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i libri
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Dieter Schlesak
Poesia,
malattia pericolosa

ISBN-13 978-88-7536-184-6
2008
pp. 124
cm 12x22,5
€ 12,00
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Dieter
Schlesak, poeta tedesco, saggista, romanziere, traduttore e
pubblicista, nasce nel 1934 in Romania, a Schäßburg
nel Siebenbürgen (Transilvania). Dopo gli studi universitari a
Bucarest e oltre dieci anni di attività come redattore
letterario nella capitale rumena, si è trasferito in
Germania, a Stoccarda, nel 1969, e dal 1973 si è stabilito
in Toscana, sopra Camaiore (Lucca).
Membro
del centro P.E.N. ha ottenuto numerosi riconoscimenti e premi
letterari, fra cui da ultimo: Ehrengabe der Schillerstiftung, Weimar
2001; Dr. h.c. dell’Università di Bucarest, 2005;
Maria-Ensle-Preis alla carriera, 2007. Tra le opere più
recenti:
Bandiere bucate: viaggio dentro una rivoluzione, Moretti&Vitali, Bergamo
1997 (si tratta del primo libro italiano di Schlesak); Zeugen an der Grenze unserer
Vorstellung. Studien. Essays. Portraits. IKGS der Universität
München, 2005; Settanta volte sete. Oltrelimite.
Poesie, a
cura di Stefano Busellato, Edizioni ETS, Pisa 2006; Capesius,
der Auschwitzapotheker, Bonn 2006 (Capesius,
farmacista di Auschwitz, traduzione italiana in corso di
pubblicazione per Garzanti); Namen Los, Liebes-und Todesgedichte, Ludwigsburg 2007; VLAD. Die Dracula-Korrektur, Ludwigsburg 2007.
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I testi |
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Alloggiato
presso il mastro falegname Zimmer. Travolge ogni visitatore con un
profluvio di parole; loro lo osservano con meraviglia, come un animale
fantastico, vengono a vederlo, e
li
accoglie con formule retoriche: Vostra Magnificenza, Maestà,
Eccellenza. Sì, tiene tutti a distanza. Ogni essere umano, e
così lo stesso essere umano nominato Hölderlin,
completamente distrutto e piegato dalla tortura subita dai medici.
Disturbato e, solo ora, ottenebrato. L’uomo che conosce
questa morte e che la sente ne soffre doppiamente.
Ma
c’è il falegname, Zimmer, carpentiere di nome e di
fatto, un uomo di gran cuore, nella torre sulla cinta delle vecchie
mura lungo il Neckar. Infatti in clinica Hölderlin era
peggiorato,
disse
Zimmer: «A quel tempo, con la moglie del rilegatore di corte
Bliefer, lessi il suo Iperione, che mi piacque immensamente. E
feci visita a Hölderlin quando era in clinica, là
dove io eseguivo lavori di falegnameria, e lo compatii assai: che uno
spirito così bello e grandioso dovesse andare in rovina.
Hölderlin
era, ed è ancora, un grande amico della natura e dalla sua
finestra domina tutta la valle del fiume Neckar e quella dell'affluente
Steinlach».
Chi
lo veniva a cercare nella torre di Zimmer, prima raggiungeva le mura,
scendeva qualche angusto scalino di pietra, giù verso il
fiume, fino al cantuccio di un vicoletto; davanti alla porta strumenti
da falegname, la scala, e, al primo piano, la sua stanzetta ad
anfiteatro, imbiancata, priva di ornamenti.
Una
porticina. Da dentro subito si sentono voci e uno crede che ci sia
gente: ma c’è il buon falegname pronto a spiegare:
è tutto solo, giorno e notte parla con se stesso…
*
* *
Il
fascino che avverto in lui è quello di uno sparo la cui eco
si spegne sopra un mare smisurato, è questa sua
spregiudicatezza per cui «ognuno è il primo e
l’ultimo» uomo. Come se non ci fosse stato niente
prima di lui. Dimostrare qualcosa, dimostrarlo tramite se stessi e
pagarlo con la propria vita, l’impossibile, cioè
che l’uomo rappresenta un caso limite, e la sua esistenza
altro non è che una via crucis contro la natura...
Una religione senza dio, l’uomo, un dio al di sopra
dell’abisso... pensieri questi che sorgono leggendo gli
scritti di Carlo Michelstaedter: un sentimento di confidenza e insieme
di paura affiora spontaneo per la sua morte volontaria, una morte che
imprime il giovane autore nella nostra memoria, poiché fu
scrivendo che egli si preparava a questa fine e fu così che
mise in atto quanto aveva pensato e vissuto. E nessuna
tranquillità può sopraggiungere, niente
può tranquillizzarci se pensiamo a lui. In ciò
consiste la sua vendetta permanente nei confronti di quella
civiltà a cui tutti apparteniamo e che lo ha ucciso.
Effettivamente è passato molto tempo da allora. Era il 17
ottobre del 1910, un’epoca in cui il gesto di porre fine alla
propria vita andava diffondendosi quasi come un’epidemia.
Erano le due di pomeriggio di una grigia giornata autunnale a Gorizia,
quella piccola città, oggi italiana, tra Trieste e il
confine sloveno. Davanti a un palazzo borghese a più piani
in Piazza Grande si era raccolto un folto gruppo di persone:
«Pare che uno studente si sia sparato», qualcuno
diceva.
Lo studente era il ventitreenne laureando in filosofia Carlo
Michelstaedter. Lo avevano ritrovato in casa, accovacciato sulla sedia
davanti alla sua scrivania, il lavoro ultimato davanti a sé.
Con la sua calligrafia energica vi aveva apportato il titolo: La
persuasione e la rettorica.
Per terra giaceva una rivoltella. La ferita alla tempia stillava
sangue. Restò in vita fino a sera, ma senza più
riprendere conoscenza. Se n’era andato ancora prima che la
sua vita fosse veramente incominciata. Sfoglio le pagine del suo libro,
un libro che mi ha profondamente impressionato. È
considerato un capolavoro della prosa filosofica italiana. Qui si era
messo all’opera un genio precoce. Ma molto spesso la
condizione dell’individuo non è in grado di
sostenere questo impatto. Leggo: «Non dare agli uomini
appoggio alla loro paura della morte, ma toglier loro questa paura; non
dar loro la vita illusoria e i mezzi a che sempre ancora la chiedano,
ma dar loro la vita ora, qui, tutta, perché non chiedano:
questa è l’attività che toglie la
violenza dalle radici. – “Questo è
l’impossibile”. Già:
l’impossibile! poiché il possibile è
ciò che è dato, il possibile sono i bisogni, le
necessità del continuare...».
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