i libri

Lucetta Frisa

 

Sulle tracce

dei cardellini

(una flânerie)
 

Disegni di Gianfranco Carrozzini
e Giuseppe Pellegrino

ISBN-13 978-88-7536-224-9

2009

pp. 58

cm 12x19

€ 8,00

 

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L'autore

Lucetta Frisa, poeta, traduttrice, studiosa di letteratura giovanile, è nata a Genova dove risiede. Tra i diversi libri di poesia: La follia dei morti (Campanotto, 1993), Notte alta (Book, 1997), Gioia piccola (all’antico mercato saraceno,1999), L’altra (Manni, 2001), Disarmare la tristezza (Dialogolibri, 2003), Siamo appena figure (GED, 2003), Se fossimo immortali (Edizioni Joker, 2006) e Ritorno alla spiaggia (La Vita Felice, 2009) oltre a varie plaquettes con artisti nelle edizioni Pulcinoelefante.
Ha curato e tradotto una scelta di versi di Emily Dickinson Lasciatemi l’estasi (Ripostes, 1992), inediti di Henri Michaux Sulla via dei segni (Graphos, 1998) e Artaud e Paule di Bernard Noël (Joker, 2005). È presente in molte riviste e antologie, tra cui Il pensiero dominante (a cura di F. Loi e D. Rondoni, Garzanti, 2001), Poesia della traduzione (a cura di A. Bertoni e A. Cappi, Comune di Mantova, 2003), Trent’anni di Novecento di Alberto Bertoni (Book, 2005), Donne di parola ( Travenbooks, 2005) e Altramarea (a cura di A. Tonelli, Campanotto, 2006).
Con Marco Ercolani ha scritto L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), Contrappunto (Lietocolle, 2000), l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000) e Anime strane (ibidem, 2006). Con lui è stata redattrice di "Arca. Quaderni di scrittura" e attualmente cura la collana "I libri dell’Arca" per le Edizioni Joker.
Collabora al quotidiano "Avvenire" e al trimestrale "L.G. Argomenti". È vincitrice del Premio Lerici-Pea 2005 per l’Inedito.

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I testi

Nella primavera del 2006, il canale Cult di Sky manda in onda il cortometraggio Cardilli addolorati, diretto da Carlo Luglio e Romano Montesarchio: mostra la cattura e il commercio – per non dire lo spaccio – dei cardellini nella borgata di Secondigliano di Napoli, tristemente nota come uno degli imperi incontrastati della Camorra ovvero del Sistema, come ci ha insegnato a definirla Roberto Saviano. Cattura e commercio ovviamente illegali in quanto i cardellini, allo stato selvatico, sono al limite d’estinzione e inclusi tra le specie protette. (Al tempo della visione del film lo ignoravo).
Come le loro prede, anche i cacciatori-spacciatori di cardilli, figurano tra le speci protette, ma non per la stessa ragione.
L’emozione è forte. Decido di non trascurarla e comincio a pormi alcune domande:
Prima domanda: perché il cardellino attira tanto questi “omacci”? È il suo corpicino palpitante, indifeso e sfuggente, a eccitarne il desiderio?
Sì, è vero che intorno alla sua voce, potente e melodiosa, si svolge un commercio convulso e redditizio, ma il guadagno, da solo, non spiega questa attrazione.

Il documentario alterna le scene assordanti della piazza assolata del mercato a scene del silenzioso appostamento di un bracconiere, in un campo selvatico, alle prime ore dell’alba.
La cattura dei cardellini non è solo un lavoro ma una passione insopprimibile. Un intervistato dice, serissimo, che, se dovesse scegliere tra sua moglie, i figli e i cardellini, senza esitazione sceglierebbe questi ultimi. Altri che, se privati dei cardellini, arriverebbero al suicidio.
Il più richiesto e il più caro (sia dal punto di vista economico che affettivo) sembra essere il
cardellino accecato. La privazione della vista lo fa cantare con tutte le forze della disperazione, e anche quelli che vanno in muta fuori stagione sembra cantino meglio degli altri.
Subito mi viene in mente il romanzo Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese (Adelphi, 1999): confuso e complesso, ambientato a Napoli, non l’ho letto e mai lo leggerò. So che il motore della trama è la soffocazione di un cardellino ucciso per gelosia. La Ortese individua nel cardillo un animale-angelo, simbolo di un’innocenza la cui soppressione genera un ossessivo senso di colpa e un dolore cupo, senza fine.


Sto’ criscenno no bello cardillo
Quante cose ca ll’aggi’a imparà
Ha da ire da chisto e da chillo
Li’mmasciate isso m’ha da portà

 

Chi non conosce i versi di questa celebre canzone napoletana?


Allora il cardellino è ambasciatore d’amore? (È la seconda domanda). Vittima innocente di bassi intrighi umani? Tutto quanto è volatile, porta notizie e messaggi. Spiritello buono e fragile, strumentale agli uomini, creatura che si muove nello stato mediano dell’aria, combattuto fra due desideri: volare e posarsi. Ma posarsi lo espone alla cattura. Poi, una volta dietro le sbarre, viene ammirato e ipocritamente compatito.
Terza domanda: è discendente simbolico della grande e superba araba fenice, dominatrice di immensi spazi fisici e immaginari? Lei ha il piumaggio fiammeggiante e il cardellino, la parte
anteriore del capo striata di rosso. Entrambi sono portatori di un fuoco: grande e piccolo. L’Araba fenice è incatturabile, nessuno può ridurla dentro una gabbia. Muore e risorge. Cioè non muore mai. E il cardellino?
Penso alla fiaba di Afanasjev, La favola del principe Ivan, dell’Uccello di Fuoco e del Lupo Grigio e all’omonimo capolavoro musicale di Strawinski. Ma qui mi fermo: mi smarrirei presto dentro le foreste russe, perdendo di vista proprio l’oggetto sfuggente della mia flânerie.

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