|
|
 |
 |
 |
i
libri
|
|
Camillo Pennati
Modulato silenzio

Nuova
serie n. 24
2007
ISBN-13
978-88-7536-125-9
pp.
152
cm
15x21
€
14,00
|
 |
L'autore
I
testi
Recensioni
Riconoscimenti
Dello
stesso autore
Acquista on line
su:
9

9

9
 |
|
|
|
|
 |
L'autore
|
|
|
|
Camillo Pennati è nato
a Milano nel 1931.
La sua prima raccolta, Una preghiera per noi, uscì da Guanda
nel 1957, poi Salvatore Quasimodo pubblicò le sue poesie
nell’antologia Poesia italiana del Dopoguerra da lui curata
per Schwarz (Milano 1958).
Dal 1956 al 1970, su invito di Umberto Morra di Lavriano, è stato
bibliotecario dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra, dove ha
pubblicato Landscape, con prefazione di Salvatore Quasimodo e
traduzione di Peter Russell (Keepsake Press, 1960). Seguono i volumi
L’ordine delle parole (Lo specchio Mondadori, Milano 1964),
ed Erosagonie (Einaudi, Torino 1973).
Dal 1973, su invito di Italo Calvino, è stato redattore letterario
per la narrativa e la poesia angloamericane sino al 1987.
Altre opere: L’iridato paesaggio (con un saggio di Giorgio
Luzzi, L’Arzanà, Torino 1981); Sotteso blu (Einaudi, Torino
1983); Il dentro dell’immagine (Shakespeare & Company, Roma
1987); Gabbiano e altri versi (L’Arzanà, Torino 1990, con
traduzione a fronte di Ted Hughes e illustrazioni di Lester Elliot;
nuova edizione Viennepierre, Milano 2007); Una distanza
inseparabile (Einaudi, Torino 1998); Di sideree vicende
(con un saggio di Giuliano Gramigna, Anterem, Verona 1998); Lo
stupore del verso 1974-2000 (Asefi-Terziaria, Milano 2002).
È incluso in Poesia italiana del Novecento, a cura di Ermanno
Krumm e Tiziano Rossi (Skira, Milano 1995). Nel 2002, a cura di
Roberto Bertoldo e della rivista letteraria internazionale
Hebenon, esce il quaderno monografico AA.VV., Scritti sulla
poesia di Camillo Pennati. Nel 2006, in Almanacco dello Specchio
Mondadori, esce la silloge Dai bordi della natura osservata.
Ha curato raccolte dei maggiori poeti inglesi contemporanei: Thom
Gunn, Ted Hughes, Philip Larkin.
Vive con la sua compagna in un casale alle pendici di Todi.
0 |
 |
I
testi |
|
|
|
Tra i molti motivi di fascino della poesia di Camillo Pennati ci
sono la sua adesione al dinamismo e la sua fiducia nell’insita
armonia della natura, la quale non di rado può farsi magistra.
Una natura non personificata, non costruita ma contemplata, che
insegna con l’esempio del suo stesso essere e del suo «durare».
Una festa di «sarmenti attorcigliati a verticalità», «falco
intersecante l’orizzonte» e via dicendo testimonia dell’attenzione
nei confronti della sottesa (per rubare un ricorrente aggettivo
pennatiano) organicità dell’esistente, che non ha nulla di umano e
dunque si apre a una geometria non rigida o assiomatica, vale a dire
a una superiore armonia. L’umano infatti contempla questa natura
estremamente attiva («qui dove i pini inclinano a una meditazione /
secolare così affaccendati sopra un’ondosità / multitonale che
variamente ne risuona») e se può si immedesima in essa, che procede
«infradiciandolo», cercando di apprenderne la silenziosa e creativa
immanenza. È il miracolo della natura che torna su di sé senza
essere autoreferenziale, catena di eventi entusiasmanti espressi in
piccole epifanie, con un’attenzione botanica e anche zoologica
ammirata e un generale vocabolario calibrato come un atto d’amore.
Non è infatti casuale il ricorrere di precise espressioni quali «riconfigurandola»
(qualcosa di ben diverso da una semplice reiterazione o una banale
mutazione), l’insistere sulla «pressione» che evidentemente informa
tutto di sé, le «sottese azzurrità» così chiare eppure ineffabili,
che esprimono innanzitutto un preciso panorama che di sua
«riflessiva espressione» si fa mentale.
Il poeta adotta perciò un punto di vista cangiante, non preconcetto
(«penetrante immagine / di là e di qua dell’osservarti», mentre la
foglia «precipita» dal proprio punto di vista), e lo sguardo
percorre le più diverse latitudini e longitudini, dai deserti al
pack, giù fino ad atomi e cellule, in una rete di fitte rime e
assonanze del tutto organiche al contesto ed in esso mimetizzate, e
a loro volta traccia di un’eco, una risonanza.
Pennati si presenta come un degno erede di quella tradizione che
parte dalla riflessione sulle cose del mondo, con il De Rerum
