i libri

Mauro Ferrari

Il bene della vista

Nuova serie n. 22

2006

ISBN 88-7536-074-X

pp. 120

cm 12x21

€ 12,50

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L'autore

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959) è direttore editoriale delle Edizioni Joker, da lui fondate nel 1994, e del semestrale di cultura letteraria La clessidra.
Ha pubblicato tre raccolte poetiche: Forme (Genesi, Torino 1989), Al fondo delle cose (Joker, Novi 1996) e Nel crescere del tempo (con l’artista Marco Jaccond, I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2003); ha inoltre pubblicato brevi saggi di poetica, Poesia come gesto. Appunti di poetica (Joker, Novi 1999), e ha collaborato con testi e saggi ad antologie italiane ed europee.
Suoi interventi sono apparsi sulle maggiori riviste, nell’Annuario Castelvecchi e nella silloge critica Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei (Bocca, Milano 2004).

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I testi

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Un ringraziamento

Infine, ecco il libro. Scritto in buona parte tra il 1995 e il 2000, ha avuto una gestazione travagliata che ha implicato una completa riscrittura, con chiarificazioni e alleggerimenti, protrattasi fino al 2002. Poi si spense la luce, e per tre anni il libro sparì dalla mia vita come tante altre cose: il file fu perfino cancellato dal computer, per essere recuperato in qualche modo e... rimesso in una cartella ben nascosta e mai aperta.
Fra i più attenti lettori degli inediti, voglio ringraziare almeno Donatella Bisutti, Alberto Cappi, Letizia Lanza, Giorgio Luzzi e Paolo Valesio. Non posso poi omettere le riviste che hanno ospitato con affetto e nobiltà testi e recensioni: Arca, Atelier, clanDestino, Poeti e Poesia, Hebenon, Erba d’Arno, Capoverso, Astolfo, Steve, Graphie ed altre, tra cui la francese Po&sie, la brasiliana Méja Ponte, le transatlantiche Yale Italian Poetry e Gradiva.
Ringrazio gli amici della Clessidra (attivi anche in altre riviste, annuari e iniziative di valore), prodighi di consigli e incoraggiamenti anche quando il libro sembrava essere (ed era) l’ultimo dei miei pensieri. Li ringrazio tutti, negli anni: Gianni Caccia, Sergio Calzone, Sandro Montalto (che si impegnò in un lungo saggio apparso su Hebenon), Gabriela Fantato (che ha svolto a più riprese un editing decisivo: attento, rigoroso e simpatetico); Paolo Febbraro e Matteo Marchesini (che mi hanno fornito importanti riscontri critici), Monica Liberatore, Mario Marchisio, Lorenzo Morandotti, Franco Pappalardo La Rosa e Adriano Napoli.
Comparve nel 2003 una elegantissima plaquette, Nel crescere del tempo, per la quale devo ringraziare, oltre ad Alberto Cappi, anche Lamberto Fabbri, Marco Jaccond e Il circolo degli artisti di Faenza: quel libro, che raccoglieva buona parte della sezione omonima di questo, sebbene in una stesura precedente, fu una luce nel tunnel, a indicare forse un’uscita lontana. Nel crescere del tempo, da me decisamente trascurato, ha tuttavia riscosso l’interesse di alcuni benevoli poeti e critici che si sono impegnati in recensioni e saggi di notevole acume: oltre ai nomi già fatti, cito almeno Giorgio Linguaglossa, Roberta Bertozzi, Gianfranco Lauretano, Victoria Surliuga, Alessandro Carrera, Marco Molinari, Alberto Pellegatta, Marco Cipollini e Sergio Spadaro (il cui lungo studio è ancora inedito), i quali mi hanno convinto che non fosse un’operazione troppo dissennata proporre la pubblicazione integrale delle poesie in un libro che, dal 2003, aveva anche trovato un titolo definitivo che vuole suonare ambiguo e, forse, sarcastico.
Sento che ora è il momento giusto, o almeno un altro momento giusto, per riportare alla luce quello che è stato uno dei perni della mia vita in quegli anni. Rileggendo, e in molti casi riscrivendo intere parti alla luce di una (supposta) maturazione, mi sono reso conto che Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista e non un oggetto di poesia.
Per scelta meditata, il libro esce senza alcuna nota critica. Il resto, se vi sarà qualcosa da dire, non spetta più a me dirlo.

 

Mauro Ferrari

 

* * *

 

Pensarsi liquidi


È questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi per gli spigoli che s’urtano
e non combaciano; la nostra vita
balza allora dallo sfondo, fuori fuoco,
i personaggi più non riconoscono il fondale
su cui si agitano, parlando senza intendersi.
È questo il limite, amare i propri confini
preservandoli come un’amata malattia.

Si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che prospera in silenzio e grida sogni eterni:
ogni ritocco accelera lo scempio
e fa l’immagine più oscura,
la scena meno comprensibile.
E la stocastica degli urti,
le occhiate che s’incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e deformano;
stridore di un tocco immaginato.

Meglio pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell’inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un altro stato ancora,
aria nell’aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.

 

* * *

 

Le pagine, il fuoco


                                                                    scritto sui confini


Le devastate geografie
che ammiccano dall’erba verde sangue
a pagine riscritte ad ogni squarcio,
il sisifo perenne delle arterie
e il riso crudo di ferite
che da terra e cielo mai avranno cicatrici:

s’affonda questa barca piccola
e non c’è fondo, schianto,
tumulto di valanga
o suolo antico cui tornare,
ma solo un premere di corpo
inutile senza un baratro
che, divorando, fonda.

Più vena esigono i crogioli
che secernono la Storia,
più ganga si rapprende al suolo
balenando scorie e viscere:
si replica nel sangue la spirale
e avanza oscura, immemore
di quanto tenga d’inumano
questo tutto che ci colse
inavvertiti; e s’alza dalle nostre pagine
come un lontano fuoco di battaglia,

nell’ammassarsi delle sere
sui campi che la storia umana ha concimato.

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