i libri

Luigi Sasso

 

Vocazioni

ISBN 9788875364175

2017

pp. 216

cm 12x22,5

€ 17,00

 

L'autore

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L'autore

Luigi Sasso (1954) vive a Genova. Si è occupato di alcuni degli autori più innovativi della letteratura degli ultimi secoli, da Vittorio Imbriani a Carlo Dossi, da Giorgio Manganelli a Vladimir Nabokov, da Max Frisch a Samuel Beckett. Ha scritto anche sull’opera di alcuni importanti artisti, come Kandinskij, Dubuffet, Bacon, Masson e Chagall.
Tra le sue opere una monografia su Antonio Porta (Firenze, La Nuova Italia, 1980), Il nome nella letteratura (Genova, Marietti, 1990), Il sogno del pavone (Pavia, Liber, 1994), Nomi di cenere (Pisa, ETS, 2003), Fuori dal paradiso (Novi Ligure, Joker, 2005), Tutti i nomi del mondo (Novi Ligure, Joker, 2009).

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I testi

Da dove viene il desiderio di scrivere, di creare immagini, di raccontare storie, di comporre, con le parole o con le note musicali, una sequenza di frasi? A quale necessità obbedisce un artista, un narratore, un critico, quale forza lo spinge, esponendolo al rischio di un esito fallimentare, a misurarsi con i propri limiti, a ricominciare ogni volta da zero tentando di afferrare le parole rimaste sulla punta della lingua? Gli undici saggi raccolti in questo volume – composti in un arco molto ampio di anni, dal 1999 al 2016 – partono tutti, in maniera diretta o indiretta, da questi interrogativi, cercando soprattutto nelle pagine di scrittori come Guy de Maupassant o André Pieyre de Mandiargues, Robert Walser o Thomas Bernhard, Vladimir Nabokov o W. G. Sebald (per fare solo qualche esempio), ma in qualche caso anche di artisti (Jean Dubuffet, Jackson Pollock), le tracce di una possibile risposta. Si delinea in tal modo, a poco a poco, un percorso, procedendo lungo il quale il lettore sarà indotto a ripensare la propria idea di opera, di identità, di scrittura, fino a rendersi sempre più chiaramente conto di come tracciare segni su un foglio – si tratti di una breve annotazione critica o di colature di colore – non rappresenti né un inutile passatempo né il ripetitivo esercizio di un mestiere, ma qualcosa di più, di diverso: un destino, una vocazione.

 

Il demone nero

Il corpo e i simulacri

In una delle prime pagine del romanzo La motocicletta di André Pieyre de Mandiargues, pubblicato nel 1963, la protagonista Rebecca Nul si guarda allo specchio. Si è alzata dal letto, svegliata da un sogno, e sta scrivendo una lettera per avvertire il marito Raymond che non tornerà prima di sera. Rebecca non ha ancora vent’anni e ha sposato quell’uomo pochi mesi addietro. Ma il letto coniugale le sembra troppo piccolo, quel marito un individuo senza troppo calore e fantasia. Per questo adesso vuole solo andarsene, salire sulla Harley Davidson e raggiungere il suo amante, Daniel Lionart. Aveva conosciuto Daniel quattro mesi prima del suo matrimonio: lui si era introdotto furtivamente di notte, senza farsi riconoscere, nella sua stanza, e lì era nata la loro storia d’amore. Quella moto era stata il suo regalo di nozze, e adesso la porterà da lui. «Nuda com’era», – scrive Mandiargues – «cercò un foglio di carta, una penna e sedette vicino alla specchiera per scrivere al marito e alla domestica che andava a fare un giro in moto e che non l’aspettassero né per mezzogiorno né per cena. Scrivendo si guardava allo specchio e pensava alle fotografie buffamente oscene acquistate a Ginevra da Daniel e delle quali avevano spesso riso insieme». Le sembra di assomigliare a quelle donne che mettono in posa il loro corpo, lo esibiscono per un piacere che lo spettatore può acquistare a poco prezzo. Ma c’è anche qualcosa di comico in quest’immagine, come se la nudità e il gesto di scrivere una lettera giocassero insieme, introducessero una nota d’ironia, mettendo in contatto due realtà normalmente tenute segrete, separate, entrambe parte di una dimensione intima che solo l’occhio indiscreto va a spiare.
Per salire sulla moto Rebecca indossa una tuta di cuoio nero, un capo di vestiario di cui va molto orgogliosa, stivaletti pure neri, un paio di grossi occhiali dalle lenti convesse nella montatura di gomma. Per completare quella tenuta, aveva acquistato a Ginevra un cappuccio «appena più nero dei suoi capelli» – ricorda il narratore – «e che sembrava il negativo di una mezza maschera in quanto lasciava scoperta solo la parte del viso che la mezza maschera solitamente nasconde». Un paio di guanti completa la sua tenuta da coureuse, come lei stessa la definisce, con un termine che sta a indicare tanto una donna che corre, come Rebecca è solita fare con la motocicletta, quanto una sgualdrina. Il corpo mascherato è un altro volto dell’osceno, non cancella la nudità ma la esalta, annuncia quel teatro dell’artificio e dello sdoppiamento che è la forma privilegiata dell’erotismo. La nudità e la maschera sono forme della finzione, definiscono lo spazio in cui può muoversi la scrittura. Non è un caso che proprio il letto e il lenzuolo, cioè gli oggetti che solitamente fanno da cornice all’esibizione oscena dei corpi, ricordino al narratore sul finire della storia, con le tracce e i segni che essi mostrano, la fisionomia di una pagina scritta: «Rebecca beve come aveva bevuto, e nell’immaginazione si ritrova accanto a Daniel, davanti al letto sconvolto, nel momento in cui, seguendo l’esempio dell’uomo, gettava il bicchiere vuoto sul materasso dove, come su una gigantesca pagina licenziosa, erano decifrabili i sollazzi dei loro corpi». Osceno, corpo e scrittura si rivelano in queste parole ancora una volta intrecciati, e sono non a caso presenze costanti e basilari dell’opera di Mandiargues.

 

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Luigi Sasso, Fuori dal paradiso

Luigi Sasso, Tutti i nomi del mondo

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