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Francesco Scaramozzino, almeno dai tempi di Sembianze (Joker,
Novi Ligure 2000), ha dimostrato di saper mediare con intelligenza
fra lirismo intimista e riflessione ontologica con scelte espressive
tutt’altro che compromissorie, puntando a una severità di visione
che coniuga la dimensione orizzontale con quella verticale,
attenzione per le cose minute della vita e afflato cosmico che
permea i suoi versi. Non si fraintenda quindi il registro basso e
l’espressività contingua al parlato, l’affabulazione coinvolgente,
né un Io che si presenta in minore: si tratta di una poesia alta per
intenti ed obbiettivi, colta e densa di riferimenti – in una parola,
pienamente consapevole.
È una poesia di incontri, quella del poeta lombardo: ce ne fa
accorti già l’epigrafe da Merleau-Ponty che rimanda, stante la
vocazione del filosofo francese, alla dimensione etica e
gnoseologica del vedere, del considerare il mondo come un’esperienza
da descrivere, esistente in sé ma aperta al nostro interrogare, al
nostro esigere un colloquio: «Una traccia che germina / al mio
riconoscerla» dice Scaramozzino (p. 7). In questa esperienza poetica
ciò che balza all’occhio è infatti l’inesausto desiderio di porsi in
ascolto e di percepire le ragioni dell’Io. In questa raccolta,
soprattutto, una nota di potente innovazione è la tensione fra
assenza e presenza lungo l’asse verticale (quello generazionale),
rappresentata dal fantasma che abita la casa («casa nascosta», p.
42; «casa apparente», p. 43) come una presenza tutelare, anche se
non immediatamente percepibile tramite la fisicità: il colloquio con
i genitori (ascendente) e con i figli (discendente) ci fa respirare
una spiritualità viva e corporea, in cui il verso privilegiato va
proprio dallo spirituale al corporale, e quindi si fa vita, ragione
dell’essere. L’altra dimensione, che completa e non contrasta questa
ricchezza di assi, è quella orizzontale – e fisicamente relazionale
– del rapporto quotidiano con la moglie, la quale rappresenta un’alterità
che si oppone a quella delle cose, dalle quali invece non è dato
ottenere alcuna legittimazione: siamo pur sempre in un mondo
frammentato e fatto di oggetti senza valore e senso, in cui l’Io
creaturale si muove con un’etica da «disperso».
Secondo Scamozzino «La città è una mappa» (p. 22) in cui ovviamente
non c’è alcun vero territorio o luogo abitabile per un Io che vede
se stesso «territorio devastato» (p. 40) alla ricerca di «tracce
probabili» (p. 36). A questo mondo inafferrabile dell’esperienza
frantumata e dimidiata si oppone un’attenzione che nasce dalla
dimensione notturna («l’attitudine al buio» e la «passione per il
futuro», p. 25) e dall’atteggiamento di chi infine si pone in
ascolto quasi come fosse di guardia, di vedetta: «Perfino alla
finestra / io cerco un senso» (p. 35).
La poesia che sorge da questo atteggiamento è quindi un rimedio (p.
38), o meglio una Riparazione: contribuisce a ridurre l’urto
dell’ineffabile, del non detto, del mal compreso e quindi a definire
un Io attivo che agisce Nel vuoto delle apparenze (Michel
Maffesoli).
Mauro Ferrari
* * *
Milano
Quello che vedo
è il treno
sui binari al ritorno,
i giornali all’imbocco
della metropolitana,
non altri lungo il tragitto
nel tunnel a volte solo
la bellezza palpitante
delle ragazze,
scarpe allineate, volti,
respiro. E i platani nel viale,
la perfezione dei palazzi,
l’antro di portinerie
che si aprono sui cortili,
vetrine, bancomat, azioni serie.
Non altro che un tragitto
rallegrato dai turisti, folate
lente, volti che si orientano.
Oggi ho lavorato in silenzio
mentre pioveva fra gli alberi,
sui marciapiedi ingombri,
sugli ombrelli colorati dall’alto,
piove sulle pensiline, lontano
sui navigli immobili.
Oggi non ho visto
altro
perché non basta
agli occhi la mia vergogna,
oggi non posso parlare
e vedo solo le mie parole,
la descrizione che mi legittima
un dizionario irreale.
* * *
Teoria
Il cielo
era lo stesso
dove nel giorno era il passaggio
veloce degli stormi.
Nessun significato,
solo l’ideogramma ostile
e altissimo dei voli.
Da lì, a volte mi indicavi
nella nebulosa
la teoria che si svelava in festa,
la sposa che passò sul carro
trainato dalla bestia
bardata d’argento,
la coda del corteo sfumava
nell’affannosa corsa
di un fauno.
Poco sapevamo e quel poco
ci appariva solo
per svanire d’impeto
nella memoria.
Per questo a volte non comprendi
le mie parole:
ciò che nasconde
in trasparenza svela
come scoria di luce
una presenza,
un improvviso accadere.
* * *
Sedersi accanto
Il compito si concludeva
nel giorno
perché fra le mani trattavi
quella materia che aveva
corpo dalla luce
e si componeva nella forma
presente già al tuo pensiero,
e così astratta penetrava
con te
per tutto il tempo che ti era concesso
e a quel compiersi non bastava.
Poi all’alba qualcuno
scuoteva cauto
la tua spalla,
c’era una luce buona
e tu riprendevi
a imbastire la trama
conoscendo quello che non esisteva,
eri giunta allo sguardo
al battito
sottile dei polsi
quando ne fosti sicura. Così
seduta al suo fianco impari ad essere
nella notte il contrario
assoluto dei sogni,
tieni le mani
in grembo, in un istante
sperimenti l’attesa come
nella lenta
risacca dei tendali.
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