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Appendice 2
Giampiero Neri, o del silenzioso insegnamento
Durante l’estate 2001, a New York, mi era stata suggerita una
serie di libri di poesie di autori lombardi contemporanei e, nello
sfogliarli, il mio sguardo si era soffermato sulla copertina di uno di
questi, rappresentante un orticello e un asino. Si trattava di
Erbario con figure, pubblicato da Lietocolle, e Giampiero
Neri era l’autore. Questo accadeva a giugno. Per i due mesi
successivi avrei lavorato in un ufficio vicino alle torri gemelle, nel
World Financial Center, svolgendo un’attività di
comunicazione in ambito finanziario. Dalla scoperta di questo libretto
al termine dell’incarico, me lo sono sempre portata appresso,
leggendolo sistematicamente, facendo la spola tra i testi e la nota
biobibliografica, stupefatta che ci fosse tanto talento e grazia in
questo poeta lombardo, esente da lirismo ma denso in
concettualità e forza immaginale. Lo leggevo in
metropolitana alla mattina e alla sera, in ufficio negli intervalli,
insomma ogni volta che sentivo la necessità di respirare il
fresco di quella ammaliante poesia. In seguito, per la rimanente parte
dell’anno, anche dopo il caos seguito alla distruzione delle
Torri, ho continuato a tornare ad Erbario con figure,
fino a quando è nato il progetto della mia tesi di dottorato
sulla poesia lombarda contemporanea. Giampiero Neri non poteva che
essere parte del mio studio e i suoi testi erano diventati come un
punto di riferimento per inquadrare i miei futuri interessi letterari.
Nel marzo dell’anno successivo, decisi di telefonare a questo
poeta per intervistarlo nel corso dell’estate. Inizialmente
fui intimidita dal suo marcato accento lombardo, dal tono gentile ma
deciso, composto nell’eloquio, non ricercato ma diretto al
suo fine comunicativo. Nella sua conversazione non c’era
né una parola in più né una in meno.
Nel corso del nostro primo dialogo telefonico ho trovato subito, nella
dizione elegante e trattenuta di Neri, la voce narrante dei suoi testi.
La prima volta che ci siamo incontrati, ero arrivata dopo una ventina
di minuti di peregrinazioni in cerchio intorno a Piazzale Libia, ma lui
non ebbe nulla da ridire, mi parve infatti che fosse abituato alla
caccia al tesoro di chi cercava di trovare la sua abitazione. Infatti,
i numeri del piazzale sono messi come a caso, in una progressione che
non segue nessun ordine apparente, e i diversi sensi unici rendono
difficile trovare qualunque numero. Aperto il portone e saliti i pochi
gradini, vidi la faccia di Neri emergere dalla porta della sua casa.
Con un ampio sorriso mi incoraggiò ad entrare. Io ero un
po’ in imbarazzo e molto emozionata all’idea di
incontrare di persona il poeta dei libri che tanto mi piacevano.
Inizialmente mi ero immaginata che Neri avesse l’aspetto di
un maestro zen, non molto alto, di corporatura esile e
dall’aria un po’ astratta. Mi apparve invece una
persona di corporatura robusta e sana, dal bel colorito e
dall’aria simpatica e solare, tutt’altro che lo
stereotipo del poeta malaticcio che rischia di essere portato via dal
primo alito di vento. Dalla prima telefonata al nostro incontro, avevo
letto anche Teatro naturale (Mondadori 1998) e Finale
(Dialogolibri 2002). Mi ero preparata una lista di domande che volevo
porre al poeta, perché la mia visita corrispondeva anche
alla prima delle interviste che ebbero luogo nel corso
dell’intera estate. Gli avevo portato un mio quadretto e Neri
lo appese subito. Rimasi molto colpita da questo suo gesto, a cui
seguì subito l’intervista. Le mie domande
riguardavano soprattutto il mondo orientale. Neri mi regalò La
vita di Milarepa e, in seguito, vari altri volumi diventati
per me importanti, tra cui quelli di autori come Delfini, Hamsun,
Marais, Schmitt, Taubes, e il volume di Lao-Tze, La regola
celeste.
