i libri

Roberto Bertoldo

 

Pergamena

dei ribelli

 

Nuova serie n. 28

2011

ISBN-13: 978-88-7536-279-9

pp. 90

cm 15x21

€ 11,00

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L'autore

Roberto Bertoldo (1957) è direttore della rivista internazionale di letteratura «Hebenon» e del giornale di cultura e politica «Azione Letteraria», nonché della collana di poesia straniera “Hebenon” presso la casa editrice Mimesis e della collana di saggistica “AsSaggi” presso la casa editrice BookTime.

Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg - Anschluss (Asefi, Milano 1998), Anche gli ebrei sono cattivi (Marsilio, Venezia 2002), Ladyboy (Mimesis, Milano 2009) e L’infame (La vita felice, Milano 2010); i saggi Nullismo e letteratura (Interlinea, Novara 1998; 2° ed. accr. Mimesis, Milano 2011), Principi di fenomenognomica (Guerini, Milano 2003), Sui fondamenti dell’amore (Guerini, Milano 2006) e Anarchismo senza anarchia (Mimesis, Milano 2009); i volumi di poesia Il calvario delle gru (Bordighera press, New York 2000) e L’archivio delle bestemmie (Mimesis, Milano 2006).

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I testi

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Questa nuova raccolta poetica di Roberto Bertoldo, come sempre densissima e gravida di percorsi nell’umano sentire, si configura come la più esplicita nell’attacco alle convenzioni, alle ipocrisie, al perbenismo, alle mafie. Da sempre, certo, la poesia del Nostro ci ha abituati a toni mai accondiscendenti e a duri colpi inferti a suon di simboli taglienti e linguaggi calibratissimi; in questo volume il filo della tensione non cede mai, il fronte della denuncia si fa amplissimo.

Denuncia che riguarda, peraltro, non generici atteggiamenti e tipi umani ma precisi comportamenti, soprusi, guerre, governi. L’autore si mette nei panni dei rivoluzionari per vocazione e ribelli come massima possibilità, quelli che attacca sono i politici, prima di tutto. Il che restituisce a questa poesia, che certo pretende l’astoricità o meglio di essere soprastorica, un valore anche nell’immediato e contingente, una spinta che vale per tutte le

mentalità classiste su cui proliferano le dittature, esplicite o implicite che siano (il «ladro di popoli», la «larva della storia», i «capitani dell’imbroglio», ecc.). Insomma avversario è, in questo libro, chi domina e, in subordine, coloro che l’assecondano.

 

                                                                        (dalla Postfazione di Sandro Montalto)

 

* * *

 

Scrivo ufficialmente di guerra

molto più vero di Dio

che rimescola i suoi abbagli.

Io ho cesellato il fuoco

senza scomodare inferni,

la voce che porto oltre le regole

ha l’incavo del dolore,

sappiatelo infami dell’alba

che mi rovinate le poesie

quando s’affaccia tra i versi

il vostro muso beffardo.

Voi che mafiate la spina dorsale

dei popoli bigotti e sornioni,

voi, cuciti sulle spalline degli ammiragli,

invano portate il cielo impiccato

all’albero della vostra nave.

Scrivo ufficialmente di guerra

e decapito le mie metafore:

questo è il martirio del poeta.

 

* * *

 

Abbiamo visto le mani,

c’erano strade sulle loro ossa

con avvallamenti, dossi,

spezzavano la primavera.

C’era la guerra nelle mani

che i bambini dell’altro tempo

disseminavano sulle fragole.

Ci dite dov’è il vento

questa notte macabra, dell’ombra

venduta, quando noi sappiamo

che ci sono lucciole dal nome di fuliggine.

Guardatela l’estate incidentata

sui fogli della via, tra i tigli

e le voci prostituite. Come potete negare

l’erba divelta dai campi astratti,

le grida non sono la vostra saggezza?

Noi prendiamo la poesia per il manico

e piantiamo questa vessata

nel vostro oppio.

 

* * *

 

Il mondo è ligio agli ordini dei capitani

che impiantano l’odio sui drappi e sulle monete:

le stelle litigano sulla carcassa del mare,

spezzano l’appello dei gabbiani, unghie di vento

forgiano cirri sul frontespizio delle onde,

nel rimessaggio del dolore sono saccenti

gli uomini con il pastrano, ma noi abbiamo

i loro bottoni d’avorio, ancora: i requiem

disfatti per la grandezza del coturno.

Un barlume ci appesta ed è il sole

trogolo per i nostri dipinti di felicità,

una tronchesina non basta per gli steccati

e nemmeno per le gole dei capitani.

Ci armiamo di incesti, noi figli dello stupro,

brandiamo le bombette come orinatoi,

si sente vacillare la tesa, nell’ora le paure

divengono percosse, ma abbiamo schiene di tartaruga,

il male è un sorriso che scopre i denti,

è bianco l’orgoglio, da dentro le bocche

germogliano i confini.

 

* * *

 

Ci sono giorni in cui le labbra luride cantano,

allora lavorano ai fianchi le parole, escono di merda –

e per noi la prova è l’infimo,

chiazze di lungimiranza infettano i sensi,

non c’è cazzo di vita nel vivere!

e ci fa paura prendersela con i venti

che scuotono sulla palpebra la notte dormiente,

come quando gli aerei ci passano sulla testa per andare a colpire

e sentiamo noi la scheggia che spezza i bimbi degli altri,

il peccato è anche questo essere risparmiati

perché le nostre mani non sanno fermare la disgregazione

di un paese, delle primavere, della paternità.

Non voglio fare il poeta ma amare sí, cristo!

bruciatemi le pergamene all’atto finale,

ma questo cuore lo rispetterete fino all’inferno.

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