio rosso, pollini
ribelli, pare, divergenze sulle
code di rondine: “Presto: un caffè,
due haffè”; ma un inno si estolle, e
stracqua, si chiude la profezia causa
aerofagia. “Taxi! Senza fretta
all’Hotel Cotapaxi”. Era sincero
il nero al volante?, o sicofante
della sera potente, e lenona;
palme come cicogne, in controluce,
cannoni: chi ci conduce?, se almeno
non ci attestiamo sulla prima linea
dei narcisi, rivolti alla esplosione
occidentale; e il canale, che mal
gliene incolse, e la diga suicida
là dove tutto ebbe inizio: si
spaccherà il cuore a Somebody, (l’aveva
promesso: e non Lui serrò le acque,
e non Lui spazzerà Creta e Cipro).
Ah, sera concreta e rutilante,
ah, perfido diamante, sera, latice
conturbante, spossata prolusione
all’assenza notturna, quintessenza
invasante; Somebody sarà già
perduto all’apparire delle stelle,
cavalcavaquero lungo la pista
del sud; implora il letto, il pediluvio
rituale, tale e quale a mai: sonno
oblioso, seta del Cathai, verrai,
ma non avrai che il fasto dei suoi occhi.
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