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Un generale prepara per
l’indomani l’attacco decisivo alla città
che il suo esercito assedia. Si siede al tavolo di lavoro ingombro di
carte e di mappe e si accinge a scrivere il piano d’attacco e
le disposizioni da impartire agli ufficiali dello Stato Maggiore,
convocato per l’alba. Al momento in cui, tuttavia, deve
mettere nero su bianco il concetto di ciò che il suo
esercito sta per concludere con l’imminente attacco, si
accorge che la corrispondente parola gli sfugge e che, nonostante gli
sforzi memoriali, non gli ritorna piú alla mente. Pensa,
allora, di ricorrere al vocabolario, ma scopre, con crescente stupore,
che la parola ricercata vi manca e che vi sono pure sparite tutte le
altre similari attinenti alla sua professione: alle azioni e alle
vicende che ne avevano connotato la vita e lo avevano condotto ad un
cosí elevato grado di potere.
Sono, quelle sopra sintetizzate, le pagine d’avvio de
Il male senza parole: il racconto d’apertura, uno
dei sei contenuti nel presente libro. Apparso sul quotidiano
«Avvenire» il 18 dicembre 1993, il racconto in
questione non fu il primo ad essere dato alle stampe da Stefano
Jacomuzzi; sembra, però, che sia stato il primo quanto ad
ordine di stesura. Sembra, perché non esiste traccia del
relativo manoscritto (o dattiloscritto) originale fra le carte
jacomuzziane. La deduzione viene fatta, pertanto, sulla base di un paio
di elementi ab extra. L’uno dei quali
è costituito dalla preziosa testimonianza della vedova dello
scrittore; mentre l’altro risulta insito
all’impostazione surreale conferita dall’autore
allo sviluppo della sua narrazione.
E qui non si può non cogliere il riflesso della lezione di
uno dei maestri del genere - Dino Buzzati -, sulla cui opera inventiva
lo studioso della letteratura Stefano Jacomuzzi ha appuntato a
ripetizione il proprio acuminato scandaglio critico (cfr.
Sipari ottocenteschi e altri studi, Torino, Tirrenia
Stampatori, 1987). Anche se, poi, il surreale de Il male
senza parole imbocca una sua specifica via, si stria di
profonde venature religiose (là dove quello buzzatiano
rimane strenuamente attestato sul versante laico) e sfuma in una
soffusa e delicata dimensione favolistica. Tale da non lasciare non
trapelare, in ogni caso, il grande sogno - l’umanissima
utopia - del nostro scrittore di veder risolversi, nel segno del Verbo
incarnato, il mysterium iniquitatis che governa il
mondo, con conseguente sparizione del male dalla realtà e
dalla storia.
(Dalla
Nota introduttiva di Franco
Pappalardo La Rosa)
* * *
III
Ma al mattino il ver si sogna?
«Ma se presso al mattin del ver si sogna...»: quel
se non è dubitativo. Dante non dubitava della
veridicità dell’antica credenza (confermata
dall’insegnamento di illustri filosofi), secondo la quale i
sogni che si fanno vicino al sorgere del sole sono veritieri. Tanto
è vero che piú tardi (il verso prima citato
è del canto XXVI dell’Inferno),
nel Purgatorio, al canto IX, ne dà una
spiegazione quasi fisiologica: all’alba, la nostra mente
è nel momento di maggiore distacco dal corpo e dal suo peso
fallace ed è meno occupata da pensieri; è proprio
questo il momento in cui essa «a le sue vision quasi
è divina», cioè diventa indovina,
presaga, e i suoi sogni sono pertanto veritieri.
Se cosí fosse, avrei da preoccuparmi: tanto solenne avvio fa
infatti da prologo a sogno ben piú modesto che quelli
profetici danteschi, e dovrebbe smentire definitivamente quelle antiche
credenze. Ma è stato cosí intenso e
cosí inatteso, cosí lontano da ogni possibile
realtà, e insieme cosí vero, cosí
vicino alle nostre preoccupazioni dell’oggi, che ho sentito
l’urgenza di raccontarlo ai miei dodici (metà di
quelli manzoniani è pur sempre un bel numero) lettori...
Avevo ascoltato alla televisione l’ultimo notiziario in modo
piuttosto distratto, anche perché non venivano date che
notizie già di-stribuite lungo la giornata, tra le quali le
difficoltà sempre piú gravi per la formazione del
governo, la ripresa delle consultazioni e note amenità per
nulla amene di simile natura. Poi, il sonno. E qui il... fattaccio
onirico.
Devo fare una premessa e una precisazione. La premessa riguarda il
fatto di avere un figlio che insegna letteratura italiana
all’università di Santiago de Compostela,
là in terra di Galizia, sull’estremità
occidentale della penisola iberica; la precisazione si riferisce invece
alla mia totale estraneità dalla vita politica, nel senso di
partecipazione ad attività di partiti o gruppi, a incarichi
diretti o indiretti di qualsiasi natura (il che non esclude una
partecipazione doverosamente appassionata e attenta, e oggi anche
preoccupata, alle idee e alla situazione politica).
Sognai, dunque. Era sera tardi e, come faccio spesso in
realtà, avevo preso il telefono per chiamare Santiago. In
genere la ricezione è difettosa, con improvvisi balbettii e
istantanee interruzioni, che rendono la comunicazione un continuo
sobbalzo, una faticosa decifrazione delle parole smozzicate. Ma questa
volta il sogno aveva evidentemente ripulito i cavi, scrostato le
indurite pareti delle arterie telefoniche. La voce di mio figlio mi
giungeva limpida e festosa. Una gioia, e non solo per gli orecchi.
