i libri

Maurice Blanchot

Noi lavoriamo

nelle tenebre

 

Traduzione e cura

di Giuseppe Zuccarino

ISBN 88-7536-073-1

2006

pp. 112

cm 12x22,5

€ 11,50

 

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L'autore

Maurice Blanchot nasce a Quain, un villaggio della Borgogna, nel 1907. Dopo aver terminato gli studi scolastici (incentrati sulle materie umanistiche e sulla musica), si prepara a passare a quelli universitari. Proprio allora, nel 1922, subisce un intervento chirurgico all’addome che, a causa di un errore dei medici, sarà all’origine dei gravi problemi di salute che lo affliggeranno per tutta la vita. Nonostante ciò si iscrive all’Università di Strasburgo, dove stringe amicizia con Emmanuel Levinas. Rientrato a Parigi nel 1929, si laurea in filosofia alla Sorbona, ma nel contempo segue dei corsi di medicina e psichiatria.
Dal 1931 inizia la carriera giornalistica, collaborando a quotidiani e riviste che rispecchiano le sue idee politiche di allora, orientate verso l’estrema destra. Nel 1932 comincia a lavorare a un romanzo, Thomas l’Obscur, che sarà pubblicato solo nel 1940, seguito poi da un’altra opera narrativa, Aminadab, e da Faux pas, la prima di quelle raccolte saggistiche a cui si deve soprattutto la sua fama. Nel frattempo, per diverse ragioni (tra cui forse anche l’influenza di un nuovo amico, Georges Bataille), lo scrittore matura il suo distacco dalla destra, e durante il secondo conflitto mondiale si avvia ad un mutamento di fronte. Nel 1944, mentre si trova a Quain, riesce a salvarsi per miracolo, quando è sul punto di essere fucilato dai tedeschi.
Nel dopoguerra, riprende l’attività di critico, collaborando a varie riviste e pubblicando importanti raccolte di saggi, come La part du feu, L’espace littéraire e Le livre à venir. Ma in questo stesso periodo scrive e dà alle stampe anche opere narrative, tra cui L’arrêt de mort, Le Très-Haut, Au moment voulu e Le dernier homme. Dopo aver vissuto per quasi un decennio in solitudine ad Èze, nel sud della Francia, nel 1958 torna a Parigi e riprende l’impegno politico, su posizioni di sinistra. Assieme a nuovi amici come Robert Antelme, Marguerite Duras, Dionys Mascolo, Louis-René des Forêts, partecipa alla realizzazione della rivista «Le 14 Juillet», che si schiera contro il ritorno al potere di De Gaulle, ed anche alla stesura della celebre Déclaration sur le droit à l’insoumission dans la guerre d’Algerie. Per tutta la prima metà degli anni Sessanta, è fra i più convinti promotori di un progetto di rivista internazionale, che vede coinvolti, oltre agli amici già citati, altri intellettuali francesi (come Barthes, Butor, Nadeau), italiani (come Vittorini, Calvino, Pasolini, Moravia, Leonetti) e tedeschi (come Enzensberger, Johnson, Grass, Bachmann). Tuttavia l’iniziativa finisce col naufragare, per problemi e dissidi di varia natura. Benché la sua salute resti sempre assai precaria, Blanchot è attivo anche nel corso delle rivolte studentesche del maggio 1968: contribuisce a creare il Comité d’action étudiants-écrivains, partecipa a manifestazioni e redige articoli e volantini. Tutte queste diverse esperienze politiche e letterarie lasciano qualche traccia in due sue opere saggistiche di grande rilievo: L’entretien infini (1969) e L’Amitié (1971).
Segue un altro periodo di lontananza dalla scena pubblica e di sperimentazione di un nuovo tipo di scrittura, quella frammentaria, con i volumi Le pas au-delà e L’écriture du désastre. Si fanno sempre più evidenti nei testi blanchotiani le implicazioni teoriche, il che accentua l’interesse che da sempre i filosofi francesi (Levinas, Deleuze, Foucault, Derrida, Nancy) rivolgono al suo pensiero. Gli anni Ottanta e Novanta vedono la comparsa di una serie di plaquettes, quasi tutte dedicate ad amici, o comunque ad autori a cui Blanchot si considera vicino. Anche l’opera narrativa, che pareva essersi conclusa nel 1962 con L’attente l’oubli, riceve un inatteso incremento nel 1994, col breve racconto autobiografico L’instant de ma mort. In quegli anni, l’importanza dello scrittore e del critico può ormai dirsi ampiamente riconosciuta, sia in Francia che all’estero: lo testimoniano i molti studi ed omaggi a lui dedicati. Blanchot muore a Parigi nel 2003.

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I testi

Nei saggi raccolti nel presente volume, uno dei maggiori critici del Novecento, Maurice Blanchot, esamina l’opera di tre scrittori a cui si sente particolarmente legato: Henri Michaux, Louis-René des Forêts e Samuel Beckett. Nei libri di Michaux, egli evidenzia la dimensione del fantastico, ed anche i diversi atteggiamenti assunti dall’autore di fronte alla sconvolgente esperienza delle droghe allucinogene. In quelli di des Forêts, fa notare come la scrittura, dopo essere stata resa impraticabile da un evento traumatico e luttuoso, trovi il modo di riemergere nella forma di una parola esitante, ma carica di tutta l’intensità musicale della poesia. L’opera di Beckett, infine, gli sembra sottrarsi in maniera esemplare ad ogni recupero da parte delle istituzioni letterarie, grazie all’audacia che le consente di spingersi oltre il già detto e di lasciarsi invadere da una voce estranea. Il fatto poi che questi autori siano accomunati dal rifiuto di recitare il ruolo pubblico del letterato costituisce un’altra delle ragioni per cui Blanchot li apprezza. Il critico teorizza infatti l’idea che lo scrittore dev’essere capace di ignorare problemi come quelli della fama e della gloria, concentrandosi in maniera esclusiva sul proprio lavoro. È ciò che egli suggerisce attraverso le parole di un romanziere immaginario, ideato da Henry James: «Noi lavoriamo nelle tenebre – facciamo quel che possiamo – diamo ciò che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione, e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte».

