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Giorgio Galli

 

La parte muta del canto

 

Vite ritrovate di musicisti

ISBN-13 978887536297-3

2016

pp. 102

cm 12x22,5

€ 12,00

 

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Cos’è La parte muta del canto? È una raccolta di ritratti. Di vite di musicisti “ritrovate” e mai del tutto afferrate. Un tentativo di frugare nel rapporto fra le opere e il rovello psicologico e storico che le precede, di avvicinarsi al momento insondabile in cui la forma prende forma trascendendo tutto ciò ch’è altro da se stessa. È nella tensione fra il canto e ciò che resta fuori del canto, nel modo in cui l’ artista la risolve che cerchiamo il nucleo caldo della sua ispirazione. Questi “ritratti” provano ad avvicinarsi a quel nucleo, sapendo di non poterlo toccare.
La parte muta del canto ha anche un senso più storico. I musicisti non sono esseri astratti. Hanno affrontato, come noi, il difficile di essere contemporanei. Hanno vissuto guerre e dittature, rivalità e rovesci di fortuna. Come Hans Rott, il giovane amico di Mahler, talentuoso ma troppo ingenuo per non farsi inghiottire dalle guerre musicali ottocentesche. Come Andrea Luchesi, che sparì, con tutta la sua musica, dalle cronache del Settecento. Come Franco Ferrara, direttore sublime ma che cadeva dal podio, e che si espresse insegnando ad altri a dirigere. Parti mute del canto, vite ritrovate che gettano luce diversa su vite più grandi e più celebri.

* * *

 

I musicisti ritrovati

Orlando Gibbons
Andrea Luchesi
Alfredo Catalani
I Lieder eines fahrenden Gesellen di Mahler: il distacco fra uomo e natura
Hans Rott
Leóš Janáček
Guido Cantelli
Franco Ferrara

Nemici

Mahler e Rott: due amici
Toscanini e Furtwängler: nemici di fronte al tempo
Karajan e Bernstein: nemici di fronte al suono
Celibidache e Kleiber: nemici di fronte al disco
Glenn Gould e Bernstein: nemici di fronte al futuro
 

* * *

 

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!


Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Beyreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Beyreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera ad Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Fuhrer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!, Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti.
E fu in uno dei suoi ritorni in Italia che il Maestro ascoltò un concerto di Guido Cantelli. Immediatamente lo elesse a suo erede. Toscanini, che non parlava del tutto bene né di Furtwängler, né di Walter, né di Erich Kleiber, che chiamava Stokowski e Mengelberg “pagliacci”, trovò perfette le interpretazioni del giovane Guido.
Qualcuno malignamente suggerì che fosse Cantelli un mero imitatore di Toscanini. È un rilievo cui non credo. I tempi di Cantelli son diversi, in lui non v’è la muscolarità che può dare fastidio nelle esecuzioni di Toscanini, e sfortunatamente in lui non v’è nemmeno l’urgenza drammatica di Toscanini. Artista del Novecento – mentre Toscanini visse e si formò nell’Ottocento – Cantelli fu più filologo, e seppe diversificare gli stili meglio del Maestro. Se Ferrara fu artista di geometrie liriche, se Toscanini fu artista di ritmo e di colore, Cantelli fu a metà strada, e ci ha lasciato registrazioni di classico nitore, di fresco lirismo, dai nobili e quasi ottocenteschi fraseggi, dall’aristocratico uso del legato. Quello che manca alle sue registrazioni è un suono più idiomatico. Noi riconosciamo il suono minaccioso dell’orchestra di Mitropoulos, il deflagrante chiarore di quella di Toscanini, gli archi sontuosi di Stokowski e l’insieme perfetto di Mravinsky. Ma Cantelli non era ancora riuscito a scavare fra i timbri della sua orchestra sì da ottenere un suono più cantelliano. È la sua unica pecca. Col tempo, chi sa, l’avrebbe superata. Ma tempo non vi fu.
1948-1956: questi gli estremi cronologici dell’arte interpretativa di Cantelli, quale il disco ce l’ha tramandata. Da quando Toscanini lo invitò a dirigere la “sua” Orchestra Sinfonica della NBC a quando, nell’aeroporto di Orly, l’aereo su cui viaggiava Cantelli prese fuoco.
Timido e intransigente, umile dinanzi a tutti ma non dinanzi all’orchestra, animato da un idealismo fanatico e da una inesauribile capacità di lavoro, Cantelli non fu solo il direttore prediletto, ma anche un amico di Toscanini. Il Maestro s’era ormai ritirato dalle scene: aveva dato l’addio con il tragico concerto del 1954, quando per la prima volta in sessant’anni di carriera aveva avuto un vuoto di memoria, e s’era coperto gli occhi per la vergogna, e aveva ripreso a dirigere colle lacrime agli occhi, e mentre l’orchestra stava dando gli ultimi accordi aveva posato la bacchetta ed era uscito dalla sala senza aspettare di finire, senza aspettare gli applausi: era scappato per la vergogna di quell’unico errore, per porre termine a quell’agonia, a quella ultima cena della sua musica. Quasi novantenne, cieco come un aedo, tra il novembre del ’56 e il marzo del ’57 Toscanini domandò spesso, dalla sua poltrona, «Dov’è Guido?, Perché non telefona?, Perché non scrive?» E la sua segretaria Anita Colombo rispondeva: «È impegnato, ma vi manda i suoi saluti. Presto tornerà». Ma Guido non sarebbe più tornato. Fu il suo Maestro a raggiungerlo, a marzo del ’57.

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