i libri

Emanuele Occelli

Il paginista

Nuova serie n. 17

2004

ISBN 88-7536-008-1

pp. 112

cm 11x16

€ 11,00

 

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L'autore

Emanuele Occelli è nato a Dronero (Cuneo) il 25 luglio 1926. Ha studiato in varie cittadine del Piemonte (Busca, Priero, Tenda), a seguito dei trasferimenti del padre, segretario comunale. Ha compiuto il ginnasio e il liceo classico a Saluzzo e a Cuneo, dove ha conseguito la “maturità”.
Iscrittosi alla Facoltà di Lettere Moderne dell’Università di Torino, vi si è laureato nel 1950. In precedenza (1947), si era diplomato in pianoforte al Conservatorio “G. Verdi” di Torino.
Ha svolto un’intensa attività concertistica come solista in Italia e all’estero. Ha insegnato ai Conservatori di Torino, di Foggia e di Napoli. Ha concluso la sua attività didattica al Conservatorio di Torino quale docente di Pianoforte principale.
È stato inviato speciale de Il Popolo Nuovo e consulente musicale alla RAI-TV presso le sedi di Milano e di Torino. Si è sempre occupato di letteratura e, in particolare, di poesia. A partire dal 1955, ha pubblicato una ventina di sillogi poetiche, ora raccolte in tre volumi (Poesie complete, voll. I, II e III, Como, Hattusas, 2000-2002). Ha inoltre pubblicato il diario poetico Il sogno di Melissa (Torino, Bodrato, 1997) e il libro di saggistica letteraria Oltre lo specchio - Dissonanze, contrappunti e note di passaggio (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004).

 

I testi

In veste di narratore, Emanuele Occelli coniuga efficacemente un’acuta ironia al gusto del grottesco e del paradosso, caratteristiche già emerse nei suoi articoli e saggi pubblicati alla spicciolata su rivista e in parte raccolti nel recentissimo Oltre lo specchio (2004). Il continuum del periodare occelliano - parallelo a quello che connota il suo stile di poeta - si fonda sul ricorso alla costruzione paratattica; nei racconti del Paginista, però, tale costruzione è così sistematica da suggerire ben presto al lettore anche il nesso genetico che la lega in profondità alla visione del mondo cui essa fa eco: l’esistenza come vorticoso susseguirsi di banalità e insensatezze alternate a tragicomiche illusioni («Anch’io sono un pesce che crede d’essere fuori, ma è dentro l’acquario»).
Il personaggio moltiplicato dalle pagine di Occelli è un ingenuo pìcaro messo a dura prova dalle assurde vicende della quotidianità. Sebbene la delusione e il disinganno lo fiacchino, il protagonista di questi racconti appare tuttavia sempre pronto a rimettersi in gioco. Poiché Occelli ha scritto un libro che costituisce, al di là di ogni malinconico ripiegamento, un sommesso ma fermo inno alla vita.

                                                                                                      Mario Marchisio

 

* * *

 

