i libri

Giuseppe Zuccarino

 

Rifrazioni

e altri scritti

 

ISBN-13 978887536408-3

2017

pp. 146

cm 12x22,5

€ 14,00

 

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L'autore

Giuseppe Zuccarino, nato nel 1955, è critico e traduttore. Ha pubblicato vari volumi: La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; Insistenze, ivi, 1996; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento. Benjamin, Foucault, Derrida, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005; Grafemi, Novi Ligure, Joker, 2007; Il dialogo e il silenzio, Campanotto, 2008; Da un’arte all’altra, Joker, 2009; Note al palinsesto, ivi, 2012; Il farsi della scrittura, Milano-Udine, Mimesis, 2012; Prospezioni. Foucault e Derrida, ivi, 2016. Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.

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I testi

Il libro riunisce una serie di testi brevi, suddivisi in tre sezioni. La prima ospita articoli su temi insoliti, ma in vario modo connessi a dei miti moderni: l’idea che la paura sia più utile che dannosa in rapporto alla scrittura; il sogno dell’artista di guardare il mondo con occhi infantili, cioè non prevenuti e ancora disponibili allo stupore; la convinzione che i libri sarebbero più efficaci ed equamente valutabili se non recassero il nome dell’autore; il sospetto che a un testo poetico importante o originale si possa giungere grazie all’apporto del caso; la credenza che non soltanto le parole ma anche le singole lettere alfabetiche siano dotate di un valore semantico autonomo. La seconda sezione include recensioni di libri francesi (quasi tutti finora non disponibili in traduzione italiana) dovuti a scrittori o filosofi quali Claude Simon, Edmond Jabès, Jacques Derrida, Maurice Blanchot e Pascal Quignard. Infine, la parte conclusiva del volume è costituita da un’ampia silloge di frammenti dal titolo Rifrazioni. Si tratta di succinte note sulla scrittura e la critica, marginalia a libri letti o a quadri visti, impressioni di viaggio, pensieri in accordo o in disaccordo con quelli espressi da poeti, prosatori, artisti e pensatori. Il titolo stesso trae ispirazione da una frase di Paul Celan: dopo aver notato che «in ogni oggetto osserviamo sfaccettature che mostrano l’oggetto da più angoli visuali, in più “rifrazioni”», il grande lirico tedesco diceva di voler adoperarsi «a riprodurre in parole porzioni almeno dell’analisi spettrale degli oggetti, a mostrarli contemporaneamente in più aspetti». Ma non diversa, a ben vedere, è l’aspirazione di un critico quando redige i propri testi.

 

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Rifrazioni

A proposito degli appunti quasi privati alla cui stesura riservava metodicamente le prime ore di ogni mattina, Valéry osserva: «Su questi quaderni non scrivo le mie “opinioni” ma scrivo le mie formazioni. Io non arrivo a quel che scrivo, ma scrivo quel che conduce – dove? – Annoto figure che si formano da sé, che a volte inseguo». Lo stesso accade nella scrittura frammentaria, perché ciò che si fissa sulla carta non è mai un’acquisizione definitiva, ma solo un movimento del pensiero di cui resta ignota la direzione, e perché i frammenti, se talvolta sorgono spontaneamente, in altri casi sono il frutto di un faticoso, e non sempre riuscito, tentativo di trovare le parole giuste.

In un quadro di Gastone Novelli (Senza titolo, 1961) si può decifrare, nonostante l’assenza di segni d’interpunzione e di spaziature fra un vocabolo e l’altro, il brano seguente: «Avere il tempo per portare a termine un qualsiasi lavoro costringendosi ad un metodo che ne escluda quei lati di immediatezza di risultato che ne determinano la superficialità questo può essere uno scopo da perseguire in un simile momento senza che il silenzio ne venga danneggiato». È un merito non da poco, per un pittore, quello di riuscire a trasmetterci un insegnamento e, nel contempo, a fondere in un unico oggetto teoria e pratica dell’arte.

Secondo Schelling, «ogni individualità autenticamente creatrice deve crearsi una propria mitologia». Sia pure in modo poco appariscente, questa regola vale anche per il critico. Infatti, anziché aspirare all’impersonalità e universalità dei concetti, chi scrive sulle arti dovrebbe, col tempo, saper rendere riconoscibile ai propri lettori la costellazione di autori, temi e forme stilistiche che predilige, e che caratterizza (più di ogni altra cosa) la sua personalità individuale.

Se, come notava Braque, «il vaso dà una forma al vuoto e la musica al silenzio», allora anche le parole che scriviamo danno forma a qualcosa: alla pagina bianca.

Un pittore come Pierre Alechinsky mostra bene, con i suoi dipinti, che il quadro può avere delle «note marginali», cui viene assegnato un ruolo visivo di contorno. A maggior ragione ne saranno muniti i testi, che talora appariranno anzi composti soltanto da note, idealmente situate sui bordi di un enunciato centrale irreperibile.

Diceva giustamente Leopardi che «il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse». In tal senso, l’autore del libro che abbiamo sotto gli occhi ha già svolto il proprio ruolo. Ora tocca a noi comprendere quel che ha detto e, se ne siamo capaci, rispondere alle sue frasi con altre (siano esse soltanto pensate o anche tracciate sulla carta).

 

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