Natura di Lucrezio, e si dirama in nuove piste poetiche di
riflessione in sinergia con gli strumenti (pur sempre strumenti
umani) delle nuove scoperte, rappresentata ad esempio dalla
Piccola cosmogonia portatile di Queneau. È infatti centrale
nell’autore il desiderio di raccontare: molte poesie (si veda ad
esempio Lichene-ciottolo, titolo che già esemplifica la
pulsione alle sinergie) partono con una esposizione se non una
declamazione, o una aderenza scientifica, per diventare subito la
narrazione di una storia, dove ogni deriva metafisica lascia il
posto a una sorta di etica e coerenza naturale.
Anche perché nella poesia pennatiana di oltre quarant’anni fa (Landscapes)
la mente era già «un’impotenza in un’arsura d’amore / che la
consuma», e ancora oggi «l’universo / […] non è farneticante specola
mentale».
Sandro Montalto
* * *
Dell'accadimento
Ora è scomparso il
nido tra il fogliame
nell’impercettibile dettame così vistoso della primavera
che tutto l’ha celato al denudato ultimarsi invernale
quando da cesto spoglio s’era andato abitando
d’invisibili gridi ed un continuo andirivieni d’ali
attigue a un fusiforme corpo che là vi si posavano
quindi planando altrove o sul brullo adagiarsi
dei campi alla cerca di cibo anche da riportarne
lassù dove tornavano ora singolarmente o a coppie.
Scorgessi la trasparenza delle prime foglie visibili
a stento controluce in quella appena svolta consistenza
a crescere da questo appena smesso sguardo all’altro
che le rivede ulteriormente espanse: non ci si accorge
e ancora meno in noi di ciò che nel contempo accade
mentre l’accadimento avviene che si è già compiuto.
È per natura dell’evento ciò che sentito nel silenzio
scorre e ne avverte meditando il suo proseguimento
e in quella concentrata confluenza effusamente
lo sostiene di tra le osmosi sostanziali
dell’avvenimento.
* * *
D'innamorato
intendimento
Adesso
ti contemplo nel tempo
che sei viva
immagine
di là e di qua dell’osservarti
delle palpebre
dove il cristallo
screzia la pupilla e la converge
in iride
l’iride
tutto che del suo corpo affaccia
al rapimento
che lo stupore
illuminando informa
e nel riflesso
apprende
d’innamorato intendimento
il contemplare
e la visione
del sembiante mentre appare
nuovamente mossa
e poi commossa
nell’accadere ancora che l’incarna
e nel contemporaneo affioramento
di quelle sue fattezze
a esprimerne il cangiare com’è
d’un volto
a palesare
della desiderante linfa
attratta
che trasale
un suo trascolorarsi
in boccio
e d’ogni sua felicità
contesa a quanto si frappone
lo svolgimento in fiore.
* * *
Entro la scia e
nella visuale del silenzio
Rimane il fulmineo atterraggio:
il suo piumato volume in bilico sul ramo
mentre ne sgorga stupito il suo canto
volgendo attorno il capo dall’occhio di lato
come stregato in quella momentanea sosta:
quindi l’esploso frullo a saettarne il corpo
affusolato in quel tratto d’aria compreso
e oltrepassato al mio sguardo.
Il ramo ne oscilla l’istante di molleggiamento
adesso che quel lieve peso sgombrandolo ha causato.
Rimane il profilo di un merlo incastonato
in un nero che l’imbrunire dell’aria ha stemperato.
Rimane l’incantevole canto penetrato nella scia
del silenzio lungamente attraversato.
Stava infiltrandosi di buio gradatamente l’aria
e ancora in trasparenza intersecata dalle spoglie
nervature delle piante e alto sullo sfondo
il lento veleggiare delle nubi incenerite
tra l’ultimo sbraciare di tizzoni arroventati
su un cielo a incupolarsi madreperlaceo
già che la prima stella ha trapuntato adesso
rilucendo del palesarsi sfolgorante
dal suo abissale spegnimento.
Qui mentre il pianeta principia manifestamente
a ribellarsi d’ogni insistito sopruso
d’ogni avvertito dissesto sciaguratamente
offerto e in pervicacia inferto dall’umana
insania con tanto ostentata albagia
con tanto proterva empietà.
E il tempo esploderà ormai commensurabile
d’una catastrofe a sterminarci in estinzione
e solo in noi crollando come in un vuoto
ed esaurito sedimento l’intero spazio
in curvatura all’orizzonte sorvolando.
(2007)
0 |
 |
Recensioni
|
|
|
|
22 dicembre 2007
[Giovanni Tesio]
leggi
|
 |
Riconoscimenti
|
|
|
|
Vincitore del Premio "Achille Marrazza" 2007 di
Borgomanero - Sezione Poesia
(giuria: Carlo Carena,
Franco Contorbia, Eugenio Ferrero, Lorenzo Mondo)
0 |
 |
Dello
stesso autore |
|
|
|
|
 |
0 |
|
|
|
 |
|