II

Un premio letterario


La cerimonia doveva svolgersi alle nove d’una domenica di fine estate nella sala consiliare del Municipio ma da oltre un’ora la gente stava aspettando seduta scomodamente su piccole sedie di legno duro e intanto c’era l’andirivieni dei cosiddetti organizzatori che si davano molto da fare spostando coppe e targhe e diplomi e sistemando il registratore e il microfono e soprattutto c’era un tale in maniche di camicia coi baffetti che pareva il deus ex machina e non faceva altro che confusione e alle dieci e cinque disse ai suoi aiutanti abbastanza forte da essere udito anche dal pubblico ora vado a casa a cambiarmi e dato che era ormai chiaro trattarsi del presidente della giuria ci fu un boato collettivo di protesta e qualcuno cominciò a battere le mani e allora una tale un po’ grassa da dietro il banco dei giurati disse che si scusava per il ritardo ma che la cerimonia era stata fissata per le dieci e non per le nove e comunque lei non c’entrava per niente ma una scrittrice che aveva vinto il terzo premio nella sezione di poesia tirò fuori un foglio e cominciò a sbraitare che sull’avviso stava scritto ore nove ma la signora grassa disse che doveva trattarsi d’un errore della segreteria ammesso che ce ne fosse una perché era la prima edizione del premio e c’era molta inesperienza e con un po’ di pazienza si sarebbe incominciato ma intanto i minuti passavano e la gente applaudiva ogni tanto per sollecitare l’inizio finché finalmente riapparve il presidente vestito di tutto punto con giacca e cravatta e pareva un vero presidente mentre prima poteva essere scambiato per un facchino, fatto sta che alle dieci e trenta prese il posto in centro al tavolo e disse ora vi leggo la relazione della giuria ma porca miseria nella fretta ho dimenticato gli occhiali e allora leggi tu e sbatté sotto gli occhi d’un giurato la sua relazione scritta a mano e il poveretto cominciò a leggere impappinandosi un po’ per l’emozione un po’ perché non capiva la scrittura ma si sa che in questi concorsi di paese trionfa il dilettantismo e dire che vi avevano partecipato alcuni poeti e scrittori d’una certa fama in campo nazionale che naturalmente avevano avuto solo un diploma al merito mentre ai primi posti s’erano classificati concorrenti semilocali per non dire semianalfabeti e del resto in commissione c’erano le solite professoresse che non capiscono un’acca dello stile e vanno dritte al contenuto sicché a loro piacciono le cose semplici e banali tipo cuore che fa rima con amore e tanto sentimento e via dicendo cosicché quando i cosiddetti dicitori cominciarono a leggere con terribile accento dialettale i primi elaborati ne venne fuori una cosa ridicola oltre che penosa per mancanza di fantasia e d’altronde persino i membri della giuria quando aprivano bocca facevano evidenti errori di lingua per non dire di sintassi e tutti applaudivano come matti a qualunque scemenza fosse detta tanto che non sapevi se erano più ignoranti i giudici o i concorrenti quando la signora grassa disse ora facciamo un po’ d’intervallo tanto per distendere l’ambiente e chiamando pianoforte un piccolo armonium invitò uno studente del conservatorio sezione staccata di chissà dove a suonare la serenata di Schubert e allora sì che se ne sentirono delle belle come mancanza assoluta di ritmo e pasticci a non finire che quando finirono furono clamorosamente applauditi dal pubblico con vari “bravo!” e “bene!” che denotavano un’assoluta mancanza di educazione musicale e poi lo stesso ragazzo si mise a leggere in modo spaventoso una poesia e un racconto che già facevano pena e alla fine fu premiato con un diploma perché anche lui aveva partecipato al concorso come pure il presidente della giuria che s’era premiato da solo tra gli applausi di tutti e specialmente dei suoi compari e non dico quali cretinate aveva scritto. Cominciò quindi la premiazione vera e propria ed erano ormai le dodici e ancora c’erano dei diplomi da distribuire, così fu chiaro che avevano premiato tutti fino all’ultimo partecipante ed io che ero fra quei poveri cristi mi vergognavo di dover andare a ritirare il mio diploma di merito tanto più che la signora grassa consegnando i premi diceva anche i titoli e il mio racconto s’intitolava appunto Il mio funerale, cosa che suscitò molto scalpore ma ormai nessuno faceva più attenzione ai premi e allora dissi alla signora grassa che non si spaventasse ma lei con grande presenza di spirito disse tanto prima o poi tocca a tutti e intendeva di morire, poi chiese un po’ di silenzio perché se si continuava così gli agnolotti sarebbero divenuti molli e alludeva al pranzo prenotato dai concorrenti al principale ristorante del paese a coronamento di questa bella premiazione e allora molti cominciarono a sgombrare l’aula mentre gli ultimi scampoli venivano distribuiti come fossero cesti di frutta al mercato e tutti avevano fretta di andare a mangiare e un tale che era venuto dalla Calabria si lamentò pubblicamente di non aver trovato posto a sedere e allora un altro disse che una volta in Toscana lui era stato in piedi tre ore e non aveva protestato pur essendo uno dei premiati e ne nacque un alterco mentre il presidente non sapeva che pesci pigliare e fissava il vuoto con un atteggiamento ebete che tornava a farlo assomigliare a un facchino come quando era in maniche di camicia solo che ora aveva la giacca e la cravatta come già s’è detto e si sentiva oltremodo imbarazzato, poi tutto si appianò ed io fuggii col mio diploma tremolante in mano e m’era passato l’appetito e meno male che non avevo prenotato il pasto, così me ne andai a raggiungere la macchina che avevo lasciato sul piazzale e decisi in cuor mio di non partecipare mai più a premi letterari del genere e per quel giorno rimasi senza pranzo.

 

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