i libri

Francesco Granatiero

Bbommine

Fiori d'asfodelo

Nuova serie n. 19

2006

ISBN 88-7536-052-9

pp. 56

cm 11x16

€ 9,00

 

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Francesco Granatiero, nato a Mattinata (Foggia) nel 1949, vive a Rivoli (Torino), dove lavora come medico ospedaliero.
Dopo alcuni volumetti di poesia in lingua, si è rivolto al dialetto. Tra i suoi libri: All’acchjitte (1976), U iréne (1983), La préte de Bbacucche (1986), Énece (1994), Iréve (1995), Scúerzele (2002).
Per una bibliografia critica si vedano gli scritti di Giovanni Tesio, Donatella Bisutti, Pietro Gibellini, Franco Brevini, Donato Valli e altri, in parte raccolti in L’endice la grava (1997). 
Parallelamente ha scritto opere sul dialetto del luogo di origine (Grammatica del dialetto di Mattinata, 1987; Dizionario del dialetto di Mattinata - Monte Sant’Angelo, 1993; Arcanüé, 2001) o dell’intera area garganica (Rére ascennènne. Dizionario tassonomico dei proverbi garganici, 2002; Vocabolario dei Dialetti Garganici, in stampa) e un profilo linguistico parascolastico su Capitanata e Terra di Bari (La memoria delle parole. Apulia: storia, lingua e poesia, 2003).

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I testi

È un epicedio sui generis questo Bbommine - Fiori d’asfodelo di Francesco Granatiero: sui generis perché, anziché snodarsi nella tradizionale forma della lamentazione funebre, esso si sdipana in quella del canto lirico. Un canto, tuttavia, che mai — in nessuno dei brani strofici in cui i materiali inventivi si dispongono e stilisticamente si organizzano a mo’ di frantumato poemetto — s’intona e si leva a voce spiegata, piena, bensì si smorza, di continuo, in sommesso mormorio: in sospirato, strascicato sussurro. Quasi venga meno nell’io, per la lancinanza del dolore che ne alimenta la pena, la forza di sottrarsi all’onda melodica che gli urge e gli si gonfia dentro. Quasi la trafittura di quel dolore e di quella pena lo abbiano condotto al confine estremo dell’afonia. 
Da qui il contrasto, affiorante e percepibile dai brevi testi, fra l’unghiata della sofferenza, che, seppure distanziata dall’inesorabile trascorrere dei giorni e della vita, ritorna, immisericorde, a conficcarsi nei meandri più cupi del cuore, della mente (a recuperarvi flashes d’immagini, di volti, di figure, di paesaggi, evanescenti schegge di memorie, di emozioni, di esperienze di vita gioiosamente o dolorosamente convissute, insieme con risonanze di voci lontane, con echi di perdute parole, con pulviscoli di sogni perenti), e il filo della voce, pervicacemente intriso d’una sua riottosa tenerezza, che, per pudore, per autocontrollo, per montaliana “decenza”, la pronuncia, la definisce e la traduce in termini poetici.

                                                           (Dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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Ninnananne, ninnavóle,
la jaddine è mòrte sópa l’óve,
c’è mòrte mamme e rRosanne
è rumése sòla sòule.

Ninnananne, ninnavóle,
la Madònne la vóle addòrme 
a ssa uagnòune de séje anne
rumése assènza mamme.

Ninnananne, ninnavóle,
c’è ddermute Rosanne
e mmó nge sté madònne
che ce nàzzeche e ccande
ninnananne, ninnananne.


Ninnananna, ninnavuole, / la gallina è morta sulle uova, / è morta mamma e Rosanna / è rimasta sola. // Ninna-nanna, ninnavuole, / la Madonna l’addormenti, / questa bimba di sei anni / rimasta senza mamma. // Ninnananna, ninnavuole / s’è addormentata Rosanna / e ora non c’è madonna / che ci culli e canti / ninnananna, ninnananna. 

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Na chièiche, na chieculédda fàleze,
nu mumènde, nu muumènde de la tèrre,
na negghiarèdde pot’èsse, nu pesccòune
a lla zénne la vijanóve.
Cchiú ddà, bbommine sicche e ppréte,
nn’è succíesse níende, pròpete níende,
ate scunzéte la quagghie arreggettéte
nda l’èreva sécche.


Una piega, una falsa deviazione, / un momento, un movimento della terra, / una nebbiolina forse, un masso / sul ciglio della strada. / Più in là, asfodeli secchi e pietre, / non è successo nulla, proprio nulla, / avete disturbato la quaglia annidata / nell’erba secca.

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U tíembe, nuje ne ll’amme avute,
penníende penníende. O l’amme avute.
Ma nn’u sapèume. È stéte tutte
all’assacrèise. L’acque ce l’hou gnettute
u chépevíende. Tutte la tèrre chiange
làireme assutte. Quédde che nn’ha ffatte
u sòule, l’hou fatte u uíende.


Il tempo, noi non lo abbiamo avuto, / per nulla per nulla. O lo abbiamo avuto. / Ma non lo sapevamo. È stato tutto / all’improvviso. L’acqua l’ha risucchiata / l’inghiottitoio. Tutta la terra piange / lacrime asciutte. Quello che non ha fatto / il sole, lo ha fatto il vento.

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Recensioni

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