Neri è rassicurante. Non posso tracciare un suo ritratto
attraverso degli aneddoti, perché mi interessa soprattutto
osservare la compostezza di comportamento di questo notevole uomo e
poeta. In un suo modo di insegnare, fatto più di azione che
di parola, Neri partecipa alla vita delle persone che incrociano il suo
cammino. Con la discrezione che lo contraddistingue, attraverso le sue
azioni e frasi gnomiche, emana la sua fedeltà al passato,
una grande coerenza e una consapevolezza di appartenenza storica, a cui
è devoto. Inoltre, il suo silenzioso insegnamento si basa
sui principi del Tao, che, nel suo caso, si riassumono soprattutto nel
mimetizzare la saggezza, non dandola a vedere, rigettando
l’eccesso, la prodigalità e la vuota grandezza
così da essere veramente grandi attraverso il non fare,
ovvero il “wu-wei”. Neri ha la forza del maestro
che incarna il suo insegnamento. Tace e non indica nemmeno, ma riesce a
farti guardare nella direzione da seguire.
La figura di Neri è notevole anche per la passione del
coinvolgimento che mostra nei confronti dei suoi gusti letterari. Un
giorno, nel corso di un’intervista, mi stava parlando di una
sua visita ad Alba a casa di Margherita Faccenda, la madre di Beppe
Fenoglio. Neri mi disse che la signora Faccenda, raccontandogli
dell’importanza di suo figlio per le Langhe e del suo ruolo
di preservatrice della memoria di Fenoglio stesso, aveva dato un
tremendo pugno sul tavolo. Neri parlava con molta foga. Io ero presa
dalla narrazione, quando ad un certo punto, lui ripetè il
gesto del pugno sul tavolo, tanto forte che mi fece sobbalzare sulla
sedia.
Neri sa vivere fino in fondo ogni esperienza e traslarla in poetico.
Anche la narrazione della visita alla madre di Fenoglio diventa ben
più che un aneddoto biografico. Fa capire che la letteratura
non è una questione di intrattenimento. Come lui stesso mi
ha detto una volta, incoraggiare a leggere è come esortare
qualcuno a fare una passeggiata, ma incitarlo a scrivere è
come fargli costeggiare un dirupo. Perciò, risulta
fondamentale che la partecipazione al vissuto di un autore diventi
così importante da voler vedere i luoghi da lui frequentati
e trovare le radici anche attraverso le persone che conosceva. Neri, in
questi suoi gesti improvvisi, può stupire ma anche
rassicurare, perché dalla sua persona traspare la stessa
solidità della sua scrittura. La continuità
stilistica della sua poesia è parallela, ad esempio, alla
sua camminata pacata, con le mani dietro la schiena, oppure al suo
aprire le mani quando spiega un concetto, o anche al sorriso che lo
accompagna quando racconta qualcosa che lo rende felice.
La gestualità di Neri ha una sua tipicità,
soprattutto per quanto riguarda gli sguardi, che nella loro
profondità sono incisivi come un gesto compiuto attraverso
il corpo. Ricordo a gennaio del 2003, nel salutarci, che pensavo ai
mesi da trascorrere negli Stati Uniti, al lavoro da svolgere,
all’ansia di non riuscire a finire la tesi di dottorato entro
maggio. Ero tesa e contratta, e Neri, avendo colto il mio stato
d’animo ansioso e depresso, mi sorrise in modo radioso e
mosse la mano in un saluto, il tutto con una freschezza tale da farmi
sentire come in un fotogramma che si ferma. Era come quelle immagini
nei film francesi degli anni ’60 che vengono bloccate per un
attimo per dare uno spiraglio di riflessione sull’azione in
corso. In quel momento, la mia ansia si è annullata e credo
di averlo guardato a bocca aperta, come una bambina che fissa, stupita,
il padre che le fa un regalo bellissimo. Si trattava di una grande
emozione vivificante e rassicurante, come se Neri mi avesse detto:
«Andrà tutto bene, non ti preoccupare».
In conclusione, l’incontro con la scrittura e la persona di
Giampiero Neri sono diventati gradualmente fondamentali nel mio
vissuto. Più che di folgorazione improvvisa della scoperta,
ho trovato in lui la continuità della crescita e della
maturità, un metodo di vita e scrittura. La frequentazione
di questo poeta così unico ha rafforzato le mie aspettative
nei confronti della scrittura. Se l’ispirazione è
l’adolescenza, il metodo è
l’età adulta, e la scrittura di Neri e la sua
persona mi hanno fatto capire come tecnica e ispirazione si
complementino. È l’applicazione costante
all’arte prescelta che ci fa aderire alla realtà e
vivere come persone che in vita hanno il potenziale, attraverso un
approccio privo di retorica ma anzi fattuale, di realizzarsi pienamente.
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