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Alfredo Rienzi

 

Notizie

dal 72° parallelo

 

Nuova serie n. 29

2015

ISBN-13: 978887536142-6

pp. 76

cm 15x21

€ 13,00

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L'autore

Alfredo Rienzi è nato nel 1959 e vive a Torino.
Nel 1993 la silloge Contemplando segni è stata pubblicata in Sette poeti del Premio Montale (Scheiwiller, 1993, con prefazione di M. L. Spaziani). I successivi volumi di poesia sono: Oltrelinee (Edizioni Dell’Orso, Alessandria 1994), Simmetrie (Joker, Novi Ligure 2000, con prefazione di F. Pappalardo La Rosa), Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, Milano 2005), La parola postuma. Antologia ed inediti (Puntoacapo, Novi Ligure 2011). Nel 2012 Edizioni CFR pubblica la silloge Mem Tau nel volume Poeti e poetiche I, a cura di G. M. Lucini.
Ha tradotto testi da Œvre poétique di L. S. Senghor, apparsi in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004).
È inoltre autore del volume di saggi letterari Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea (Edizioni Dell’Orso, Alessandria 2011).

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I testi

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«Con usura» lamenta Pound nei suoi Cantos «nessun dipinto è fatto per durare o per conviverci / – si fa perché venda, e in fretta».
È a questi versi che viene da pensare, per immediato contrasto, inabissandosi nella poesia di Alfredo Rienzi. Perché Rienzi – e non è in tal senso casuale che la presente raccolta segua a distanza di dieci anni l’ultimo suo lavoro organico – mostra e invita a un rapporto con la parola di tutt’altro segno, né usuraio né usurato, ma relazionale. Un rapporto di durata e convivenza, appunto, che a una convivenza e a una durata invita anche chi si trovi a leggerla. Versi, per intenderci, che non fanno venire voglia di essere spiegati o parafrasati, ma al contrario di essere riletti. Come una bella donna che, pur volendo, non si riesce a smettere di fissare ammirati, i lavori di Rienzi hanno quella mistura di fascino del vero e di trattenimento del mistero che lascia appunto ammirati e interdetti. Interdetti a sufficienza da non poter presumere di capirli ma, casomai, appena di intenderli; eppure a sufficienza ammirati, anche, da subito volervi tornare.

                                                                             (dalla Prefazione di Daniele Gigli)
 

* * *

 

St. Y. invia notizie dal 72° parallelo

Il vento qui solleva i fogli
carte come colombe, notizie decadenti
il battito d’ali è innaturale

non si compirà l’aereo tragitto

io sto, col mio debito stampato
sul petto come ecchimosi
una virgola oscena in mezzo agli occhi
un liquido indelebile di sangue
e il peso scriteriato dell’usura

a noi portatori sani dei mali
del mondo, recalcitranti ma in fondo
buoni consumatori
quale fu il dubbio non espresso,
la segreta ragione
la segreta ragione…?

 

* * *

 

Ingannevole epilogo del ciclo di Yibel

L’inizio fu una voce
lo schermo del sogno ancora nero
come al cinema quando il narratore
anticipa la scena che verrà
il morso del lupo fu improvviso
ma Yibel pensò che fosse ora di smetterla coi lupi
che stavano ripopolando i monti
con fatica di tutti, lupi, uomini e capre
e che non si dovesse ancora abusare
di luoghi comuni, dannosi a tutti,
lupi, uomini e capre…
Poteva bastare: il morso fu improvviso.

Poi comparve la scena, ma, si sa,
nei sogni le figure hanno spesso
contorni incerti e molli
o cambiano senza che neppure si capisca
cosa siano in origine e cosa vogliano diventare
e negli incubi il tutto è peggiorato
dal ritmo che impazzisce (troppo veloce o troppo lento)
e da un respiro che rapprende l’aria in pietra.
Allora… (io non so farlo, ma sembra
dai grimoires facile come bere un calice di birra
– la metafora con l’acqua, non stupitevi, s’userà sempre di meno…)
…allora si dispose ad osservare
come uno spettatore indifferente
quelle visioni inafferrate, quella pena
senz’occhi, e comprese come quella fosse la realtà.

 

* * *

 

Aloysius Pagani nel cenacolo di Rue du Milieu

Vi saluto amici, poeti, spiriti inquieti.
Chi per la prima volta, chi per l’ultima.

È che siamo fragili.
E non dico di quella debolezza dei cuori o delle menti,
di quelle vie nebbiose che portano altrove dai nostri luoghi
dalle stanze troppo piene, dai letti dove sogniamo trame sminuzzate.
È che siamo fragili nei tendini e nelle ossa
nelle arterie che cedono come argini alle piogge.
È che tutte le nostre sussurrate
lettere e i pensieri e il nostro stesso nome
tenace come le colle dei minusieri
si rifugiano sotto la devota, ma insicura, cupola del cranio
che anche l’inesperto ladro può violare
e il ferro o un debole legno varcare.

Gli insetti sì che sanno resistere agli urti
le mosche contro i vetri
le tèrmiti resuscitando da città crollate
esoscheletri che non temono nulla.
I ragni, i ragni un poco forse ci somigliano: hanno barattato
la forza con l’arte di tessere il destino:
simmetrico e preciso, però, il loro
mentre il nostro si torce giorno a giorno
sbanda e si veste d’ogni genere di trucco
trasforma l’arma in trappola
il nutrimento buono in esca avvelenata,
si confonde e, in qualsiasi modo osservi,
si nasconde.

 

* * *

 

Il tornitore di chiodi ed altri (un eccesso imprevisto)

L’indifferente al piacere e al dolore
alla vittoria e alla disfatta,
l’arciere dal terrificante braccio,
la domatrice di leoni rossi,
il fuggiasco che i cinque continenti
attraversò nutrendosi di more,
foglie di eucalipti e aghi di pino
e l’uomo che volava temerario
tra archeopterii, condor ed ippogrifi,
e il tornitore che affilò chiodi
uno ad uno per oltre quarant’anni

trafitti tutti
                      da una sola spina
di rosa senza nome,

abbattuti
da un petalo
cadente di magnolia

un eccesso imprevisto di velocità angolare.

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