 

Giuseppe Zuccarino

 

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Noi lavoriamo nelle tenebre118


Sapete già da voi che il vostro questionario è sconcertante, tanto può apparire desueto. E inoltre, come ogni questionario che non s’imponga per una necessità interiore, costituisce una trappola in cui si va a finire, qualunque cosa accada. O non si risponde, e questo silenzio costituisce una risposta altera e negligente. O si risponde seriamente, e la serietà, sempre un po’ ridicola quando non sono in causa nozioni serie, è solo il segno che si stanno già accettando i doveri della notorietà alla quale, d’altronde, si pretenderebbe di sottrarsi. Oppure la risposta è ironica, ossia una banalità di scrittura, il Witz surrealista o freudiano con cui ci s’impegna nella forma del divertimento, dunque sempre più di quanto si crede.
Tocca a me, quindi, interrogarvi. Perché queste domande che voi stessi qualificate come «bizzarre» (così da spingere ciascuno ad aggiungervi la propria arguzia)? Mi limito a notare che non parlate più di immortalità, tanto questa rivendicazione, che pure è stata propria di tutte le epoche, può apparire eccessiva. Povero Gide, infelice Proust, sfortunato Malraux, e persino il caro Sartre con i suoi sogni infantili che non lo abbandonarono mai. Dobbiamo sbarazzarci di loro senza cercare di capirne le preoccupazioni? Gide, nel 1922, rivela quella che ritiene essere la «ragione più segreta» che lo spinge a scrivere: «Mettere qualcosa al riparo dalla morte». Qualcosa o se stesso? Sarebbe di nuovo l’auspicio tradizionale: scrivere per non morire, affidarsi alla sopravvivenza delle opere. Il «genio», sia esso classico o romantico, affronta la morte, e che cos’è l’opera se non la morte resa vana o trasfigurata, oppure, secondo le parole evasive di Proust, resa «meno amara», «meno ingloriosa» e «forse meno improbabile»?
Dieci anni prima – cioè press’a poco nello stesso periodo – Kafka, dedicandosi ad un diario non destinato alla pubblicazione, dice quasi il contrario, in frasi che si oppongono fra loro solo per via del modo volontariamente brusco in cui le traduciamo. Le riassumo: scrivere sì, ma perché scrivere? Per poter morire (contento); e come gli sarà possibile scrivere? Solo se acconsente a ritirarsi dal mondo, e ad entrare nella solitudine mortale; da cui quest’altra formula: morire per poter scrivere. Ora Rilke, sempre negli stessi anni, non afferma, si può dire, nulla di diverso: il poeta è tale grazie alla sua familiarità con il non familiare, e non soltanto è mortale, ma è il più mortale degli esseri, è doppiamente, infinitamente mortale; e ciò equivale a ricordare che lo scrittore trae il proprio potere di scrivere da una relazione anticipata con la morte, la morte «dagli occhi timidi», secondo la metafora di Tostoj che Leskov trovava sconvolgente (me lo ricordava qualche tempo fa il poeta russo Vadim Kozovoj119).
In che misura sogni o esigenze del genere (in apparenza contraddittori) sono ancora presenti per noi? In che misura ci sono divenuti definitivamente estranei? C’è stato un tempo in cui gli «artisti» pretendevano di rivaleggiare con i grandi personaggi storici, gli eroi, i grandi uomini di guerra – come loro, volevano entrare nella memoria dei popoli; come loro, continuerebbero ad essere, al di là delle epoche, presenze attive. Noi siamo di sicuro più modesti; ossia più immodesti. Ci pare derisorio accontentarci della gloria dei musei, al fine di perseverarvi nella pigra eternità degli idoli. E a che scopo la rinomanza, la fama, quest’appello ad essere un puro nome ozioso? Scrivere è certo un lavoro, ma del tutto irragionevole, che non chiede niente, che non si giustifica e che nessuna ricompensa potrebbe soddisfare. Scrivere: un’esigenza singolare (chiamiamola bizzarra), più etica che estetica, poiché risponde a un «si deve» senza obbligo né sanzione.
È ancora al nostro vecchio maestro Henry James che sarebbe forse più giusto richiamarci per esprimere la stranezza di quest’esigenza, con cui né la gloria, né la fama, né la popolarità possono avere nulla a che fare.
«Noi lavoriamo nelle tenebre – facciamo quel che possiamo – diamo ciò che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione, e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte»120. (La follia di scrivere.)
È una confessione? Orgogliosa o patetica? Ognuno è libero di giudicare.
 

 

Note

118 Nous travaillons dans les ténèbres, apparso in «Le Monde» il 22 luglio 1983, p. 9. Blanchot risponde a domande su cosa significhi la gloria per uno scrittore d’oggi, nell’ambito di un’inchiesta dal titolo Dix écrivains et la gloire.
119 Poeta russo, amico e traduttore di vari scrittori francesi novecenteschi. Tra questi Blanchot e Michaux, che hanno contribuito (rispettivamente con un testo e dei disegni) all’edizione francese di un suo libro, Hors de la colline, Paris, Hermann, 1984.
120 Cfr. H. James, La mezza età, in Racconti di artisti, tr. it. Torino, Einaudi, 2005, pp. 223-224.

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