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libri
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Lucetta Frisa
Se fossimo
immortali

Nuova
serie n. 23
2006
ISBN
88-7536-098-7
pp.
80
cm
12x21
€
11,00
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Lucetta Frisa, poeta, traduttrice, studiosa di
letteratura giovanile, è nata a Genova dove risiede. Tra i diversi
libri di poesia: La follia dei morti (Campanotto, 1993),
Notte alta (Book, 1997), Gioia piccola (all’antico mercato
saraceno,1999) L’altra (Manni, 2001), Disarmare la tristezza
(Dialogolibri, 2003) e Siamo appena figure (GED,
2003), oltre a varie plaquettes con artisti nelle edizioni
Pulcinoelefante. Ha curato e tradotto una scelta di versi di Emily
Dickinson Lasciatemi l’estasi (Ripostes, 1992), inediti di
Henri Michaux Sulla via dei segni (Graphos, 1998) e Artaud e
Paule di Bernard Noël (Joker, 2005). È presente in molte riviste e
antologie, tra cui Il pensiero dominante (a cura di F.
Loi e D. Rondoni, Garzanti, 2001), Poesia della traduzione (a
cura di A. Bertoni e A. Cappi, Comune di Mantova, 2003), Trent’anni
di Novecento di Alberto Bertoni (Book, 2005), Donne di parola
( Travenbooks, 2005) e Altramarea (a cura di A. Tonelli,
Campanotto, 2006). Con Marco Ercolani ha scritto L’atelier e altri
racconti (Pirella, 1987), Contrappunto (Lietocolle, 2000),
l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco&Greco, 2000) e
Anime strane (ibidem, 2006). Con lui è stata redattrice di
Arca. Quaderni di scrittura e attualmente curano la collana I
libri dell’Arca per le edizioni Joker. Collabora al quotidiano
Avvenire e al trimestrale L.G. Argomenti. È vincitrice del
Premio Lerici-Pea 2005 per l’Inedito.
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È questo forse il
messaggio più alto e originale di un libro che parla di antinomie ed
estremi, di impossibili territori di mezzo e di equilibri precari,
del dolore che nasce dal non raggiungere l’unità o dal frammentarsi
– ma anche della creatività che nasce dal voler sopravvivere,
adattandosi alla Vita e al Mondo. Se fossimo immortali, parafrasando
Andrew Marvell, avremmo «mondo abbastanza, e tempo»; essendo invece
destinati alla morte, sentiamo sempre «l’alata biga del tempo che si
avvicina» e siamo costretti a dare valore alle cose, persino al
nostro stesso dolore che ci dà modi di comprendere e crescere –
voce, infine, dall’interno del nostro «angolo notturno» in cui qui è
rimodulato il topos frisano dello spazio (buio) tutto per sé, del
buio necessario (si veda anche: «Rientro nella mia tana / che ho
voluto trasparente per capire / e illudermi più lucidamente», p. 62;
oppure i versi finali del volume: «Ti prego, fammi credere di
esserci / (...) / che anche le cose morte / di notte si vestano di
un corpo», p. 66). Si tratta, attenzione, non di un sapere, ma di un
credere e di un immaginare (di un leopardiano “fingersi”, in fondo).
Abbiamo «ogni mattina il compito di rifare il mondo» (p. 57),
“ristruttur[are] il chaòs” (p. 65: e questo è senz’altro un compito
di luce.
Dalla Postfazione
di Mauro Ferrari
* * *
Accelerazione
Bestie folli santi in un corpo solo
poi l’uomo l’ha diviso in tre
sulle spalle si è preso l’ombra
ancora cerca di tenerla a bada.
Andare indietro tornare intero?
Non sopporta l’attesa e il desiderio:
che cielo e mondo accelerino la corsa
esplodano al contatto
lo esaudiscano in fretta.
* * *
limite
Ci hanno detto di non toccare il limite
ma dalla riva al mare non si salpa
e dal mare alla riva non si approda
le voci sottovento
ci assediano violente l’acqua tace.
Non perdete la calma ci hanno detto
e noi stiamo bravi sulla nave
non pensiamo
respiriamo calmi
soffriamo calmi per farvi un favore.
* * *
lettera agli
annegati
lettera agli annegati
La prima lotta fu uscire da un ventre
verso l’asciutto vuoto verticale
l’ultima è il ritorno all’acqua.
Lo sai che i pesci tacciono muoiono
non tentano nessun limite nuotano
nella rete chiusa del mare.
Può ancora respirare chi continua a scrivere
lettere agli annegati
e chiedere eternamente quale fessura
fine di sasso separi
chi fugge da chi resiste.
* * *
Primo autoritratto
diurno
Allo
specchio del bagno
appoggio la mia faccia triste
l’acqua del rubinetto
non la sveglia o addormenta
nei muschi della docciaschiuma
rifremerò al flauto di Pan
tra Lete e Memnosine
profumerò di sandalo e albicocca.
Tornerò Ninfa folle?
Ma non devo scambiare i trattamenti:
per il giorno crema giorno
crema notte per la notte.
Domani sarò giovane.
Che cosa disse la colombella
volata via per sapere notizia
e tornata nel buio senza nulla nel becco?
Ah troppi pensieri laici mi comandano
dicono che i sogni sono trash ma
gli occhi dei bambini e dei cani
ancora mi sorprendono di fronte
senza diaframma.
I piccoli nulla mi assediano
picchiando il mio stomaco intontito
io li scaccio dagli occhi
li spazzolo dai jeans.
Resto con chi mi fissa:
la schiena si fa lisca di pesce
la testa
fumo succhiato.
Navigo la scia
di legno non salpato
respiro la mia aria
immobile di ciminiera.
Dimmi chi sono adesso.
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