Le affettuosità, lo scambio di notizie, le care
banalità (se qui piove da una settimana, figuriamoci nella
bagnata Galizia!)... Concludo con un accenno alla nostra situazione
politica: «... prima non riuscivamo a fare il presidente,
adesso non ce la facciamo a fare un governo...».
D’improvviso, dall’altra parte del filo,
un’esitazione, un silenzio. Indifferenza, disinteresse di lui
sempre cosí veemente, pronto alla polemica, allo sdegno? La
cosa mi rincresce-rebbe non poco. Questa resta pur sempre la sua
terra.
Nei sogni non si vede soltanto, ma si pro-vano sentimenti, si ride, si
piange, ci si preoccupa, come stavo facendo io in quel momento per
quello strano mutamento di tono.
Poi, una strana osservazione, seria ed evasiva: «Beh, se
permetti, c’è un po’ di
ipocrisia...».
Resto di sasso. Cosa voleva dire?
La mente lavora rapidamente per cercare una spiegazione, i pensieri
fanno ressa e garbuglio e non mi permettono di uscire che con un ultimo
saluto e un arrivederci. Ma poi, nel silenzio della notte, quelle
parole ritornano sempre piú enigmatiche.
Ipocrisia... Ma di chi? Mia? La cosa non ha senso, via... Forse voleva
dire che siamo tutti un po’ responsabili di questa situazione.
Mi attacco a quel po’ di scienza linguistica che posseggo, ma
«ipocrisia» indica pur sempre doppiezza,
simulazione di sentimenti o di idee, falsità insomma... Cosa
può avere a che fare tutto questo con la
difficoltà nella formazione di un governo...? Ah, ecco, ci
sono! L’accusa è rivolta alle forze politiche, che
si nascondono dietro sofismi, sbandierano false realtà... E
allora, perché quel «se permetti», quasi
a scusarsi preventivamente di qualche durezza, di qualche velata accusa
nei miei confronti, o perlomeno anche nei miei confronti? Ma no, sono
formule senza significato, quelle. Però, conosco troppo mio
figlio per illudermi. La sua non era una formula, era proprio un
mettere le mani avanti per non ferirmi...
Riprendo il telefono: «Scusami, sai, ma non riesco a
districarmi da una tua frase. Cosa volevi dire con
quell’accusa di ipocrisia?».
«Ma non era un’accusa, papà... Figurati
se io mi metto a giudicare i tuoi comportamenti...».
Trasecolo. «I miei comportamenti!?! Ma cosa vuoi dire?
Parlavamo del governo che non si riesce a fare...».
«Appunto».
Penso che molti abbiano fatto l’esperienza di trovarsi
sbalestrati ai confini dell’incomprensibile, come se un fatto
improvviso, imprevedibile, ci coinvolgesse senza la nostra minima
consapevolezza in una realtà che ci travolge, ci getta nel
vortice dell’assurdo. È un’esperienza
dolorosissima, e il fatto che si tratti di un sogno nulla toglie in
quel momento alla sua drammaticità.
Non so piú cosa rispondere a mio figlio. Faccio uno sforzo
per calmarmi: «Cosa c’entro io, i miei
comportamenti, con il governo?».
«Ecco, allora questa è davvero
ipocrisia...».
Mi sfiora persino il terribile sospetto che a lui sia successo
qualcosa, che stia dando di testa, come si dice.
Adesso sono io che balbetto veramente, non per via
dell’ingorgo telefonico: «Ma per l’amor
di Dio, Vincenzo, piantala di scherzare... Stai bene?»,
«Se sto bene? Benissimo, perché? Sono solo un
po’ stanco, perché sono arrivato da poco da dove
saprai...».
«Io... dovrei... sapere...».
«Eh via, papà, vuoi farmi credere che non sai
nulla del fatto che mi abbiano chiamato a Madrid? A questo punto
potresti anche interrompere la commedia, almeno con me...».
«Io... Ma che commedia!?».
«Quindi vuoi dirmi che non sai neppure chi mi aspettava
all’aeroporto, appena sceso dall’aereo... Craxi,
papà, c’era Craxi ad aspettarmi, per chiedermi di
convincerti a mollare tutto».
Non rispondo neppure piú. Sono precipitato nel gorgo del
piú puro, assoluto, dei terrori. Sono io quello che
impedisco di fare il governo!
Come non lo so, ma questo è un incubo spaventoso.
C’è un vuoto ormai nel cavo telefonico. Sento
dall’altra parte mio figlio un po’ spaventato che
mi chiama.
Farfuglio istintivamente qualcosa: «Ma come posso? Sai come
vivo, dove vivo... Non conosco nessuno che abbia un minimo di potere...
Vivo nel silenzio».
«È ben questo che paralizza tutti, il tuo
silenzio. Non sanno come interpretarlo, non sanno piú cosa
fare... Il silenzio, papà, può essere
l’arma piú terribile...».
Per fortuna che mi svegliai a questo punto, altrimenti sarei
precipitato nella voragine della follia.
Succede sempre cosí nei sogni: svaniscono di colpo, bruschi
e duri, lasciandoti senza risposte, ma con un cumulo di sensazioni, di
cifrati messaggi, di nascosti cunicoli diventati
impercorribili.
Dopo qualche istante mi misi a ridere, con un sospiro lungo e
soddisfatto di sollievo. Ma poi cominciarono ad arrivare gli
interrogativi. Come mai un sogno cosí incredibile, anche
cosí poco congeniale al mio modo di essere, di pensare? Un
delirio nascosto e inconfessato di potenza? Un qualche oscuro senso di
colpa personale e collettiva?
Mi alzai, andai alla finestra, aprii le persiane. L’alba
incominciava appena, un chiarore tenue. E mi venne in mente il verso di
Dante: «Ma se presso al mattin del ver si sogna...».
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