i libri

Giuseppe Zuccarino

 

Da un'arte all'altra

 

 

ISBN-13: 978-88-7536-207-2

2009

pp. 112

cm 17x24

€ 12,00

 

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L'autore

Nato nel 1955, è critico e traduttore. Ha pubblicato varie raccolte di saggi (La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005; Il dialogo e il silenzio, ivi, 2008) e di frammenti (Insistenze, Genova, Graphos, 1996; Grafemi, Novi Ligure, Joker, 2007). Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.
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I testi

Dai saggi raccolti nel presente volume emerge il fatto che vi è un transito ininterrotto da una forma di espressione artistica all’altra. Se la letteratura resta il centro focale del discorso, si mostra qui come essa entri in rapporto, più o meno ravvicinato, con la musica, il teatro, la pittura e l’architettura. Le tre divagazioni iniziali affrontano, in questa chiave, argomenti a prima vista insoliti: le interpretazioni del canto delle sirene omeriche offerte da alcuni scrittori moderni, il tema del solipsismo dell’artista e la fortuna del topos della «casa di vetro». Segue poi un secondo trittico, relativo agli incontri fra critici, pittori, poeti, narratori, uomini di teatro: vediamo così che Fénéon e Seurat, Char e Staël, Klossowski e Carmelo Bene hanno tratto dal dialogo che li ha uniti uno stimolo alla propria creatività individuale. Nell’ultima parte del volume viene evidenziata la presenza degli oggetti nella letteratura e nell’arte, sia che se ne privilegi uno per via del suo fascino (i minerali descritti da Caillois), sia che un pittore li introduca nelle proprie opere, raffigurandoli o incorporandoli in esse (così accade nei dipinti e nelle sculture di Tàpies), sia che ne venga mostrata la duplice funzione psicologica, che li rende ad un tempo fonte di consolazione e di tormento (nelle prose e nei testi teatrali di Beckett). Più in generale, il volume mette in risalto come l’artista tenda a stabilire con i temi che affronta, e con le forme stilistiche che adotta, un rapporto fondato non solo su una scelta di tipo culturale, ma anche su un profondo coinvolgimento emotivo.

 

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Il passaggio dalla grande stagione dell’impressionismo a quella che a tutta prima può apparirne un’ultima fioritura, qualificata appunto come «neoimpressionista», riveste un grande interesse, legato in particolare, oltre che all’affermarsi di nuove tecniche, all’insorgere di una diversa, e per molti aspetti inedita, concezione dell’arte. Il principale protagonista di questo rinnovamento della pittura francese del tardo Ottocento (prescindendo ovviamente da altri e diversamente orientati esponenti del postimpressionismo, da Van Gogh a Gauguin) è senza dubbio Georges Seurat. Difficilmente, però, la nuova scuola avrebbe raggiunto così presto e così a fondo un’accurata coscienza dei propri mezzi e delle proprie potenzialità senza l’apporto di un critico giovanissimo, ma già dotato di un gusto tra i più sicuri e di capacità analitiche e stilistiche del tutto inconsuete: Félix Fénéon. Ed è proprio ricostruendo i rapporti tra questi due personaggi che potremo accennare alle principali acquisizioni del neoimpressionismo, soprattutto nell’ambito della teoria pittorica dei colori.
Seurat, nonostante si fosse formato sulla base di un insegnamento piuttosto tradizionale (quello ricevuto dapprima alla scuola municipale di disegno e poi all’École des Beaux-Arts), aveva tratto stimoli assai più efficaci dalla frequentazione delle opere di artisti come Delacroix e Corot – dei quali gli erano in parte noti anche gli scritti – nonché dalla lettura di testi di carattere teorico o scientifico come quelli di Blanc, Sutter, Superville, Chevreul, Maxwell, Helmholtz e Rood. Nei primissimi anni Ottanta, pur dedicandosi in prevalenza al disegno (con una tecnica originale e raffinata, che gioca sulle sfumature e sui contrasti di luce e ombra), inizia a realizzare su tavolette di legno i primi abbozzi dal vero (i cosiddetti croquetons), i più riusciti dei quali non si caratterizzano tanto per una resa minuziosa del reale quanto per la luminosità e l’intensità dei colori. Nel 1883 un suo disegno (un ritratto dell’amico pittore Aman-Jean) viene accettato dalla giuria del Salon, e nello stesso anno Seurat avvia gli studi preparatori per un quadro di grandi dimensioni, Une baignade à Asnières.
Quest’opera, che raffigura un gruppo di bagnanti, in prevalenza ragazzi, sulle rive della Senna, è il frutto di un lungo processo di analisi, in cui le impressioni iniziali, rapidamente fissate nei pannelli dipinti ad olio, vengono poi selezionate e riesaminate nel lavoro di atelier – e in ciò si ha già una trasgressione riguardo alla prassi, tipica dell’impressionismo, dell’esclusivo lavoro en plein air –, prestando particolare attenzione agli effetti di luce e all’azione reciproca dei colori. Seurat tiene conto infatti degli studi sul contrasto simultaneo condotti da Chevreul, studi che prendevano in esame i fenomeni di modificazione cui vanno soggetti colori diversi quando vengono percepiti contemporaneamente. Pur partendo dall’idea che la chiave di volta della tecnica fosse «la purezza dell’elemento spettrale», Seurat evita per il momento di ricorrere in modo esclusivo ai colori puri, nella speranza di non urtare la suscettibilità dei giurati e far accogliere il suo quadro al Salon del 1884. Tuttavia la Baignade, completata nei primi mesi di quell’anno, verrà respinta, e ciò indurrà il pittore, assieme ad altri, ad aderire all’appena costituitosi Groupe (poi Société) des Artistes Indépendants.

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Giuseppe Zuccarino, Grafemi

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