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Gabriele Zani è nato nel 1959 a Cesena, dove risiede e
lavora.
Ha esordito in versi nel 1984 con Monolocale
(Maggioli, Rimini), una plaquette presentata da
Renato Turci. L’opera successiva, originariamente apparsa in
opuscoli semiclandestini e in riviste, è confluita, con una
Nota di Giovanni Raboni, nella raccolta I rimanenti
(Pequod, Ancona 2001).
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Introduzione
Restituiti nell’ordine temporale delle loro effettive
stesure, che non sempre coincide con quello delle riviste che li
ospitarono, questo libro riunisce alcuni scritti e interviste dedicati
ai poeti di cui ho sentito di potermi occupare. Del poco altro che
lascio fuori, segnalo il saggio Lettura e attraversamenti
della poesia di Luciano Erba, composto a due mani con Renato
Turci (“Il lettore di provincia”, XXI, n. 74,
aprile 1989), e un Ricordo di Ferruccio Benzoni,
che precedeva una mia scelta di testi dell’amico scomparso
nel 1997, richiestomi da Nicola Crocetti (“Poesia”,
XI, n. 122, novembre 1998).
Altri articoli che fui invitato a comporre sono il quinto e il sesto
della serie, come precisato in calce agli stessi. Committenze o meno
nascono tutti da un’attività critica alquanto
saltuaria, “amatoriale”, rispetto a quella di
autore a mia volta di poesie, nella quale, a partire dai primi anni
Ottanta, ho invece costantemente riversato le mie energie.
Sereni e dintorni vuole essere
anzitutto un omaggio al Sereni de Gli immediati dintorni,
libro de chevet dei miei anni giovanili, ma avrei
potuto intitolarlo, a scanso di equivoci, Sereni e miei
dintorni, non fosse che l’aggettivo possessivo
stride quando si riferisce alla poesia. Lo sapeva il Maestro e io pure
evito di servirmene. Perché in realtà Sereni
è “mio” e di chiunque, così
come per gli altri “miei” poeti.
Tornando agli articoli, il secondo, il terzo e il quarto risentono
certamente del mio sodalizio (brutta parola ma non ne ho di migliori)
con Benzoni; li leggemmo insieme e insieme ne discutemmo, prima della
pubblicazione in riviste, dove apparvero senza il consueto ausilio
delle note alle varie citazioni, così come ora in questa
sede. Rammento che Ferruccio le detestava, ritenendo che il lettore
davvero partecipe non avrebbe comunque faticato a documentarsi in
proprio, di sicuro, allora, pensando più al già
largamente consacrato Sereni che a sé. Oggi, nonostante
ancora si attenda la pubblicazione dell’opera omnia, per
fortuna anche la sua notorietà è aumentata,
grazie soprattutto all’accortezza di diversi antologisti ai
quali Benzoni si è infine rivelato, per dirla con Massimo
Raffaeli, «una delle fisionomie più interessanti e
defilate (tuttavia a suo modo centrali) nel panorama della poesia
italiana contemporanea.»
Gli autori considerati hanno storie e tempi diversi. Si va
dall’epigrammatico Galli al Sereni che «con tanto
mondo da fronteggiare [...] si diminuì come lirico e si
accrebbe come narratore appunto per essere più pienamente e
largamente poeta» (come ebbe a dire egli stesso
dell’Ariosto), a Benzoni, che scelse «un itinerario
canonico, quello che va alla originalità dalla
“imitazione”» (Fortini), dal lirico
Pušek all’antilirico Neri, al
“resistenziale” Pusterla.
Diversi finché si vuole ma tutti ugualmente dotati di un
alto spessore umano, come ho potuto verificare di persona, a riprova
della mia intima, vecchia convinzione che, vita da una parte e
letteratura dall’altra, alla resa dei conti, altro non siano
che le due facce di una sola medaglia, talvolta così sottile
da risultare trasparente.
Con Vittorio, è vero, non ho avuto rapporti personali, ma
è il primo poeta che ho subito letto quasi fosse un amico
conosciuto da sempre e sul quale avrei sempre potuto contare. Del resto
«amore m’è accanto e amicizia»
suona un suo verso. E già siamo forse all’essenza
della poesia, di quella che s’è scritta finora e
di quella ancora da scrivere.
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