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Fabrizio Lombardo è
nato a Bologna nel 1968.
Sue raccolte sono presenti in numerose antologie: Il grande
blu, il grande nero (Transeuropa, Ancona 1988); Poesie
del Navile (Mobydick, Faenza 1996); Sesto Quaderno
di Poesia Italiana a cura di Franco Buffoni, (Marcos y
Marcos, Milano 1998); Ákusma - Forme della poesia
contemporanea (Metauro edizioni, Pesaro 2000); Parole
di passo (Nino Aragno editore, Torino 2003); La
voce che ci parla: Antologia di poesia europea contemporanea,
a cura di Alberto Cappi (Edizioni Bottazzi, Mantova 2005); Parola
Plurale (Luca Sossella Editore, Roma 2005); La
linea del Sillaro (Campanotto Editore, Udine 2006).
Ha pubblicato le plaquette Il cerchio e il silenzio
(Squadro Edizioni Grafiche, Bologna 1995) e di quello che
resta (Quaderni di poesia, Bergamo 1998).
È del 1999 Carte del cielo, sua opera
prima, (VersodoveTesti, Bologna 1999), che ha ricevuto numerosi
riconoscimenti.
Suoi testi sono tradotti in francese, inglese, slovacco, serbo e
croato, spagnolo. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra
cui: Il Verri, Poesia, Private,
L’Unità, Versodove,
Fernandel, Frontiera,
Tratti, Atelier,
La clessidra, Kult,
Il Corriere della sera, Poeti
e Poesia.
È stato uno dei fondatori, nel 1994, di Versodove
- rivista di letteratura.
Ha curato le note critiche di Yellow, volume
postumo, di Antonio Porta (Mondadori, 2002).
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Appunti di un lettore
Colgo alcuni elementi che mi suggestionano,
cercherò poi di chiarire quali, con la cautela del lettore
invischiato nella sua fame di pagine e pagine, nella attuale
vivacità poetica, talvolta anche un poco frastornante (non
dico, sia chiaro, disturbante) di voci, richiami, ammonizioni e
confessioni, nonché di climi temporali e di ritmi.
L’essere senza maestri ufficiali, fortunatamente, invece di
creare confusione, a quanti scrivono, suggerisce e dispone a brividi
sentimentali o critici di varia intensità, ma continui.
Così, anche al lettore più anziano, al quale
credo sia consentito entrare ed osservare questo, ripeto, fragoroso e
sorprendente agone, può essere consentito, senza
recriminazione, affermare quanto segue: «non ho tempo di
pensare di dover morire, bensì ho tempo per cercare di
lottare ancora un poco contro il tempo, che è precipitoso, e
questo è il suo fascino».
Il tempo, albero con mille rami sul quale si posano gli anni (e anche
la poesia nel suo volo di migrazione) per riprendere fiato e per
potersi guardare intorno, ancora affannati, prima di rimettere le ali,
verso le terre d’Africa, magari…
Le poesie, le parole, come uno stormo di uccelli migratori che si odono
trasvolare nelle ore notturne, quando molti dormono ma non il lettore
di poesia (che è sempre un buon compagno di strada),
alcoolizzato di versi, di ritmi di suoni, scansioni struggenti, del suo
periglioso avanzare nella buia caverna del niente che la poesia
lentamente, inesorabilmente, illumina.
Sono questi gli elementi già presenti in questo libro, che
mi suggestionano, dicevo.
Il tempo, il suo ritmo implacabile ma anche, soprattutto, a mio avviso,
il moto continuo di queste strutture a cercare assembramenti.
Una scansione alimentata da un dinamismo introiettato. Fatta di
attraversamenti, di passaggi e frammenti.
Leggo ogni testo sostenuto da una pulsione fortemente scandita a
cercare di assidersi con una quieta violenza (quieta ma decisa) su un
nucleo interno (come su un masso durante un faticoso cammino). In
più a compensare, non a correggere questa impressione, prima
di questo arresto deciso violento i versi vibrano, come il passare di
un treno rapido osservato in una piccola stazione.
Così anche sembra che i testi non siano mai conclusi ma si
aggancino gli uni agli altri per lasciarsi ordinatamente trasportare
(non trascinare). E spesso si arroventano in questa tensione
così disposta.
Le cose, il movimento delle cose, l’accadimento delle cose
(più delle cose accadute, le cose che accadono), il nostro
accadere.
C’è dunque un movimento, che vorrei definire
impellente, dietro l’iniziale tormento delle parole (il
termine parole, parole, parole è prepotentemente ribadito)
che tendono a segnalare il moto, i sussulti tematici, i risentimenti
riflessivi, lasciando tracce come quelle rilasciate da un jet in un
cielo azzurro, senza nuvole, stracciato, come fosse un cuore ferito,
inquieto, o disperato. Tuttavia, dietro lo schermo delle parole brucia
sempre il sentimento forte non di una speranza ma di
un’attesa.
Il fondo di quest’opera, mobile e inquietante allo stesso
tempo, è agitato alle volte, e quasi drammaticamente
sconquassato, da una insistenza anche autobiografica, aspramente
autobiografica, avvolta da una pungente spietatezza, non per punirsi,
ferirsi, o persino per cancellarsi, ma per conoscersi meglio, o per
ricominciare a riconoscersi, ritrovarsi. Una furia di conoscenza. Uno
sguardo volto a sezionare anche il presente.
Tutto conclude ad alimentare, in questo libro di testi, un risentito
progresso; man mano che si procede si delinea come la mappa di una
battaglia segnalata seguita appuntata. A conferma che la poesia,
comunque si svolga, è sempre una incessante faticosa
battaglia.
Il risultato, vinti o vincitori, è affidato
all’indice conclusivo. Lombardo, a parere di un lettore, ne
esce molto bene.
Roberto Roversi
* * *
***
solo pochi resti. il tavolo è sgombro.
con le mani
scivoli nervosamente sul bordo levigato. non hai
reazioni – sembra. la luce che entra è poco
più
di un’ombra. la città/ un’eco di
portiere sbattute.
di frasi lasciate a metà. cade, goccia a goccia, la distanza
delle cose: scartati con agilità i dolori più
forti
con destrezza da atleta anche i ricordi/ ti alzi. poi, prima
d’andare, rimetti a posto la tovaglia/ con molta cura.
* * *
(reprise)
Disporre la calce sul foglio (ancora una volta)
stendendo uno strato sottile di pazienza
e rifugio. La testa tra le mani/ mentre la resa
è la compagna di viaggio che ci segue, là
dove ogni parola è clandestina e senza nome.
* * *
Cut IV
di nuovo in questa casa (una parte di mondo,
un luogo dove forse avrei potuto abitare) cercando
le tracce che abbiamo lasciato: lo specchio
è ancora appeso alla tue spalle, il mio torace
aperto, e le parole sparse sul pavimento, da leggere
come libro del destino. nuovo combattimento.
* * *
love song
Con orrore. Poi dice che è pure peggio. E muove
le mani. Digrigna i denti. Non riconosce
né le cose (sue) né quello che stacca e fa a
brandelli,
che riduce a forma morta, poltiglia di carta, inzuppata
glossa. Il vuoto che si ha dentro: una cosa rotta
sfatta, perduta. Come una voglia (anche di baci).
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