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Marco Ercolani è nato a Genova nel 1954. Psichiatra, scrive racconti
fantastici e vite immaginarie.
Ha scritto
Studi della paura, Col favore delle tenebre, Praga, Visioni della
natura, Il ritardo della caduta, Aleksandr Blok: taccuini 1902-1921.
Tra i suoi volumi più recenti:
Vite dettate
(Liber, 1994),
Lezioni di eresia
(Graphos, 1996),
Sindarusa
(Tabula fati,
1998),
Il mese dopo l’ultimo
(Graphos, 1999),
Carte false
(Hestia, 1999),
Il demone accanto
(L’Obliquo, 2002) e
Taala
(Greco & Greco, 2004). È autore di
Fuoricanto
(Campanotto,
2000), una raccolta di saggi creativi su alcuni poeti contemporanei.
Con Luisella Carretta progetta le cartelle d’arte
Scriptions.
Realizza con Alberto Casiraghi alcune plaquettes per le Edizioni
Pulcinoelefante e cura il volume collettivo:
Tra follia e salute: l’arte come evento
(Graphos, 2002). Collabora a diverse riviste, tra cui
Riga,
Bloc notes,
Il gallo silvestre,
Ipsofacto,
Poesia,
Nuova Corrente,
La clessidra, Nuova prosa,
Ciminiera.
In
coppia con Lucetta Frisa ha scritto:
Détour – appunti d’arte e di
letteratura (Opuscola, 1986),
L’atelier e altri racconti (Pirella,
1987) e Nodi del cuore
(Greco & Greco, 2000.) Insieme sono redattori dei quaderni di
scrittura Arca.
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Questo testo
difficilmente classificabile – saggio critico? confessione di
poetica? racconto fantastico? documento clinico? - è stato scritto
nel settembre del 1987, in due settimane, in uno stato di vigile
ipnosi, e da allora non l’ho più né corretto né pensato di
pubblicarlo, considerandolo una «scrittura privata» da mantenere
inedita. Oggi, a distanza di diciassette anni, vorrei
esporlo,
con qualche minimo ritocco, agli occhi del lettore, perché il suo
nucleo interno, la sua intima radice - il rapporto tra follia,
immaginazione e poesia - è il tema che, da allora, non ho smesso di
indagare nei miei libri successivi. «Il tempo di Perseo» è ancora il
«tempo», enigmatico e provvisorio, in cui si sviluppa, paradossale
ma esatto, il gesto poetico.
Marzo 2004
* * *
Immagina che una
macchia ti si spalanchi nel foglio, nera. Che la casualità dei suoi
confini evochi le ali del corvo, la strettezza del tunnel, la
profondità della voragine. Che l’esercizio della scrittura si
sospenda, fermato dalla magia di un arabesco. Guarda: le possibilità
si agitano come vortici dentro al nero, l’oggetto ti parla con
migliaia di lingue inespresse: ma tu devi scavare, in quella
virtualità febbrile, un senso: non puoi sottrarti, sei un uomo
mortale, non il dio che ciecamente contiene tutte le forme. Anche se
ti tormentano le risonanze inespresse, le vibrazioni che palpitano
sotto la forma che sceglierai, è di quell’unica forma che sei
responsabile. Ma la sua unicità non è il frutto che dimentica la
radice, la foglia prosciugata che si stacca dal ramo. Come la linfa
nella corteccia dell’albero, l’ombra di quella macchia deve
convergere nel senso scelto da te come la pietra, rotolata dal
monte, converge nell’alto portale della cattedrale gotica. È per
questa densità, questo buio vibrante dietro la solarità
dell’apparenza, che sarai amato; è per il taglio della forma che
sarai giudicato.
* * *
Lo specchio è la forma
essenziale, appena offuscata dalla maschera del corpo. Lì appare
come dovrebbe essere, senza apatia, senza rimorsi. Angosciato dalla
diversità tra questo corpo che si ubriaca nelle taverne e l’altro
che, fingendo di compiere gli stessi gesti, li rappresenta nel
vetro, tiene la testa bassa, il capo curvo, le mani sulle ginocchia.
Ma laggiù, disegnati sul vetro, i suoi occhi hanno la durezza del
cristallo e spiccano autoritari in una pelle perfetta, non pallida.
È costretto a colmare questa tragica differenza, a raggiungersi
come è là,
nella sua verità, oltre lo specchio. Si alza barcollando dal tavolo.
Si inoltra nella notte nebbiosa, sapendo che il suo riscatto è
vicino.
Guarda le pietre di
quella parte di muro, in piazza Clichy, e nonostante la luce del
sole - è primavera inoltrata - vede che sono buie, sprofondate in
una notte che ha la stessa solidità del muro. L’immagine di uno
studente spettinato e sconvolto, immobile davanti all’arabesco
liberty del metrò, lo rimanda all’attimo in cui Dioniso, guardando
lo specchio che gli era stato donato, contemplò impassibile lo
smembramento del proprio corpo infantile, assalito dai Titani.
Quello studente ha la sua stessa percezione polifonica del mondo.
* * *
Nella scrittura
controlla la durata della perdita. Ne inventa i confini scavandoli
da una continuità che è voragine, inghiottimento, illimitato
smarrirsi. La scrittura è
il tempo di Perseo –
transitoria pausa di libertà tra la morte di Medusa e la
restituzione alla Dea della testa decapitata. Non occorre che
quest’attimo - dove umano e divino si incontrano nell’intenzione
poetica dell’uomo - perché il testo si compia. Prima o dopo la
scrittura è vana, come il delirio o come la fede.
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