Questa nuova raccolta poetica
di Roberto Bertoldo, come sempre densissima e gravida di
percorsi nell’umano sentire, si configura come la più
esplicita nell’attacco alle convenzioni, alle ipocrisie, al
perbenismo, alle mafie. Da sempre, certo, la poesia del
Nostro ci ha abituati a toni mai accondiscendenti e a duri
colpi inferti a suon di simboli taglienti e linguaggi
calibratissimi; in questo volume il filo della tensione non
cede mai, il fronte della denuncia si fa amplissimo.
Denuncia che riguarda,
peraltro, non generici atteggiamenti e tipi umani ma precisi
comportamenti, soprusi, guerre, governi. L’autore si mette
nei panni dei rivoluzionari per vocazione e ribelli come
massima possibilità, quelli che attacca sono i politici,
prima di tutto. Il che restituisce a questa poesia, che
certo pretende l’astoricità o meglio di essere soprastorica,
un valore anche nell’immediato e contingente, una spinta che
vale per tutte le
mentalità classiste su cui
proliferano le dittature, esplicite o implicite che siano
(il «ladro di popoli», la «larva della storia», i «capitani
dell’imbroglio», ecc.). Insomma avversario è, in questo
libro, chi domina e, in subordine, coloro che l’assecondano.
(dalla Postfazione di Sandro Montalto)
* * *
Scrivo
ufficialmente di guerra
molto più vero di Dio
che rimescola i suoi abbagli.
Io ho cesellato il fuoco
senza scomodare inferni,
la voce che porto oltre le
regole
ha l’incavo del dolore,
sappiatelo infami dell’alba
che mi rovinate le poesie
quando s’affaccia tra i versi
il vostro muso beffardo.
Voi che mafiate la spina
dorsale
dei popoli bigotti e
sornioni,
voi, cuciti sulle spalline
degli ammiragli,
invano portate il cielo
impiccato
all’albero della vostra nave.
Scrivo ufficialmente di
guerra
e decapito le mie metafore:
questo è il martirio del
poeta.
* * *
Abbiamo visto le mani,
c’erano strade sulle loro
ossa
con avvallamenti, dossi,
spezzavano la primavera.
C’era la guerra nelle mani
che i bambini dell’altro
tempo
disseminavano sulle fragole.
Ci dite dov’è il vento
questa notte macabra,
dell’ombra
venduta, quando noi sappiamo
che ci sono lucciole dal nome
di fuliggine.
Guardatela l’estate
incidentata
sui fogli della via, tra i
tigli
e le voci prostituite. Come
potete negare
l’erba divelta dai campi
astratti,
le grida non sono la vostra
saggezza?
Noi prendiamo la poesia per
il manico
e piantiamo questa vessata
nel vostro oppio.
* * *
Il mondo è ligio agli ordini
dei capitani
che impiantano l’odio sui
drappi e sulle monete:
le stelle litigano sulla
carcassa del mare,
spezzano l’appello dei
gabbiani, unghie di vento
forgiano cirri sul
frontespizio delle onde,
nel rimessaggio del dolore
sono saccenti
gli uomini con il pastrano,
ma noi abbiamo
i loro bottoni d’avorio,
ancora: i requiem
disfatti per la grandezza del
coturno.
Un barlume ci appesta ed è il
sole
trogolo per i nostri dipinti
di felicità,
una tronchesina non basta per
gli steccati
e nemmeno per le gole dei
capitani.
Ci armiamo di incesti, noi
figli dello stupro,
brandiamo le bombette come
orinatoi,
si sente vacillare la tesa,
nell’ora le paure
divengono percosse, ma
abbiamo schiene di tartaruga,
il male è un sorriso che
scopre i denti,
è bianco l’orgoglio, da
dentro le bocche
germogliano i confini.
* * *
Ci sono giorni in cui le
labbra luride cantano,
allora lavorano ai fianchi le
parole, escono di merda –
e per noi la prova è
l’infimo,
chiazze di lungimiranza
infettano i sensi,
non c’è cazzo di vita nel
vivere!
e ci fa paura prendersela con
i venti
che scuotono sulla palpebra
la notte dormiente,
come quando gli aerei ci
passano sulla testa per andare a colpire
e sentiamo noi la scheggia
che spezza i bimbi degli altri,
il peccato è anche questo
essere risparmiati
perché le nostre mani non
sanno fermare la disgregazione
di un paese, delle primavere,
della paternità.
Non voglio fare il poeta ma
amare sí, cristo!
bruciatemi le pergamene
all’atto finale,
ma questo cuore lo
rispetterete fino all’inferno.