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Un ringraziamento
Infine, ecco il libro. Scritto in buona parte tra il 1995 e il 2000, ha
avuto una gestazione travagliata che ha implicato una completa
riscrittura, con chiarificazioni e alleggerimenti, protrattasi fino al
2002. Poi si spense la luce, e per tre anni il libro sparì
dalla mia vita come tante altre cose: il file fu perfino cancellato dal
computer, per essere recuperato in qualche modo e... rimesso in una
cartella ben nascosta e mai aperta.
Fra i più attenti lettori degli inediti, voglio ringraziare
almeno Donatella Bisutti, Alberto Cappi, Letizia Lanza, Giorgio Luzzi e
Paolo Valesio. Non posso poi omettere le riviste che hanno ospitato con
affetto e nobiltà testi e recensioni: Arca,
Atelier, clanDestino,
Poeti e Poesia, Hebenon,
Erba d’Arno, Capoverso,
Astolfo, Steve,
Graphie ed altre, tra cui la
francese Po&sie, la brasiliana Méja
Ponte, le transatlantiche Yale Italian Poetry
e Gradiva.
Ringrazio gli amici della Clessidra (attivi anche
in altre riviste, annuari e iniziative di valore), prodighi di consigli
e incoraggiamenti anche quando il libro sembrava essere (ed era)
l’ultimo dei miei pensieri. Li ringrazio tutti, negli anni:
Gianni Caccia, Sergio Calzone, Sandro Montalto (che si
impegnò in un lungo saggio apparso su Hebenon),
Gabriela Fantato (che ha svolto a più riprese un editing
decisivo: attento, rigoroso e simpatetico); Paolo Febbraro e Matteo
Marchesini (che mi hanno fornito importanti riscontri critici), Monica
Liberatore, Mario Marchisio, Lorenzo Morandotti, Franco Pappalardo La
Rosa e Adriano Napoli.
Comparve nel 2003 una elegantissima plaquette, Nel crescere
del tempo, per la quale devo ringraziare, oltre ad Alberto
Cappi, anche Lamberto Fabbri, Marco Jaccond e Il circolo degli artisti
di Faenza: quel libro, che raccoglieva buona parte della sezione
omonima di questo, sebbene in una stesura precedente, fu una luce nel
tunnel, a indicare forse un’uscita lontana. Nel
crescere del tempo, da me decisamente trascurato, ha tuttavia
riscosso l’interesse di alcuni benevoli poeti e critici che
si sono impegnati in recensioni e saggi di notevole acume: oltre ai
nomi già fatti, cito almeno Giorgio Linguaglossa, Roberta
Bertozzi, Gianfranco Lauretano, Victoria Surliuga, Alessandro Carrera,
Marco Molinari, Alberto Pellegatta, Marco Cipollini e Sergio Spadaro
(il cui lungo studio è ancora inedito), i quali mi hanno
convinto che non fosse un’operazione troppo dissennata
proporre la pubblicazione integrale delle poesie in un libro che, dal
2003, aveva anche trovato un titolo definitivo che vuole suonare
ambiguo e, forse, sarcastico.
Sento che ora è il momento giusto, o almeno un altro momento
giusto, per riportare alla luce quello che è stato uno dei
perni della mia vita in quegli anni. Rileggendo, e in molti casi
riscrivendo intere parti alla luce di una (supposta) maturazione, mi
sono reso conto che Il bene della vista
è ostinatamente fuori di ogni canone imperante,
perché considera l’Io un punto di vista e non un
oggetto di poesia.
Per scelta meditata, il libro esce senza alcuna nota critica. Il resto,
se vi sarà qualcosa da dire, non spetta più a me
dirlo.
Mauro Ferrari
* * *
Pensarsi liquidi
È questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi per gli spigoli che s’urtano
e non combaciano; la nostra vita
balza allora dallo sfondo, fuori fuoco,
i personaggi più non riconoscono il fondale
su cui si agitano, parlando senza intendersi.
È questo il limite, amare i propri confini
preservandoli come un’amata malattia.
Si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che prospera in silenzio e grida sogni eterni:
ogni ritocco accelera lo scempio
e fa l’immagine più oscura,
la scena meno comprensibile.
E la stocastica degli urti,
le occhiate che s’incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e deformano;
stridore di un tocco immaginato.
Meglio pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell’inumana miscibilità dei corpi che solo un
attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un altro stato ancora,
aria nell’aria; vinto dalla pietà, spinto a
donarci un poco,
un poco farci essere di più.
* * *
Le pagine, il fuoco
scritto sui confini
Le devastate geografie
che ammiccano dall’erba verde sangue
a pagine riscritte ad ogni squarcio,
il sisifo perenne delle arterie
e il riso crudo di ferite
che da terra e cielo mai avranno cicatrici:
s’affonda questa barca piccola
e non c’è fondo, schianto,
tumulto di valanga
o suolo antico cui tornare,
ma solo un premere di corpo
inutile senza un baratro
che, divorando, fonda.
Più vena esigono i crogioli
che secernono la Storia,
più ganga si rapprende al suolo
balenando scorie e viscere:
si replica nel sangue la spirale
e avanza oscura, immemore
di quanto tenga d’inumano
questo tutto che ci colse
inavvertiti; e s’alza dalle nostre pagine
come un lontano fuoco di battaglia,
nell’ammassarsi delle sere
sui campi che la storia umana ha concimato.
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