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Marco Ercolani

Il tempo di Perseo

ISBN 88-7536-022-7

2004

pp. 64

cm 12x22,5

€ 9,00

 

L'autore

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L'autore

Marco Ercolani è nato a Genova nel 1954. Psichiatra, scrive racconti fantastici e vite immaginarie.

Ha scritto Studi della paura, Col favore delle tenebre, Praga, Visioni della natura, Il ritardo della caduta, Aleksandr Blok: taccuini 1902-1921. Tra i suoi volumi più recenti: Vite dettate (Liber, 1994), Lezioni di eresia (Graphos, 1996), Sindarusa (Tabula fati, 1998), Il mese dopo l’ultimo (Graphos, 1999), Carte false (Hestia, 1999), Il demone accanto (L’Obliquo, 2002) e Taala (Greco & Greco, 2004). È autore di Fuoricanto (Campanotto, 2000), una raccolta di saggi creativi su alcuni poeti contemporanei. Con Luisella Carretta progetta le cartelle d’arte Scriptions. Realizza con Alberto Casiraghi alcune plaquettes per le Edizioni Pulcinoelefante e cura il volume collettivo: Tra follia e salute: l’arte come evento (Graphos, 2002). Collabora a diverse riviste, tra cui Riga, Bloc notes, Il gallo silvestre, Ipsofacto, Poesia, Nuova Corrente, La clessidra, Nuova prosa, Ciminiera.

In coppia con Lucetta Frisa ha scritto: Détour – appunti d’arte e di letteratura (Opuscola, 1986), L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987) e Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000.) Insieme sono redattori dei quaderni di scrittura Arca.

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I testi

Questo testo difficilmente classificabile – saggio critico? confessione di poetica? racconto fantastico? documento clinico? - è stato scritto nel settembre del 1987, in due settimane, in uno stato di vigile ipnosi, e da allora non l’ho più né corretto né pensato di pubblicarlo, considerandolo una «scrittura privata» da mantenere inedita. Oggi, a distanza di diciassette anni, vorrei esporlo, con qualche minimo ritocco, agli occhi del lettore, perché il suo nucleo interno, la sua intima radice - il rapporto tra follia, immaginazione e poesia - è il tema che, da allora, non ho smesso di indagare nei miei libri successivi. «Il tempo di Perseo» è ancora il «tempo», enigmatico e provvisorio, in cui si sviluppa, paradossale ma esatto, il gesto poetico.

 

Marzo  2004

 

* * *

 

Immagina che una macchia ti si spalanchi nel foglio, nera. Che la casualità dei suoi confini evochi le ali del corvo, la strettezza del tunnel, la profondità della voragine. Che l’esercizio della scrittura si sospenda, fermato dalla magia di un arabesco. Guarda: le possibilità si agitano come vortici dentro al nero, l’oggetto ti parla con migliaia di lingue inespresse: ma tu devi scavare, in quella virtualità febbrile, un senso: non puoi sottrarti, sei un uomo mortale, non il dio che ciecamente contiene tutte le forme. Anche se ti tormentano le risonanze inespresse, le vibrazioni che palpitano sotto la forma che sceglierai, è di quell’unica forma che sei responsabile. Ma la sua unicità non è il frutto che dimentica la radice, la foglia prosciugata che si stacca dal ramo. Come la linfa nella corteccia dell’albero, l’ombra di quella macchia deve convergere nel senso scelto da te come la pietra, rotolata dal monte, converge nell’alto portale della cattedrale gotica. È per questa densità, questo buio vibrante dietro la solarità dell’apparenza, che sarai amato; è per il taglio della forma che sarai giudicato.

 

* * *

 

Lo specchio è la forma essenziale, appena offuscata dalla maschera del corpo. Lì appare come dovrebbe essere, senza apatia, senza rimorsi. Angosciato dalla diversità tra questo corpo che si ubriaca nelle taverne e l’altro che, fingendo di compiere gli stessi gesti, li rappresenta nel vetro, tiene la testa bassa, il capo curvo, le mani sulle ginocchia. Ma laggiù, disegnati sul vetro, i suoi occhi hanno la durezza del cristallo e spiccano autoritari in una pelle perfetta, non pallida. È costretto a colmare questa tragica differenza, a raggiungersi come è là, nella sua verità, oltre lo specchio. Si alza barcollando dal tavolo. Si inoltra nella notte nebbiosa, sapendo che il suo riscatto è vicino.

Guarda le pietre di quella parte di muro, in piazza Clichy, e nonostante la luce del sole - è primavera inoltrata - vede che sono buie, sprofondate in una notte che ha la stessa solidità del muro. L’immagine di uno studente spettinato e sconvolto, immobile davanti all’arabesco liberty del metrò, lo rimanda all’attimo in cui Dioniso, guardando lo specchio che gli era stato donato, contemplò impassibile lo smembramento del proprio corpo infantile, assalito dai Titani. Quello studente ha la sua stessa percezione polifonica del mondo.

 

* * *

 

Nella scrittura controlla la durata della perdita. Ne inventa i confini scavandoli da una continuità che è voragine, inghiottimento, illimitato smarrirsi. La scrittura è il tempo di Perseo – transitoria pausa di libertà tra la morte di Medusa e la restituzione alla Dea della testa decapitata. Non occorre che quest’attimo - dove umano e divino si incontrano nell’intenzione poetica dell’uomo - perché il testo si compia. Prima o dopo la scrittura è vana, come il delirio o come la fede.

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Recensioni

25 gennaio 2007 [Roberto Bertoni]  leggi

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