i libri

Francesco Scaramozzino

Sedersi accanto

Nuova serie n. 25

2007

ISBN-13 978-88-7536-141-9

pp. 112

cm 12x21

€ 12,00

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L'autore

Francesco Scaramozzino è nato a Melzo (MI) nel 1962.

Ha pubblicato in poesia le raccolte Sembianze (Ed. Joker, 2001), Nerone (ivi, 2003), Voci da Lilliput (Mobydick, 2005), e in narrativa Pump up the volume (ivi, 2005).

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I testi


Francesco Scaramozzino, almeno dai tempi di Sembianze (Joker, Novi Ligure 2000), ha dimostrato di saper mediare con intelligenza fra lirismo intimista e riflessione ontologica con scelte espressive tutt’altro che compromissorie, puntando a una severità di visione che coniuga la dimensione orizzontale con quella verticale, attenzione per le cose minute della vita e afflato cosmico che permea i suoi versi. Non si fraintenda quindi il registro basso e l’espressività contingua al parlato, l’affabulazione coinvolgente, né un Io che si presenta in minore: si tratta di una poesia alta per intenti ed obbiettivi, colta e densa di riferimenti – in una parola, pienamente consapevole.
È una poesia di incontri, quella del poeta lombardo: ce ne fa accorti già l’epigrafe da Merleau-Ponty che rimanda, stante la vocazione del filosofo francese, alla dimensione etica e gnoseologica del vedere, del considerare il mondo come un’esperienza da descrivere, esistente in sé ma aperta al nostro interrogare, al nostro esigere un colloquio: «Una traccia che germina / al mio riconoscerla» dice Scaramozzino (p. 7). In questa esperienza poetica ciò che balza all’occhio è infatti l’inesausto desiderio di porsi in ascolto e di percepire le ragioni dell’Io. In questa raccolta, soprattutto, una nota di potente innovazione è la tensione fra assenza e presenza lungo l’asse verticale (quello generazionale), rappresentata dal fantasma che abita la casa («casa nascosta», p. 42; «casa apparente», p. 43) come una presenza tutelare, anche se non immediatamente percepibile tramite la fisicità: il colloquio con i genitori (ascendente) e con i figli (discendente) ci fa respirare una spiritualità viva e corporea, in cui il verso privilegiato va proprio dallo spirituale al corporale, e quindi si fa vita, ragione dell’essere. L’altra dimensione, che completa e non contrasta questa ricchezza di assi, è quella orizzontale – e fisicamente relazionale – del rapporto quotidiano con la moglie, la quale rappresenta un’alterità che si oppone a quella delle cose, dalle quali invece non è dato ottenere alcuna legittimazione: siamo pur sempre in un mondo frammentato e fatto di oggetti senza valore e senso, in cui l’Io creaturale si muove con un’etica da «disperso».
Secondo Scamozzino «La città è una mappa» (p. 22) in cui ovviamente non c’è alcun vero territorio o luogo abitabile per un Io che vede se stesso «territorio devastato» (p. 40) alla ricerca di «tracce probabili» (p. 36). A questo mondo inafferrabile dell’esperienza frantumata e dimidiata si oppone un’attenzione che nasce dalla dimensione notturna («l’attitudine al buio» e la «passione per il futuro», p. 25) e dall’atteggiamento di chi infine si pone in ascolto quasi come fosse di guardia, di vedetta: «Perfino alla finestra / io cerco un senso» (p. 35).
La poesia che sorge da questo atteggiamento è quindi un rimedio (p. 38), o meglio una Riparazione: contribuisce a ridurre l’urto dell’ineffabile, del non detto, del mal compreso e quindi a definire un Io attivo che agisce Nel vuoto delle apparenze (Michel Maffesoli).
 

Mauro Ferrari

 

 

* * *

 

Milano

 

Quello che vedo
                     è il treno
sui binari al ritorno,
i giornali all’imbocco
                          della metropolitana,
non altri lungo il tragitto
nel tunnel a volte solo
la bellezza palpitante
                            delle ragazze,
scarpe allineate, volti,
respiro. E i platani nel viale,
la perfezione dei palazzi,
l’antro di portinerie
che si aprono sui cortili,
vetrine, bancomat, azioni serie.
Non altro che un tragitto
rallegrato dai turisti, folate
lente, volti che si orientano.
Oggi ho lavorato in silenzio
mentre pioveva fra gli alberi,
sui marciapiedi ingombri,
sugli ombrelli colorati dall’alto,
piove sulle pensiline, lontano
sui navigli immobili.
Oggi non ho visto
                       altro
perché non basta
agli occhi la mia vergogna,
oggi non posso parlare
e vedo solo le mie parole,
la descrizione che mi legittima
un dizionario irreale.

 

* * *

 

Teoria


Il cielo era lo stesso
dove nel giorno era il passaggio
veloce degli stormi.
Nessun significato,
solo l’ideogramma ostile
e altissimo dei voli.
Da lì, a volte mi indicavi
                                nella nebulosa
la teoria che si svelava in festa,
la sposa che passò sul carro
trainato dalla bestia
bardata d’argento,
la coda del corteo sfumava
nell’affannosa corsa
                          di un fauno.
Poco sapevamo e quel poco
ci appariva solo
per svanire d’impeto
                           nella memoria.
Per questo a volte non comprendi
le mie parole:
ciò che nasconde
in trasparenza svela
come scoria di luce
                          una presenza,
un improvviso accadere.

 

* * *

 

Sedersi accanto


Il compito si concludeva
                                 nel giorno
perché fra le mani trattavi
quella materia che aveva
corpo dalla luce
e si componeva nella forma
presente già al tuo pensiero,
e così astratta penetrava
                                   con te
per tutto il tempo che ti era concesso
e a quel compiersi non bastava.
Poi all’alba qualcuno
scuoteva cauto
                     la tua spalla,
c’era una luce buona
e tu riprendevi
a imbastire la trama
conoscendo quello che non esisteva,
eri giunta allo sguardo
                              al battito
sottile dei polsi
quando ne fosti sicura. Così
seduta al suo fianco impari ad essere
nella notte il contrario
assoluto dei sogni,
tieni le mani
in grembo, in un istante
sperimenti l’attesa come
                                  nella lenta
risacca dei tendali.

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