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Valentino Bellucci

 

Paul Valéry.

L'angelo di nessuno

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ISBN-13: 978887536198-3

2017

pp. 94

cm 15x21

€ 14,00

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L'autore

Valentino Bellucci (Weinheim 1975) ha insegnato presso le università di Macerata e Urbino. Attual-mente è docente di Storia e Filosofìa nei licei italiani. Si dedica da anni allo studio della cultura vedica e ha pubblicato un saggio sulla mistica indiana più esoterica: lo yoga devozionale indiano. Il Vaishnavismo (Xenia 2011). Ha al suo attivo importanti saggi e articoli di filosofìa e orientalistica. Ha pubblicato sulle riviste «Nuova Corrente» e «Studi Urbinati» ed ha dedicato uno studio monografico al filosofo Walter Benjamin. Inoltre dipinge e si dedica alla poesia. Il suo operato ha lo scopo principale di divulgare una tradizione spirituale e scientifica in grado di fornire alla società occidentalizzata gli strumenti per risolvere alla radice i suoi mali sociali e psicologici.

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I testi


Questo saggio analizza la figura di Paul Valéry attraverso un duplice approccio: da un lato il suo pensiero filosofico comparato con quello dei protagonisti del Novecento da Bergson a Foucault, dall’altro la forma del dialogo, per scandagliare l’anima del Valéry “mistico”. L’eredità del grande scrittore e poeta francese diventa cifra delle sfide che l’uomo di oggi si trova a dover affrontare. Bellucci propone quindi un Valéry più vicino, in grado di parlare al presente, talvolta anche in maniera confidenziale, e svelare le nuove avventure dello spirito.

 

* * *

 

Il problema memoria-materia in Bergson e Valéry

 

 

Il problema mente-corpo è centrale nella storia della filosofia e dopo Cartesio tale centralità diventa ancora più problematica. Tale problema si concentra ancora di più nel rapporto memoria-materia, Bergson ne è perfettamente consapevole e sa anche che per porre in modo corretto il problema occorre prima superare le posizioni del materialismo e dell’idealismo:

idealismo e realismo sono due tesi ugualmente eccessive […] Domandarsi se l’universo esista soltanto nel nostro pensiero o al di fuori di esso significa dunque enunciare il problema in termini insolubili, sempre che siano intelligibili […] Per troncare la discussione bisogna trovare dapprima un terreno comune su cui impegnare la lotta, e poiché, per gli uni come per gli altri, cogliamo le cose soltanto sotto forma di immagini, è in funzione delle immagini, e delle immagini soltanto, che dobbiamo porre il problema.

In fondo quello che disturba Bergson è l’intellettualismo presente in entrambe le posizioni, da qui il loro essere “eccessive”; non si tratta di stabilire l’esistenza di un mondo senza il soggetto o di un mondo interamente soggettivo; il vero problema per Bergson è che la materia, di cui noi abbiamo comunque esperienza, è eterogenea con la memoria. Lo stesso Valéry aveva denunciato la vacuità dell’idealismo e del materialismo:

Realtà del mondo esterno. Problema nato grossolanamente dalle illusioni di coloro che presuppongono alla parola Realtà significati diversi da quelli metaforici.

Vedremo che le accuse che Valéry farà a Bergson sono le stesse che fa ai filosofi in genere: li accusa di essere dei funamboli del linguaggio, di rincorrere parole piuttosto che dati concreti. Bergson «Si è interrogato da professore e ha risposto da poeta»121; è la stessa accusa che Aristotele faceva a Platone quando criticava la nozione di partecipazione come metafora, buona per la poesia ma non per la verità filosofica. È l’eterna critica che gli aristotelici fanno ai platonici. Ma Valéry è tanto poco un aristotelico quanto poco Bergson è un platonico. Bergson imposta con grande chiarezza il nocciolo del problema:

noi troviamo che tra il ricordo e la percezione non c’è una semplice differenza di grado, ma una differenza radicale, di natura […] La dottrina che fa della memoria una funzione immediata del cervello, dottrina che solleva delle difficoltà teoriche insolubili […] Tutti i fatti e tutte le analogie sono a favore di una teoria che nel cervello vedrebbe soltanto un intermediario tra le sensazioni e i movimenti, che farebbe di questo insieme di sensazioni e di movimenti la punta estrema della vita mentale, incessantemente inserita nel tessuto degli avvenimenti, e che, attribuendo al corpo l’unica funzione di orientare la memoria verso il reale e di collegarla al presente, considererebbe perciò questa memoria stessa come assolutamente indipendente dalla materia.

Per Bergson il cervello è un semplice strumento, una sorta di bussola che permette alla mente di orientarsi nella realtà delle azioni, nella concentrazione del presente; ma a cosa mira in realtà il filosofo? Si tratta di mostrare che la non riducibilità della mente al cervello è la non riducibilità dello spirito al corpo:

…la vita mentale oltrepassa la vita cerebrale, se il cervello si limita a tradurre in movimento una piccola parte di quanto accade nella coscienza, allora la sopravvivenza diventa così verosimile che l’onere della prova incomberà su colui che la nega, piuttosto che su colui che l’afferma; perché l’unica ragione di credere ad un’estinzione della coscienza dopo la morte è che si vede il corpo disgregarsi, e questa ragione non ha più valore se l’indipendenza della quasi totalità della coscienza rispetto al corpo è, anch’essa, un fatto che si constata.

 

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